Fragilità in sfida

Ragazzi di nuovo fermi in casa contro anziani da due anni reclusi; malati spaventati contro disabili e caregivers terrorizzati; lavoratori in crisi contro medici esausti. La gestione del virus spariglia: mette in gara le debolezze della società in uno scontro all’ultima salvezza. In fase di sconfitta la comprensione, la coscienza, la solidarietà.

Oggi è tornata a casa più tardi del solito: ha accompagnato alcune delle sue amiche; hanno registrato i loro video nei quali sono apparsi anche gli scherzi dei ragazzi per disturbarle. Il tempo si è distratto. Lo zaino pesantissimo, lo abbiamo preparato insolitamente insieme, assonnate, ridendo per la mia confusione sui colori dei quaderni, non l’ha dissuasa a correre per il corso quando si è accorta che era in effetti l’ultima a rientrare. Non l’ho sgridata, non lo faccio mai, al limite mi preoccupo, ma oggi non potevo proprio. .

Da domani Viola frequenterà scuola in didattica a distanza al 100%, lo ha comunicato il Presidente della Regione, senza precisare fino a quando. Data l’esperienza dell’anno passato, i lunghi saluti calorosi alla normalità ci stavano tutti.

Non voglio partecipare al coro, ormai retorico, di quanti recitano l’inno delle sofferenze dei ragazzi, privati della quotidianità scolastica. So che da domani rivedrò mia figlia vestirsi, pettinarsi per accendere il computer e nascondere il suo viso assonato dietro ad una lettera colorata sullo schermo, sostituta della mascherina. All’inizio fingerò di non carpire la sua inevitabile distrazione, se poi dovessi arrivare ad assistere al suo ciabattare stanco, costante, interverrò con incitazioni sociologiche e riferimenti a imparagonabili paralleli storici. Accetto che questo ennesimo passaggio surreale faccia parte della realtà che stiamo tentando di superare da più di un anno. Avrei preferito si trovassero alternative, ma non casco nella trappola in cui stiamo precipitando, molti inconsapevoli: la gara per vincere il diritto a lamentarsi di più.

Ho passato gli ultimi sei mesi, frequentando reparti ospedalieri insieme a mia madre, temendo per lei e ringraziando costantemente ogni singolo rappresentante del sistema sanitario. Li ho osservati: al lavoro senza sosta e respiro, chiusi in tute, camici e svariate mascherine, senza mai abdicare alla professionalità. Ho raccolto e seguo con costanza le testimonianze di amici e amiche terrorizzate dalle conseguenze dell’attacco del virus su figli o genitori cagionevoli, immunodepressi, disabili, costretti a chiedere l’ovvio, ossia che siano vaccinati insieme ai cari che assistono. Ho pianto per chi non ce l’ha fatta: tanti, troppi uomini e donne dalla storia semplice o incredibile, interrotta bruscamente da quella che doveva essere una banale influenza. Provo angoscia per chi ha perso il lavoro, sta cercando di non chiudere la propria attività, di continuare a credere nel proprio percorso e talento: dignitosamente vanno avanti, nel rispetto delle regole e di sè stessi. Vivo il cambiamento continuo delle abitudini mie, del mio compagno e dei miei figli, disabituati ormai a contatti senza filtri, in dubbio sull’opportunità di una passeggiata, uniti più che mai in gruppi ristretti, con la nostalgia, senza confini, dell’ampiezza umana persa.

Ieri mi ha chiamato un’amica per chiedermi come avessi fatto per prenotare il vaccino per mia mamma: voleva procedere per assicurare una dose al più presto al marito affetto da una malattia rara. Senza rendercene conto, nei nostri vocali, abbiamo innescato una pacifica competizione a chi avesse più motivi per superare l’altro vaccinando. Una patologia cardiovascolare vale meno di una oncologica che però scavalca la rara e forse anche la disabilità ( se non altro per la mancata consapevolezza nei riguardi delle ultime due voci). Abbiamo concluso, spaventate, che speriamo di dimenticare come ci ha trasformato questo lungo periodo.

Pensavamo di essere diventati tutti più consapevoli, legati da una fragilità condivisa, ma non uguale. Colpisce, invece, forte l’ineluttabilità del male che ci ha resi ancora più egoisti, ignoranti, superficiali e chiusi.

Oggi era l’ultimo giorno di scuola in presenza per Viola fino a quando non si sa: alla quarta ora li hanno portati in palestra per sottoporli al tampone di controllo. E’ un servizio dato dal Comune di Pesaro, ma anche una lezione di educazione civica: la comunità scolastica controlla se al suo interno ci siano possibili portatori di contagio da tutelare e da isolare per proteggere gli altri. Alcuni genitori ieri chiedevano se avesse senso farglielo fare : “tanto poi da sabato staranno a casa!” . Temo siano gli stessi che continuano a chiedere perché non si possano nemmeno far venire a pranzo gli amichetti o farli incontrare per un po’ di svago, “poveri figli!”.

“Sai mamma, è la prima volta che non sono felice di non andare a scuola: mi mancheranno i miei compagni. Stare con loro: abbiamo i sorrisi coperti da tempo, ma percepiamo il rumore della risata; provare a suggerire durante le interrogazioni con il linguaggio dei segni; persino confrontarci con i professori, soprattutto con quelli che ci chiedono come stiamo e vogliono sapere veramente la risposta. Speriamo duri meno dell’anno scorso e che prestino un computer a R. : durante la quarantena, a novembre, non ha seguito nemmeno un’ora. Almeno potrò andare a trovare nonna, visto che sono negativa.”

Trattengo la malinconia, lasciando il passo alla tenerezza e all’orgoglio davanti alla conferma che non sono gli adolescenti o i colleghi più giovani, i presunti perdenti in questa assurda partita, anzi ci guidano, mirando all’unico vero avversario, per arrivare almeno ad un pareggio, senza lasciare a terra chi è più debole, solo, indifeso, fragile.   

Per loro, tra l’altro, ancora non è stato sintetizzato un vaccino specifico.

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