Bambini

I bambini continuano ad essere, loro malgrado, la traccia delle infinite sconfitte dell’umanità.

Il loro dolore è una morsa e una molla. Ferma il cuore, ma spinge a trovare energie per supportarlo e sconfiggerlo.

E’ una sfida continua contro l’inaccettabilità che possa esistere.



Ti lascio il pupazzo di mio figlio per giocare e dormire con lui”

Una mamma di Stresa ha consegnato all’ingresso dell’ospedale di Torino, dove è ricoverato Eitan, un pensiero che sa di calore e di normalità. Sensazioni che il bambino di 5 anni,rimasto orfano e senza il fratellino, dopo la tragedia dell’incidente della funivia di domenica scorsa, lotterà per ritrovare. Era in gita con la sua famiglia, felice, vicino al suo papà altissimo. Nel momento dello schianto, pare sia stato proprio quell’uomo giovane e sorridente a salvarlo, abbracciandolo, nell’istintivo ed estremo gesto di protezione.

Si sveglierà Eitan, grazie all’amore in cui è cresciuto che lo ha difeso e che ora sembra diffondersi tra chi, incredulo vuole manifestarglielo, attraverso gesti semplici e necessari come quello della mamma che ha donato l’orsetto del figlio.

Il dolore del bambini è una morsa e una molla. Ferma il cuore, ma spinge a trovare energie per supportarlo e sconfiggerlo. E’ una sfida continua, posta dal destino, contro l’inaccettabilità che possa esistere.

Purtroppo c’è, è continuo, ancora più presente nell’era dell’anarchia mediatica in cui porta più consensi l’immagine di un piccolo corpo straziato, al posto del rispetto e dell’impegno costante a dare ogni possibile contributo perché non si dimentichino e siano sempre meno.

I bambini continuano ad essere, loro malgrado, la traccia delle infinite sconfitte dell’umanità.

Sulla loro pelle passano gli orrori di guerre, carestie, violenze, la furia degli eventi umani e di quelli naturali. Troppo piccoli per difendersi, per scegliere, per esprimersi, fino ad esserlo per vivere.

Semi di futuro in balia del vento.

Domenica due bambini sono volati via durante una gita a Stresa; sabato mattina, altri due erano perduti nella sabbia sulla spiaggia di Zuwara in Libia.

Lo racconta, senza bisogno di foto, Cecilia Strada. Le sue parole sono scatti nitidi di una tragedia senza fine, a cui non si può continuare ad assistere impotenti.

Sulla spiaggia di Zuwara, Libia, ci sono dei corpi. Un bambino. Una donna avvolta in una coperta. Sono stati riportati dal mare, dopo l’ultimo naufragio. La sabbia sulla faccia, che quasi non si vede più. Un bambino ha una camicetta, un po’ verde, un po’ blu. Uno è avvolto in una coperta con i fiori, o forse è una tutina, di quelle con i piedi. Difficile distinguere che cosa è stoffa e cosa bagnasciuga. Non la pubblicherò, perché mi dà la nausea. Perché se fosse mio figlio, morto, non lo vorrei in pasto al mondo. Non la pubblicherò perché ho già passato del tempo, nella mia vita, a rispondere a quelli che “Eh ma è una foto finta, un bambolotto, guarda com’è bianco!”, spiegando che è quello che l’acqua fa a un corpo, quando ci anneghi dentro. L’ho già fatto, e non lo voglio fare più. Non la pubblicherò perché io non lo so, sinceramente non lo so, se ha senso pubblicare queste foto: colpiscono chi vorrebbe affondare i barconi, fanno cambiare idea? O forse colpiscono solo – e fanno male – chi è già sensibile? Non la pubblico, ma è successo. Succede. Succederà.”

Tutti i bambini hanno bisogno del calore e della normalità di un pupazzo con cui addormentarsi la notte per sognare il sorriso della mattina successiva.

La violenza urla

Il video di un padre che urla, si dimena scomposto per difendere un figlio che è accusato di aver commesso l’odioso crimine di stupro è violento. Sono immagini che urtano la sensibilità e andrebbero quasi censurate, se non fosse che vederle, sentirle, restituisce quella che è ancora, purtroppo, una convinzione diffusa ad ogni livello culturale e sociale: la donna se la va sempre a cercare.

