La memoria illumina il buio

Le parole sono tracce fondamentali per testimoniare che l’orrore c’è stato. La voce dei testimoni è eco nella nostra anima. Anne ha disegnato l’indicibile per chi non l’ha vissuto. La luce deve rimanere accesa sempre.

La ricerca per conoscere il passato è linfa per il futuro. Non si smetta mai di conoscere e trasmettere per evitare che possa accadere ancora.

La storia è memoria che vola e sopravvive alle tenebre.

Finalmente in classe!

“Ho detto ai ragazzi: “vi autorizzo a farmi urlare “Basta!”, fino a quando proprio non ne posso più della vostra confusione che è ripresa reale alla vita.” Nella gioia del ritorno a scuola mi sembra squisito anche l’orribile caffè della macchinetta.”

Liceo Artistico Ferruccio Mengaroni di Pesaro

Essere adolescenti, dal 2019 ad oggi, ha perso un tassello fondamentale: la condivisione dei banchi, delle ansie da interrogazione, dei successi e dei timori per verifiche e voti, dell’allegria della ricreazione. Ha assegnato loro un segno distintivo dell’era digitale: la Didattica a distanza. Lentamente la maggior parte degli istituti italiani si sono dotati dei mezzi per raggiungere alunne e alunni nelle stanze, in cucina, in spazi stretti o ampi saloni, con il segnale perfetto o ad intermittenza. I professori si sono aggiornati, anche i più restii, si sono adeguati a dialoghi veicolati da schermo e tastiera. La considerazione mediatica sui ragazzi è passata dalla superficiale immagine di sdraiati alle evenienze ad eroi civili per la resistenza alla perdita della convivialità; sugli insegnanti si sono concentrati strali di genitori e altre categorie professionali per dipingerli come passivi esecutori in circostanze che pure garantivano stipendi e comodità. Rare le eccezioni che ne hanno evidenziato gli sforzi per continuare a offrire, proprio ad una generazione di possibili asociali, la quotidianità, il presente e soprattutto la prospettiva perduta. Ieri, finalmente, in alcune regioni, tra cui le Marche, gli studenti delle superiori sono tornati in classe, a tentare di riprendersi l’eccezionale normalità. Il paradosso: sono felici di stare a scuola insieme ai loro professori. Una sensazione di gioia condivisa che illumina le parole del racconto di Roberta Magnabosco, docente di italiano e storia nel Liceo Artistico Ferruccio Mengaroni di Pesaro, uno tra gli istituti più antichi della città e più aperti al dialogo costante con il territorio. La sua traccia prova a dimostrare quanto la cultura, respirata e vissuta insieme, aiuti a superare le asperità, donandoci semplici e preziosi esempi di realtà da recuperare.

La traccia: il ritorno a scuola, in presenza.

“Il Mengaroni è stata la mia scuola come alunna: volevo tornarci da insegnante. Obiettivo raggiunto nel 2009, da quando ho iniziato ad essere la prof. di italiano e storia. Amo il mio lavoro, stare con ragazze e ragazzi, ognuno diverso, osservarli, ascoltare dubbi e reazioni, condividere. Ho cercato anche in questi lunghi mesi di Didattica a distanza di mantenere questo principio.”

“E’ stato un periodo faticoso anche per noi professori. Non abbiamo avuto più orari, si è perso il confine tra vita professionale e dimensione privata. Potevano arrivarci mail di compiti da correggere, domande da risolvere, la mattina come la sera, con la sensazione di rimanere comunque sospesi.  Sempre in servizio, ma difficilmente appagati dall’idea di aver concluso un passaggio come accade dopo lezioni intense in classe o verifiche dal vivo. In DAD si ha a che fare con delle facce spesso stanche, annoiate o peggio con le letterine dietro cui si suppone ci siano i ragazzi. Per quanto ci si ingegni, non si riesce ad avere il polso della classe. Le lezioni io le baso sulle curiosità, gli sguardi, le reazioni: gli stessi argomenti possono cambiare a seconda dei miei interlocutori. Non si può ragionare, seguendo la logica dell’imbuto in cui far passare argomenti, per questo si fa il triplo della fatica a cercare di instaurare uno scambio attraverso lo schermo. Ci sono poi le situazioni problematiche dei singoli ragazzi: noi abbiamo dato la possibilità a chi proprio non avesse le condizioni minime per poter accedere alla DAD, di venire in classe. Ho fatto lezioni con un alunno in aula e il resto dei compagni da casa.”

