Sul corpo delle donne

Il pensiero a quella ragazza, spaventata ma risoluta, riemerge senza dolore, con rabbia ogni volta che viene messa in discussione, giudicata e resa complessa la possibilità di godere di un sacrosanto diritto, sancito per legge.

Non avevo ancora compiuto 21 anni. La ginecologa fece una domanda precisa, a cui risposi, tentennando. “Ma siamo stati attenti! Mi sembra che il ciclo mi sia venuto lo scorso mese.” Il test, le analisi del sangue: l’ormone HCG confermò che così tanto accorti non eravamo stati e che sbagliavo a non segnare le date sul calendario. Non ho memoria dello stati d’animo di quei minuti nei quali l’avventatezza romantica divenne realtà non gestita, ma ricordo bene l’immediatezza con la quale giungemmo all’unica decisione possibile. Entrambi studenti, innamorati, ma da pochi mesi insieme, senza prospettive chiare: diventare genitori era un’ipotesi che non prendemmo mai in considerazione.

Alle sette di mattina del giorno successivo alla notizia, ero già davanti alla vetrata del sottoscala del San Camillo per prenotare i controlli e seguire i procedimenti per l’interruzione di gravidanza. Con me, mia sorella Anne e la mia amica Nico. Mi muovevo in maniera automatica senza dare peso alle parole: “è alla quinta settimana: ha dieci giorni per pensare, poi fissiamo la data per l’intervento.” La sintesi del ginecologo che fece l’ecografia non smosse alcuna riflessione. Passò il periodo previsto per legge: una leggera nausea, molta stanchezza e la prudenza di non osare mai posare nemmeno un dito sulla pancia. Gli amici del tempo sapevano, ma non affrontarono mai l’argomento: solo uno provò a rimproverarci per essere arrivati a quel punto, senza provocare in me nessuna reazione. Il giorno stabilito impedii a mamma di accompagnarmi: era triste perché sperava che continuassi a difendere un diritto di noi donne nelle manifestazioni, ma non dovessi mai viverlo sulla mia pelle. Anne e Nico mi lasciarono all’ingresso, la seconda parte coinvolta nella vicenda arrivò in ritardo, ma non me ne importò nulla. Entrai con la mia borsetta: una vecchia camicia da notte, pantofole e assorbenti. Non parlai con la mia compagna di stanza, nessuna delle due ne aveva voglia. Mi diedero delle gocce, misero la farfallina al braccio per la flebo di anestetico. “Conta da uno a dieci…” Devo essermi addormentata al sei. Sentii solo delle fitte alla pancia quando mi svegliai. La vicina di letto voltata di spalle.

Mi segnarono un farmaco da prendere per i tre giorni successivi. Tornata a casa, mamma mi abbracciò forte. Mangiai poco e mi riaddormentai. Dopo un anno da quel giorno la mia storia d’amore era finita per un banale tradimento, pertinente con l’età, meno con la mia idea dei sentimenti eterni che poi sarebbe realisticamente e fortunatamente mutata con il passare del tempo e delle esperienze. Mi ritrovai a scrivere un racconto, forse uno dei primi a riempire le pagine con un inizio e una fine precisa. Una donna con un vestito rosso che incontrava un ragazzino con un berretto dello stesso colore ad un bar del Gianicolo. Alcuni dialoghi neanche troppo fluidi e alla fine la scoperta: “ma sei Tommaso? Scusa!”

Sembrava automatico: decidere, ritrovarsi davanti allo sportello della 194 senza tenere uno striscione, sdraiarsi a fare un’ecografia, girando lo sguardo allo schermo, preparare una borsa, contare da uno a sei, stare a riposo un paio di giorni. Non ho mai avuto rimpianti per quanto fatto, ho sempre ringraziato invece chi aveva lottato anni prima, permettendo che potessi scegliere e godere di un diritto, libera di gestire il mio corpo e anche di soffrire silenziosamente, senza alcuna necessità di giustificarmi.

Ho rifatto test e analisi dieci anni dopo: un giorno di ottobre, aspettando l’esito, tremante di gioia. Gian ne dovette ricomprare tre, sbagliavo per la tensione che non uscisse la seconda linea benedetta. Brindammo al livello di HCG nel sangue. Avevamo deciso di avere Viola, di crescerla felice e libera. Nove mesi senza nausea, con lo sguardo brillante e le mani sempre ad accarezzare la pancia. La borsa preparata con cura; Gian in sala parto pure prima che portassero me; mamma, Anne e Nico ad aspettarmi in stanza festanti; giornate successive faticosamente felici.

Il pensiero a quella ragazza di quasi 21 anni, spaventata ma risoluta, riemerge senza dolore, con rabbia ogni volta che viene messa in discussione, giudicata e resa complessa la possibilità di godere di un sacrosanto diritto sancito per legge. Si accende davanti alle campagne violente dei sedicenti movimenti per la vita che riescono a farsi breccia laddove vengono prese decisioni per la collettività.

E’ accaduto nel consiglio regionale delle Marche, la scorsa settimana, quando un rappresentante politico della maggioranza ha motivato il divieto di somministrare la pillola abortiva RU486 nei consultori del territorio, per salvaguardare “il popolo italiano dalla sostituzione etnica”. Oltre la gravissima manifestazione di razzismo, si è impunemente affermato e decretato che le donne “contenitore della futura razza italica”, non possano accedere ad una delle linee guida previste dal Ministero della salute all’interno della legge 194. Si è quindi limitato il diritto ad auto determinarsi, creando un precedente pericoloso. Lo sanno bene le donne polacche che sono scese in piazza, dopo l’approvazione di una legge nazionale che arriva, di fatto, a vietare l’interruzione volontaria di gravidanza. Per ribadire la presunta identità di una nazione si è deciso di speculare sul corpo femminile, definendone il presente e il futuro, senza alcun rispetto per la dignità e la volontà dei singoli.  

In quei cortei so che c’è quella ragazza di quasi 21 anni e vorrebbe partecipare anche la donna che è diventata, la madre che prova a crescere una figlia ed un figlio nel rispetto degli altri, nessuno escluso.

Dovremo essere in tanti, donne e uomini, insieme, a chiedere che venga abolita la discriminazione legislativa della regione Marche e ad incitare l’intervento della Comunità Europea contro il governo polacco. A chiedere scusa a sorelle, nonne, madri, figlie per chi ancora si permette di poter giudicare, teorizzare, speculare e decidere sul loro corpo.

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