Quatto ragazzi che saltellano in mutande con il pisello di fuori si possono al massimo reputare coglioni, mentre la ragazza che partecipa, più o meno consapevole, all’euforia collettiva, non solo è meritoria di epiteti che ledono la sua dignità complessiva, ma è anche una vigliacca, bugiarda, al punto di arrivare a nascondersi dietro accuse infamanti, non si sa per quali benefici.

“Arrestate me – grida con tempi teatrali perfetti, il difensore mediatico degli allegri satiri danzanti – mio figlio è innocente!”. In un perverso gioco di sapienti intrecci comunicativi vuole smuovere la compassione dei genitori: l’ego di “innocenti” madri e silenziosi padri che hanno visto infangare l’onore dei propri rampolli per quella che rimane una bravata.

La giovane fanciulla, sola con quattro ragazzi perché così aveva voluto, consapevole del rischio che finisse coinvolta in un’orgia, è andata a fare surf il giorno dopo, “evidente fosse serena e consenziente”. La tesi di colui che, si ignora con quale ruolo giudiziario irrompa in quello che sarà un processo vero, è lapalissiana per chiunque non abbia mai vissuto un trauma così forte da lacerare ogni percezione naturale.

Il corifeo aizza le folle, occupando ogni anfiteatro visibile per un minuto e 39 nel quale si perde, sarà un lapsus, solo quando deve pronunciare la parola “consensualità” che assomiglia nell’eloquio ad una bofonchiante “conseguenzialità”. Non ci sono dubbi: se si decide di andare in una villa con quattro coglioni, la conseguenza è che berrai fino a perdere i sensi, come minimo sarai afferrata per i capelli e ti presterai ai giochi che il gruppo deciderà per te.

Violenza, ignoranza, incitazione, rischio, paura. Rimangono sensazioni nette e stridenti in chi non ha subito ciò che è toccato in sorte alla ragazza stuprata e ai suoi genitori, ma ha un figlio maschio ed una figlia femmina. Sento urlare, sì, la responsabilità di ribadire ancora una volta, senza la possibilità di platee infinite che: No, no, no e ancora no! Se un’amica o una semplice conoscente decide di venire a bere e a divertirsi con te, non significa in automatico che puoi approfittare di lei. Se lo fai, non sei un coglione, sei uno stupratore, commetti un reato per cui è giusto che ne paghi le conseguenze. E ancora: no, no, e no, se sei allegra e vuoi passare una serata con un ragazzo che hai appena conosciuto, non devi aspettarti che sia naturale ti prenda per i capelli e ti violenti. Soprattutto non è colpa tua, ma sei vittima ed è sacrosanto che denunci, con i tempi che servono per elaborare la paura e la delusione.

Finite le riprese della sciagurata performance, si ha la sensazione che il protagonista, asciugata la saliva eccessiva prodotta, si beva un bicchiere d’acqua e chieda, a chi lo ha immortalato nel suo ennesimo show di pessimo gusto, se sia andato bene, per poi tornare a riprendere le sue normali attività.

A noi donne resta invece la rabbia, la stessa che provano anche tanti uomini non coglioni, non criminali, non stupratori, perché toccherà continuare a dire a sé stesse, a figlie, amiche e sorelle: “state attente a chi incontrate, perché ad ogni livello sociale e culturale, se non rimarrete sempre vigili, diverrete doppiamente colpevoli, difficilmente vittime, e ancora più difficilmente libere.”

La Responsabilità

Il vento della finestra, aperta ieri da una donna disperata, avrei voluto frenarlo con il mio corpo trasparente e con parole fortemente invisibili. Continuo a sentirlo su di me, pesante come la responsabilità di aver scelto questo mestiere per raccontare non per sintetizzare, per conoscere senza limitarmi a rapida comprensione, senza mai ambire alla verità unica che non esiste e non serve, ma lasciando spazio al rispetto delle interpretazioni, senza mai delegare a quello per le persone.