“Ho sentito e seguito le polemiche che tendevano a descrivere gli insegnanti come privilegiati che potevano lavorare in tutta tranquillità. Chi fa questo mestiere con passione non ha mai goduto di alcun beneficio da questa situazione. Non è stata una pacchia decidere come valutare, come organizzare gli argomenti, come verificare l’apprendimento di chi riesce a seguire e chi non. Nell’incertezza ci siamo dedicati senza limiti, dando la disponibilità a rispondere anche durante i giorni di festa o a notte inoltrata.”

“Ho ricevuto l’ulteriore conferma di come il tempo della scuola sia fondamentale per scandire le giornate dei ragazzi: perderlo, li disorienta. Noi abbiamo garantito che almeno potessero proseguire nei laboratori, per noi cardine della didattica. Ogni 15 giorni avevano a disposizione, in sicurezza, questi spazi per portare avanti una parte dei progetti.”

“Nonostante ciò, appena abbiamo saputo che si poteva tornare in classe, insieme, ci siamo emozionati. Eccitati, sia noi professori, sia loro alunni: come se fossimo al primo giorno di scuola. Abbiamo deciso di far tornare le classi intere in presenza, con una rotazione: tre giorni metà del Liceo, l’altra in DAD e viceversa. Abbiamo spazi grandi, possiamo farlo e non vedevamo l’ora. Dopo aver discusso anche tra noi insegnanti nel collegio docenti abbiamo concluso che per i ragazzi sia importante immaginare di non avere davanti un’intera settimana scolastica da casa, ma pensare che si possa spezzare, alternando giornate in presenza.”

“Ho detto ai ragazzi vi autorizzo a farmi urlare “Basta!”, fino a quando proprio non ne posso più della vostra confusione che è ripresa reale alla vita. Nella prima, sono stati più moderati nel raccogliere l’invito, ma mi hanno dedicato un’attenzione estrema. In terza, l’imperativo, è stato recepito. Abbiamo trascorso ore meravigliose all’insegna del: “Chiacchieriamo, facciamo battute, ridiamo, ritroviamoci!”

“Ha prevalso, però, la voglia di programmare. Hanno manifestato il bisogno di sapere che cosa accadrà durante la settimana: quali lezioni riprenderemo; quali film vedremo; a quali progetti daremo seguito insieme. Vogliono stare a scuola. Ho vissuto direttamente la frustrazione di mio figlio che frequenta la quinta liceo nel vedere uscire i fratelli più piccoli, mentre lui rimaneva a casa, davanti al suo computer.”

“In tanti nel nostro liceo arrivano da Fano o dalla Romagna, prendono pullman e treni: nessuno si è lamentato dei trasporti. E’ normale ci sia qualcuno che deve riprendere il via, ma sono sembrati quasi tutti felici e nessuno preso dal timore che si possa fermare di nuovo la normalità.  Noi insegnanti siamo più spaventati da eventuali chiusure ulteriori, anche se questi giorni voglio godermi la gioia del ritorno. Finchè si può, stiamo in classe insieme. Mi sembra squisito anche il caffè della macchinetta, di solito orribile.”

La traccia volante: ”Ragazzi alzate la voce, perché così non vi sento!”

Ne parliamo in sezione

Non sono mai stata iscritta al Partito Comunista, ma ne ho respirato la storia e vissuta l’eco quando, a 21 anni, sono diventata la segretaria della sezione dei DS di Trastevere. Le tracce di quel periodo di formazione politica, professionale, umana sono in me ogni volta che non mi arrendo all’indifferenza, avvertendo forte la nostalgia di una comunità con cui arrabbiarmi, confrontarmi, sorridere e nella quale trovare conforto.

Ne parliamo in sezione!” Dai 19 ai 27 anni è stata la forma di saluto da me più utilizzata. Via Luigi Masi,7: un’anticamera, un salone con un piccolo bagno, raggiungibili da una scala, facendo attenzione a non sbattere la testa alla porta d’ingresso. Era la sezione del PDS di Trastevere diventata poi DS, nella quale sono entrata per la prima volta, nel 1997, curiosa, per partecipare ad una iniziativa con Walter Veltroni, accolta dall’ingegner Santuccione, segretario locale del tempo. Qui, davanti alla imponente tela di Mario Schifano, dedicata a Gian Maria Volontè, donata ai compagni, ho svolto la mia formazione umana, politica e professionale, contando su giovani e anziani maestri.

Ci ho pensato tanto ieri, leggendo i ricordi di chi ha potuto vivere appieno la storia del Partito Comunista italiano o ne ha revocato vicende strettamente connesse. Io non ho potuto, per motivi anagrafici essere iscritta o avere tessere del PCI, ma in via Masi, ho avuto l’opportunità, unica, di respirarne l’eco; di ascoltare la voce e ricevere gli insegnamenti di chi aveva contribuito a fondarlo e distinto il percorso; di fare parte di una comunità di eredi nei valori e nella quotidianità.

Il senso del mio fare politica era racchiuso nella miscela che determinava il mio ripetere insistente, quasi un mantra “ne parliamo in sezione!”.

Ne parliamo in sezione!” Prima in religioso silenzio, poi attendendo con ansia il turno di interventi via via meno stentati, allenati alla scuola di dialettica di chi riusciva a contenere soluzioni strategiche e conclusioni efficaci in poche parole. Non senza abbeverarsi di lezioni di storia, sociologia, satira, affabulazione istrionica, oltre i 10 minuti di tempo, impossibili da interrompere.

Ne parliamo in sezione!” con Bice Chiaromonte, Luciana Ribet, Bruno Trentin, Renato Nicolini, Saverio Tutino, ma anche con Andrea, Raffaello, Carla, Ilaria, Antonio, Nicola, Riccardo, Rina, Nello.

Ne parliamo in sezione!” delle crisi internazionali, delle guerre, dei terremoti: del modo di costruire un parere articolato e soprattutto di offrire piccoli contributi concreti alle vittime più deboli. Una delle prima iniziative a cui partecipai fu una raccolta di indumenti da mandare in Kosovo. Arrivarono tanti pacchi da smistare. Tra questi, un pomeriggio di sabato, ne consegnò uno grande, personalmente, un compagno alto ed elegante. Entrò nel salone, poi tornò da me, congelata alla scrivania all’ingresso, mi guardò:  “Ma sei da sola compagna? Brava, bisogna dare il proprio contributo. Ne approfitto per fare la tessera: sono Alfredo Reichlin.”

Ne parliamo in sezione!”, quando si accendeva la discussione che poi avrebbe portato ad ulteriori divisioni. Nessuno si alzava fino a notte: stremati noi più giovani, venivamo rinfrancati dalla pizza, offerta proprio da chi non aveva mollato la presa fino all’ultima virgola.

“Ne parliamo in sezione!”, non appena attaccarono le Torri Gemelle. La televisione si vedeva sfocata, ma non importava: eravamo lì, insieme, a condividere lo sgomento.

Ne parliamo in sezione!” se si era vinto o ancora di più quando si era perso: “Assemblea degli iscritti, per dibattere sulle ragioni della sconfitta”.

“Ne parliamo in sezione!” per costruire, dal municipio al Parlamento, perché tra i compagni, senza distinzioni, c’erano consiglieri, presidenti, deputati e senatori, pronti a raccontare quanto accadeva e a portare le nostre istanze, anche quelle del più arrabbiato degli Elios Pradò o Marcello Varone.