E’ impossibile descrivere cosa si provi nell’istante in cui si decide di lanciarsi nel vuoto. Le parole della retorica dell’estrema disperazione si fermano prive di significato sull’ultimo sguardo. Bisognerebbe adoperarsi in ogni modo per trovare verbi, vocaboli, gesti concreti che possano riaccenderlo, proprio al limite del salto. Invece ieri, una donna, quasi mia coetanea, seria e appassionata professionista, riconosciuta e apprezzata rappresentante dello Stato, madre di una bambina piccola, ha trovato solo proposizioni, ricostruzioni, modi di dire, risultato di un utilizzo superficiale e dissennato della professione del giornalista a spingerla giù, azzerando la luce di ogni sua possibile espressione.

L’ordine a cui si iscrive chi svolge il mestiere del cronista, obbliga a fare dei corsi di deontologia. Ore nelle quali si può decidere di pensare ad altro, di leggere un libro, approfittare per chiudere un lavoro, oppure distrattamente ascoltare le regole minime che indicherebbero, nel rispetto della libertà di espressione, come tutelare i soggetti coinvolti nelle vicende giudiziarie, soprattutto coloro per i quali è ancora massima la presunzione di innocenza.

Nome, cognome, foto, dettagli famigliari, stralci precisi delle accuse, presunte ipotesi a sostegno, fino alla drammatizzazione degli ultimi minuti del pomeriggio di colei che rimane una dirigente stimata e preparata, hanno riempito le pagine dei principali quotidiani, basandosi su quanto fatto trapelare da un giornale minore: scarse vendite in edicola, ma altisonante nome etico.

E’ l’aberrante cultura del like, per cui si sceglie di svolgere test del DNA in diretta televisiva e si lotta per riportarne per primi gli esiti online. La formazione dell’hastag: anni a capire come comporre un’inchiesta e raccogliere le testimonianze, bruciati nei minuti preziosi dedicati all’apprendimento del trend che possa far scattare l’algoritmo perfetto. Pecca di snobismo, perisce nell’invidia o semplicemente viene catalogato come obsoleto, chi ancora aspetta prima di dare la notizia e si ferma quando sente che è troppo presto per chiedere al diretto interessato.

Due anni fa, una brava giornalista che consideravo anche un’amica per averla sostenuta nel suo percorso di crescita professionale, mi lanciò la peggiore delle accuse: mi diede dello sciacallo. Motivo: avevo chiesto l’amicizia su Facebook ad una ragazza che aveva perso da poco il padre e lo salutava, prendendosi l’impegno a ricordarlo piantando una foresta di alberi. Mi sembrava un’idea meravigliosa di cui avrei voluto scrivere, sicuramente non a ridosso di un evento così traumatico, ma seguendola nel tempo per capirne l’evoluzione. Supponendo, non so su quali basi, che mi sarei lanciata alla ricerca di particolari pruriginosi per raccogliere i likes della compassione, la giovane collega mi scaricò addosso parole pesanti che non ho potuto sostenere. Tentai di ricordarle il mio modo personale, infatti parco di consensi mediatici, di raccontare anche vicende legate agli addii e alla memoria, ma poi preferii bloccarla, ferita per questo giudizio più che da una critica distruttiva su un mio scritto.

Sarò una romantica idealista, ma ho avuto maestri speciali che mi hanno mostrato, lacerando la propria anima senza pretendere di ottenere scoop o ascolti da prima serata, come possa essere fondamentale il nostro lavoro, scevro da strategie commiserevoli, per aiutare i protagonisti stessi a ricostruire la propria storia, esponendo necessarie denunce o lasciandone memoria.

Ho letto faldoni di sentenze, perdendomi nella polvere magica degli archivi; ho guardato negli occhi madri e figli di persone citate negli stessi documenti; captato i respiri telefonici di attori di vicende magari considerate minori, ma non per questo non meritevoli di attenzione: mai ho provato la voglia di andare oltre, più il pudore di rimanere indietro.