Ne parliamo in sezione!” il sabato e la domenica del voto, prima, però si pranzava da Rina. La porta della casa di Vicolo del Cinque rimaneva aperta per servire, a turni diversi, amatriciana e fettine panate. Al seggio si rischiava di tornare appesantiti e sonnolenti, per questo, nel salotto della nostra mitica compagna Del Pio, si gestivano pure le consegne pomeridiane e serali dei litri di caffè necessari. “Quello che il partito mi chiede, io fo’ ”, era quanto ripeteva Rina, includendo nella forma tronca del verbo il sostentamento dei rappresentanti di lista.

Ne parliamo in sezione!” dei problemi del paese, senza tralasciare quelli personali, in un intreccio che non pareva mai incoerente. Mi sono innamorata in sezione, ho festeggiato compleanni, ho stretto amicizie durature, ho pianto lacrime di rabbia e di delusione, acceso emozioni e sorrisi che porto ancora dentro come luci.

“Puoi venire a casa a portarmi la tessera?”. In Via dei Riari, una delle strade più eleganti del rione, a ridosso dell’Orto Botanico, Saverio Tutino mi accolse in un appartamento dove libri e foto riempivano scaffali e muri anche della cucina. Tra le ore più preziose del mio percorso di segretaria di sezione, ci sono quelle trascorse ad ascoltare le memorie dei suoi viaggi in Sud America.

Ne parliamo in sezione!” del presente e del futuro di ognuno di noi che avevamo appena vent’anni. “Stai provando a pubblicare un libro su un pentito di mafia? Ti aiuto io!” Dal momento in cui capì le mie difficoltà di giornalista appena affacciata alla professione, con una materia così più grande di me, il professor Enzo Ciconte, è diventato un faro. Il mio primo saggio è uscito e ne sono seguiti altri sotto la sua generosa guida.

Ne parliamo in sezione!” di sogni che si possono realizzare, come creare e distribuire un giornale, con l’ardire di chiamarlo “L’Unità di Trastevere”. Eravamo una redazione di tuttofare condotti per mano, penna e strigliate in francese, dalla maestra Danielle Lantin.

Ne parliamo in sezione!” e i giorni della settimana non bastavano per il calendario delle attività: il lunedì mamma apriva per fare le tessere; martedì c’era Carla con lo spazio dell’arte; mercoledì sera il cineforum con Antonio; il giovedì i corsi di informatica di Lorenzo; il venerdì le riunioni del giornale; il sabato in piazza a fare volantinaggio; la domenica le partite della Roma.

Ne parliamo in sezione!” quando, non senza la paura della sfida e del confronto con la storia, mi elessero segretaria: provai l’intervento per ore, persino con un’amica psicologa, per poi pronunciare solo un sentito “grazie”.

Ne parliamo in sezione!” dopo aver salutato un compagno o compagna che ci lasciava. Le cerimonie si spostavano, solo per motivi logistici, alla Casa delle Culture di Via di San Crisogono.

“Ne parliamo in sezione!” per risolvere dubbi. “Che dite, accetto e vado a dare una mano a Botteghe Oscure?”. Un’intera campagna elettorale nel palazzo dove si è costruita la storia, a correre per le scale con i comunicati stampa come se fosse normale, per poi sfogare lo stupore, il senso di inadeguatezza o i piccoli successi nel bar di via dei Delfini con Vezio e Maria, altri preziosi iscritti.

Ne parliamo in sezione!” davanti allo stupore dei pochi amici del tempo non tesserati, colpiti dalla gratuità del mio impegno mentre montavo gazebo, trascorrevo serate a redigere interventi, dedicavo domeniche e giornate di festa a tenere aperto “il presidio del partito nel territorio.”