Il vento della finestra, aperta ieri da una donna disperata, avrei voluto frenarlo con il mio corpo trasparente e con parole fortemente invisibili. Continuo a sentirlo su di me, pesante come la responsabilità di aver scelto questo mestiere per raccontare non per sintetizzare, per conoscere senza limitarmi a rapida comprensione, senza mai ambire alla verità unica che non esiste e non serve, ma lasciando spazio al rispetto delle interpretazioni, senza mai delegare a quello per le persone.

Mi auguro di leggere, con eguale enfasi e spazio, articoli che riportino nome, cognome, ruolo senza altri dettagli, la notizia della guarigione di una persona stimata e del percorso che così potrà affrontare, con il giusto sostegno di parole e sentimenti, per vedere nuovamente riconosciuta la giustizia dei suoi anni di lavoro e di passione.  

90 giorni, 9 mesi, un anno

Avrei avuto tanto da raccontarti sui mesi nei quali abbiamo provato paura, ansia, nostalgia, distanze e voglia di stare insieme, di nuovo. Saresti stata il pensiero di luce che racchiude la speranza anche nelle storie più buie.

Durante la prima ondata del virus, la città di Pesaro venne colpita duramente. Fu tra le province già rosse a fine febbraio del 2020: chiusa dopo un innalzamento imprevisto dei contagi, dovuto anche ad un torneo di basket nazionale che aveva fatto arrivare tifosi da varie parti del paese, prima che venissero adottate le norme di sicurezza. L’ospedale cittadino, il San Salvatore, coadiuvato dal Santa Croce di Fano, cercò di far fronte all’emergenza: medici, infermieri, operatori sanitari non poterono più rispettare turni che divennero infiniti. Il suono delle ambulanze si sostituì a quello delle campane delle tante chiese del centro e alle note del Conservatorio. Persino il mare sembrò fermarsi davanti alla paura, il dolore, l’angoscia che colpì ognuno di noi, costretto a vivere, direttamente, in un’atmosfera a cui non si può essere preparati. A maggio, quando pareva essere fuori dal periodo più duro, alcuni scrissero, provando a lasciare traccia della bufera vista dalla propria prospettiva. L’ho fatto anche io, grazie alla richiesta di Paolo Pagnini animatore di eventi culturali, scrittore, che insieme a Stefano Giampaoli ha raccolto 38 racconti, compreso quello del sindaco Matteo Ricci, nell’antologia Scritti pesaresi della tempesta virale. Nella giornata che si è deciso di dedicare al ricordo delle vittime della pandemia, un numero che purtroppo continua a crescere, mentre siamo nuovamente in zona rossa, ho riletto le mie pagine e deciso di condividerle anche qui. Uscita dalla tempesta, pensai di tornare alla vita, doppia: mi inventai il modo per descrivere cosa era accaduto in quei novanta giorni a chi fosse arrivata dopo nove mesi. Non è diventata realtà, ma nella fantasia, le parole continuano a trasmettermi un senso di speranza, oggi più che mai necessario: un piccolo contributo che dedico a chi non c’è più, a chi ha curato, a chi ha resistito, a chi è ancora in mezzo alle onde e ai tanti bambini, simbolo della fiducia in un futuro di libertà possibile.

Se tu ci fossi stata ti avrei raccontato

Ho accarezzato spesso la pancia in questi ultimi dieci giorni. Credevo che da questa pandemia fossi uscita doppia. Terrorizzata dall’idea di riprendere un’impresa senza sonno, con la schiena a pezzi, di nuovo di fronte all’azzeramento dell’illusione di una vita indipendente, continuavo a provare l’insensata ebbrezza di poterti raccontare il tempo sospeso nel quale eri stata concepita. Sì: sentivo, altrettanto irrazionalmente, che saresti stata una femmina.

Ci immaginavo davanti al mare, a gennaio: facendo i calcoli, saresti arrivata con il freddo. Camminando lungo viale Trieste, in una di quelle mattinate di sole che provano a confondere le stagioni, ti avrei parlato di come ci eravamo ritrovati tutti insieme, per la prima volta, in casa, per un lungo periodo. Non un fine settimana o i dieci giorni di una vacanza estiva, ma oltre tre mesi: io, papà, tua sorella Viola e tuo fratello Luca.