Ne parliamo in sezione!” nel momento in cui comunicai: “Accetto il lavoro, ma mi sa che dovrò lasciare la segreteria.” Lo confessai proprio all’ingegner Santuccione, il primo che mi aveva accolto e colui che aveva voluto fortemente che assumessi quello che era stato il suo ruolo. Lo struggimento unito alla consapevolezza di un nuovo percorso da aprire, mi spinsero a decidere. Ironia della sorte, quella volta, ne parlammo durante uno dei primi direttivi che si svolse nella nuova sede in cui si trasferì la sezione, a pochi passi da via Masi. Bice mi guardava come sempre severa, fino ad addolcirsi, quando ammisi, con la voce rotta: “di aver potuto compiere il miglior percorso di formazione che nessun altra università mi avrebbe garantito. Seppure per certi versi arrabbiata e sconfitta, ringraziavo dal primo all’ultimo dei compagni per avermi aiutato a realizzarlo.”

Non sono stata iscritta al Partito comunista, ma ancora oggi, a distanza di quindici anni dall’ultimo direttivo, mi sento di essere grata all’eco, alla voce, agli insegnamenti di chi aveva contribuito a fondarlo e ne aveva distinto il percorso: alla comunità di eredi nei valori e nella quotidianità.

Preda di una nostalgia, acuita dal periodo, non so cosa darei per poter tornare a parlare in sezione con Alfredo, Bruno, Saverio, Bice, Carla, Rina, Nicola, Raffaello, Riccardo, Ilaria, Enzo, Elena, Nello e i quasi 300 iscritti di via Luigi Masi, 7.

Ridisegnare gli Stati Uniti d’America

“E’ un nuovo giorno per l’America.” Queste le prime parole pronunciate da Joe Biden, oggi, 20 gennaio 2021, giornata del suo insediamento come 46 ° Presidente degli Stati Uniti. La matita di Anne, ha impresso sul foglio, quattro disegni per raccontare ciò che è accaduto e ciò che sarà dall’altra parte dell’Oceano.

E’ iniziata l’era Biden. Al Presidente, appena insediato, il compito di cancellare l’eredità di chi ha indebolita la forza democratica degli Stati Uniti e ricostruire. L’obiettivo riaccendere il sorriso e la fiducia nel futuro, oltre alla Statua della Libertà, al maggior numero di cittadini del mondo.

“Cercheremo di capire come risolvere i problemi di ognuno di noi. Finire la guerra che ci mette gli uni contro gli altri. Aiutarci. Se riusciamo a fare questo, il nostro paese diventerà ancora più prospero e forte. Offriremo il potere del nostro esempio.” Joe Biden, Presidente degli Stati Uniti d’America.

“Abbiamo visto una forza che frantumerebbe la nostra nazione invece di unirla.” Amanda Gorman, poetessa.

“Siamo al Campidoglio, davanti ad un luogo sacro. Qui, dove pochi giorni fa è avvenuta tanta violenza che, giuro, non succederà più! Gli Usa hanno molto da fare in questo inverno di pericolo, molto da riparare e da risanare.” Joe Biden

“Ai figli dei nostro Paese, indipendentemente dal vostro genere, abbiamo un messaggio chiaro per voi: sognate con ambizione, guidate con convinzione e guardate a voi stessi in modi che forse gli altri non vedranno, ma semplicemente perché non lo hanno mai visto prima. E noi vi applaudiremo ad ogni passo”. Kamala Harris, Vice presidente degli Stati Uniti D’America.

“Evitiamo la disperazione, solamente insieme possiamo fare cose importanti. Ci metteremo alla prova e saremo sempre in grado di rialzarci. Saremo giudicati per come riusciremo a risolvere questa cascata di crisi. Abbiamo un obbligo verso i nostri figli: dare loro un mondo migliore. Scriviamo, uniti, il nuovo capitolo della storia americana e del mondo.” Joe Biden

L’esempio

Sami Modiano, 90 anni, si è appena vaccinato contro il Covid. La sua immagine fiera, mentre scopre il braccio sul quale ben altre tracce ha lasciato la storia, per farsi iniettare il futuro, rappresentano la speranza.