Avrei cominciato, mimandoti gli aneddoti su tuo padre che lavorava dal computer in cucina, mentre tutti noi strisciavamo dietro la sedia per andare a bere o a prendere qualcosa in frigorifero, cercando di non essere visti dai colleghi in diretta video.

Nata digitale, avrei dato per scontata la spiegazione dei dettagli tecnologici: di sicuro tua sorella ti avrebbe già reso protagonista delle sue infinite storie social, anche durante i nove mesi dell’attesa. Lei che era diventata una regista della quarantena. I suoi progressi nel montaggio di scene e nell’apprendimento di effetti speciali andavano di pari passo con le mie cocenti e coerenti delusioni in cucina: il mondo in quei tre mesi si era scoperto panificatore, da noi l’indigestione da pizza mal lievitata aveva rappresentato il rischio concreto di finire in ospedale.  Te ne saresti accorta a breve con le mie pappe dai colori fosforescenti e la consistenza cementizia. Eppure eravamo ingrassati, tanto da farmi considerare la trasformazione del mio corpo per farti posto, una normale evoluzione del percorso di merende a base di nutella e salame nelle ore più improbabili della mattina e della sera.

Arrivate alla discesa accanto ai Bagni Tina, avrei osato scendere con la carrozzina sulla spiaggia. Era uno dei motivi per cui avevamo scelto di lasciare Roma. L’orizzonte senza confine del blu tutto l’anno era riuscito a vincere sul tramonto al Gianicolo d’estate. Tu saresti nata nella nostra nuova città. Forse no, non so se ce l’avrei fatta a tradire la tradizione dell’Isola Tiberina come primo sguardo sul pianeta!

Avrei respirato la calma delle acque ferme e limpide del mare di inverno, per confidarti che certi vicoli, scorci, voci di gabbiano e sorrisi di amici di infanzia avevano riempito di nostalgia alcune notti dell’aprile e del maggio passati. Appena possibile, te li avrei fatti conoscere.

Vuoi mettere, però la sensazione della sabbia sotto i piedi con la lana a coprire il resto del corpo! Per la prima volta in quel marzo e aprile così assolati, era stato vietato l’accesso alle spiagge: i granelli lasciati soli, senza nemmeno una zampa a confonderli, giusto la schiuma delle onde ad accarezzare i più fortunati a riva. Il ritmo delle ruote nell’affrontare qualche dunetta, mi avrebbe fatto tornare in mente le canzoncine registrate nei video delle maestre di Luca che non si era mai entusiasmato a sentire, ma io avevo imparato a memoria. Avremo visto passare qualche cagnolino, andati quasi a ruba quando costituivano una strategia per garantirsi un’ora d’aria quotidiana. Avevo ceduto anche io alla tentazione, imponendo a nonno Giorgio di farmi portare la mattina il povero Puck, conteso con zia Anne.

In questo modo avrei potuto descriverti come appariva strano il centro di Pesaro. Deserto e spettrale alle nove di un marzo nel quale erano cominciate a sbocciare le rose tra i cespugli di Piazzale Matteotti; trattenuto, timoroso, con spinte di audacia verso la fine di aprile, quando sparuti ragazzi si arrischiavano a correre intorno alla rocca; timido, ma voglioso di tornare a vivere nel maggio della riapertura, con i rumori dei cucchiaini e delle tazzine nei bar del Corso e il suono dei phon dai saloni di bellezza.

Cresceva la voglia di mostrarsi dopo essersi tanto nascosti.

Non so se a gennaio avrei indossato ancora la mascherina, ma ti avrei mimato i vari modi comici con i quali la portavano coloro che via via ho incontrato durante le file alla Coal. Ero stata scelta per fare la spesa una volta a settimana. All’inizio perché, nonostante la mia proverbiale ipocondria che avresti conosciuto dalle reazioni al tuo primo starnuto, ostentavo un’antipatica leggerezza, considerando troppa esagerata la richiesta di contingentare le uscite alla necessità, quindi mi imponevo di mantenere almeno quella garantita. Ero anche curiosa di osservare i comportamenti degli altri. Quando però, la mattina di un lunedì intuii il terrore negli occhi della cassiera del nostro piccolo supermercato, compresi che il rispetto delle regole sarebbe diventato la sopravvivenza. La mia inutile sciarpa di seta sul viso per entrare mi fece sentire quasi nuda. Appena rientrata, mi misi a cercare in internet ogni dispositivo necessario: disinfettanti, guanti e soprattutto mascherine. Le trovammo grazie ad un’impresa locale che, come fecero in molte, cambiò l’oggetto della propria produzione per adattarsi alle nuove esigenze. Acquistammo dei curiosi becchi di papero in tessuto prima utilizzato per rivestire divani. In poco tempo divenne un oggetto di moda anche quello: c’era chi l’aveva colorata, chi personalizzata con le iniziali, chi in tessuto aderente, vennero inventate quelle trasparenti per consentire di leggere il labiale ai sordomuti.

Avrei agitato le mani e utilizzato ogni espressione delle labbra anche io per illustrarti quando il carnevale senza scherzi durò oltre novanta giorni. Forse proprio in un impeto anarchico a quel punto ti avrei preso per tenerti tra le braccia: il gesto più vietato e difficile da trattenere. Un passo di danza come quello che sembrava facesse zia Anne in una foto che ho conservato: stringeva sè stessa, sperando di fare raggiungere me dal calore che non poteva trasmettermi direttamente. Quanto è stata dura non sfiorare nemmeno la mano di nonna Lucia, quando aumentava il terrore che potesse contagiarsi! Tanto fragile, ma ortodossa e determinata, aveva rispettato ogni disposizione e superato pure la pandemia. Avrebbe accolto la notizia del tuo arrivo, travolta dall’ansia, per poi consegnarmi la certezza che avrebbe trovato il modo di aiutarmi.

Non sarebbe stata la sola, so che avrei potuto contare anche su coloro che sono stati i miei eroi di quei mesi. Viola e Luca come pure Francesco, Valeria Luce e tutti i bambini poco o più grandi di te che hanno resistito e si sono inventati una nuova fantasia. Hanno visto la realtà dalla finestra per novanta mattine, pomeriggi, sere con il sottofondo delle ambulanze, continuando a creare avventure e mondi segreti tra il tavolo e il divano. Le risate dei loro amici erano suoni meccanici dallo schermo, come pure le voci delle maestre e dei parenti lontani: temo si siano abituati a perderne la musicalità per tenere il contatto. Avrei sussurrato, in quel momento che non c’erano, mentre recuperavamo abbracciate la strada verso il centro, che per te, nella città della musica, avrei voluto solo note di violino o pianoforte sfuggite libere dalle finestre del Conservatorio. Mi sarei un po’ rattristata, pensando alle anime allegre e creative di artisti che ci avevano lasciato in quei giorni. Magari avremmo visto un nonno o una nonna spingere un’altra carrozzina, avrei dedicato loro un sorriso sincero, quello che non abbiamo potuto rivolgere ai tanti meravigliosi anziani, patrimonio di memoria, scivolati via nel silenzio, tra le distanze.

Arrivate a via Rossini, però, sarebbe tornato il buonumore: qui ci siamo riviste, senza barriere, io e zia quando abbiamo consegnato le mascherine come volontarie del comune. Pioveva, finalmente una scusa per stringerci sotto l’ombrello. Non c’era ancora nessuno nelle strade, suonavamo ai citofoni e ci aprivano grati, facendoci scoprire altre prospettive di cortili e di sguardi. Io e zia all’inizio avevamo fatto confusione, poi eravamo partite spedite, tornando a casa stanche, ma felici.

La gioia sarebbe stata l’emozione con cui avrei concluso la nostra prima passeggiata in città, magari davanti scuola a prendere Luca, sperando che avessero trovato un modo per riaprirle in armonia. Dipinte sui vetri delle classi della Carducci, ti avrei fatto vedere i disegni degli alberi con la neve, finalmente sarebbero stati coerenti, non come a maggio, dove rimasero impressi, nonostante fossero fioriti i gelsomini nella strada. Tuo fratello avrebbe avuto l’irresistibile espressione scocciata che aveva già all’asilo dopo aver trascorso quattro ore fermo in un’aula e senza play station. Avremmo aspettato al portone, il ritorno di Viola dalle medie. Fin dall’inizio di Via Morselli si sarebbe percepita la sua voce confusa a quella delle sue amiche: ti avrebbe preso subito per mostrarti loro e insegnarti qualche espressione buffa. Forse a casa avremmo trovato papà che non deve più stare fuori tutta la settimana, ma almeno due giorni può addirittura pranzare con noi, tentando di mantenere la dieta.  

Avremmo, sarebbe, forse…

Ho accarezzato la pancia e ti ho salutato una mattina di sole di giugno, quando ho capito che non saresti arrivata. Sono onesta ho tirato anche un sospiro: non so se avrei trovato la forza per quelle notti, la pazienza per i pianti, la cura per i giorni. Avrei avuto però tanto da raccontarti sui mesi nei quali abbiamo provato paura, ansia, nostalgia, distanze e voglia di stare insieme, di nuovo. Saresti stata il pensiero di luce che racchiude la speranza anche nelle storie più buie.

Ah: abbiamo preso un gatto, rosso, non un cane, chiamato Zorba in onore di un eccezionale scrittore che in quei novanta giorni se ne è andato, lasciandoci un patrimonio di parole e di gioia.

Fragilità in sfida

Ragazzi di nuovo fermi in casa contro anziani da due anni reclusi; malati spaventati contro disabili e caregivers terrorizzati; lavoratori in crisi contro medici esausti. La gestione del virus spariglia: mette in gara le debolezze della società in uno scontro all’ultima salvezza. In fase di sconfitta la comprensione, la coscienza, la solidarietà.

Oggi è tornata a casa più tardi del solito: ha accompagnato alcune delle sue amiche; hanno registrato i loro video nei quali sono apparsi anche gli scherzi dei ragazzi per disturbarle. Il tempo si è distratto. Lo zaino pesantissimo, lo abbiamo preparato insolitamente insieme, assonnate, ridendo per la mia confusione sui colori dei quaderni, non l’ha dissuasa a correre per il corso quando si è accorta che era in effetti l’ultima a rientrare. Non l’ho sgridata, non lo faccio mai, al limite mi preoccupo, ma oggi non potevo proprio. .

Da domani Viola frequenterà scuola in didattica a distanza al 100%, lo ha comunicato il Presidente della Regione, senza precisare fino a quando. Data l’esperienza dell’anno passato, i lunghi saluti calorosi alla normalità ci stavano tutti.

Non voglio partecipare al coro, ormai retorico, di quanti recitano l’inno delle sofferenze dei ragazzi, privati della quotidianità scolastica. So che da domani rivedrò mia figlia vestirsi, pettinarsi per accendere il computer e nascondere il suo viso assonato dietro ad una lettera colorata sullo schermo, sostituta della mascherina. All’inizio fingerò di non carpire la sua inevitabile distrazione, se poi dovessi arrivare ad assistere al suo ciabattare stanco, costante, interverrò con incitazioni sociologiche e riferimenti a imparagonabili paralleli storici. Accetto che questo ennesimo passaggio surreale faccia parte della realtà che stiamo tentando di superare da più di un anno. Avrei preferito si trovassero alternative, ma non casco nella trappola in cui stiamo precipitando, molti inconsapevoli: la gara per vincere il diritto a lamentarsi di più.

Ho passato gli ultimi sei mesi, frequentando reparti ospedalieri insieme a mia madre, temendo per lei e ringraziando costantemente ogni singolo rappresentante del sistema sanitario. Li ho osservati: al lavoro senza sosta e respiro, chiusi in tute, camici e svariate mascherine, senza mai abdicare alla professionalità. Ho raccolto e seguo con costanza le testimonianze di amici e amiche terrorizzate dalle conseguenze dell’attacco del virus su figli o genitori cagionevoli, immunodepressi, disabili, costretti a chiedere l’ovvio, ossia che siano vaccinati insieme ai cari che assistono. Ho pianto per chi non ce l’ha fatta: tanti, troppi uomini e donne dalla storia semplice o incredibile, interrotta bruscamente da quella che doveva essere una banale influenza. Provo angoscia per chi ha perso il lavoro, sta cercando di non chiudere la propria attività, di continuare a credere nel proprio percorso e talento: dignitosamente vanno avanti, nel rispetto delle regole e di sè stessi. Vivo il cambiamento continuo delle abitudini mie, del mio compagno e dei miei figli, disabituati ormai a contatti senza filtri, in dubbio sull’opportunità di una passeggiata, uniti più che mai in gruppi ristretti, con la nostalgia, senza confini, dell’ampiezza umana persa.

Ieri mi ha chiamato un’amica per chiedermi come avessi fatto per prenotare il vaccino per mia mamma: voleva procedere per assicurare una dose al più presto al marito affetto da una malattia rara. Senza rendercene conto, nei nostri vocali, abbiamo innescato una pacifica competizione a chi avesse più motivi per superare l’altro vaccinando. Una patologia cardiovascolare vale meno di una oncologica che però scavalca la rara e forse anche la disabilità ( se non altro per la mancata consapevolezza nei riguardi delle ultime due voci). Abbiamo concluso, spaventate, che speriamo di dimenticare come ci ha trasformato questo lungo periodo.

Pensavamo di essere diventati tutti più consapevoli, legati da una fragilità condivisa, ma non uguale. Colpisce, invece, forte l’ineluttabilità del male che ci ha resi ancora più egoisti, ignoranti, superficiali e chiusi.

Oggi era l’ultimo giorno di scuola in presenza per Viola fino a quando non si sa: alla quarta ora li hanno portati in palestra per sottoporli al tampone di controllo. E’ un servizio dato dal Comune di Pesaro, ma anche una lezione di educazione civica: la comunità scolastica controlla se al suo interno ci siano possibili portatori di contagio da tutelare e da isolare per proteggere gli altri. Alcuni genitori ieri chiedevano se avesse senso farglielo fare : “tanto poi da sabato staranno a casa!” . Temo siano gli stessi che continuano a chiedere perché non si possano nemmeno far venire a pranzo gli amichetti o farli incontrare per un po’ di svago, “poveri figli!”.

“Sai mamma, è la prima volta che non sono felice di non andare a scuola: mi mancheranno i miei compagni. Stare con loro: abbiamo i sorrisi coperti da tempo, ma percepiamo il rumore della risata; provare a suggerire durante le interrogazioni con il linguaggio dei segni; persino confrontarci con i professori, soprattutto con quelli che ci chiedono come stiamo e vogliono sapere veramente la risposta. Speriamo duri meno dell’anno scorso e che prestino un computer a R. : durante la quarantena, a novembre, non ha seguito nemmeno un’ora. Almeno potrò andare a trovare nonna, visto che sono negativa.”

Trattengo la malinconia, lasciando il passo alla tenerezza e all’orgoglio davanti alla conferma che non sono gli adolescenti o i colleghi più giovani, i presunti perdenti in questa assurda partita, anzi ci guidano, mirando all’unico vero avversario, per arrivare almeno ad un pareggio, senza lasciare a terra chi è più debole, solo, indifeso, fragile.   

Per loro, tra l’altro, ancora non è stato sintetizzato un vaccino specifico.

Un padre non uccide i figli

Un uomo ha strangolato nella notte i suoi due figli di dodici anni e poi si è suicidato. Lo ha fatto per odio e per vendetta. Il grido di dolore della madre a cui ha inferto questo colpo così fatale, non deve provocare solo compassione, ma svegliare gli animi: non si può ignorare che l’orrore è costante, in una società che continua a giustificare il violento e a condannare più volte le vittime. A Daniela, Diego e Elena vorrei dire solo “Scusate per non aver impedito che ciò accadesse.” Continua a leggere “Un padre non uccide i figli”

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