Testimone degli orrori dei campi di concentramento, ha dedicato la sua vita per trasmettere quanto vissuto ai ragazzi delle scuole ed oggi si rende ancora memoria viva con il suo corpo e la sua anima. Tra i tanti motivi per i quali dobbiamo essere grati a chi dona sé stesso per gli altri, c’è la consapevolezza dell’importanza di dare l’esempio. Ne abbiamo persi tanti, troppi in questi mesi, di giganti in grado di renderci meno nani: madri, padri, nonne, nonni, amici, maestre e maestri. A chi rimane, si aggiunge un’ulteriore responsabilità: portare avanti l’impegno più soli e determinati.

Come Modiano, unico sopravvissuto della sua famiglia, tornato da Auschwitz, a cui il padre, che purtroppo ne rimase vittima, affidò il compito di farcela per raccontare ciò che aveva visto, anche la senatrice Liliana Segre, non si è mai fermata nella sua opera di divulgazione di conoscenze e di valori. Nemmeno il virus ha arrestato la dimostrazione della forza dei suoi 90 anni, coltivati nel rispetto delle regole, non retoriche ma reali. Le hanno consigliato di preservarsi, data l’età, di non esporsi a rischi di possibile contagio fino al vaccino. Non ha aspettato, è partita per Roma, perché, come ha dichiarato al Fatto quotidiano, deve essere pronta a fare il suo dovere a Palazzo Madama. “Contavo di riprendere le mie trasferte solo una volta vaccinata, ma di fronte a questa situazione ho sentito un richiamo fortissimo, un misto di senso del dovere e di indignazione civile. Non riesco ad accettare che in un tempo così difficile vi siano esponenti politici che non riescono a fare il piccolo sacrificio di mettere un freno a quello che Guicciardini chiamava il particulare”.

Sami Modiano e Liliana Segre, 90 anni, una storia comune, nel dolore e nella speranza, nel passato e nel futuro. A loro, come ai tanti che continuano, ogni giorno, ad insegnarci il valore dell’amore per gli altri, deve andare il nostro grazie.

Oggi, più di ieri, perché illuminano, nel buio, il senso di un domani per tutti.

Per Fabrizio e per tutti

“Come se la paura, comune quasi tutti nell’ultimo anno, abbia generato, a partire da Aradeo, un bisogno di amore, di darne senza l’obbligo di riceverne. A due giorni dall’appello, lanciato via social e con una locandina, avevamo raggiunto oltre 40 prenotazioni per partecipare il 19 dicembre, alla prima giornata di tipizzazioni per donare il midollo osseo. Per la quarta, prevista per domani, sabato 16 gennaio, ne abbiamo quasi 200.”

Non è stato facile riprendere l’entusiasmo per raccontare. Mi serviva una storia semplice di speranza e di condivisione. Ho ripreso a cercare: i miei occhi si sono fermati sull’immagine di una fila ordinata lungo la strada di un borgo. Non evocava critiche o soluzioni agli assembramenti, ma descriveva quanto sta accadendo ad Aradeo, comune di 9000 abitanti a 27 chilometri da Lecce. Qui vive un artigiano di 44 anni, Fabrizio Arcuti con la sua famiglia che nelle ultime settimane sembra essersi allargata, fino quasi a comprendere l’intero paese. A giugno ha scoperto di essere affetto da una forma di leucemia per cui è necessario il trapianto di midollo. A novembre la ricerca è diventata più urgente, Fabrizio, una moglie, due figli e due sorelle, ha continuato a provare a mantenere intatti i ritmi delle sue giornate, ma chi è cresciuto al suo fianco, Maria Neve la sorella maggiore e Piera la minore hanno iniziato a pensare come fare per trovare il prima possibile il donatore compatibile. 1 su 100 mila: questo il numero che rappresenta la sfida davanti cui vengono posti i malati di leucemia. Maria Stea, agguerrita presidente dell’ADMO regionale pugliese, lo ha ribadito alle due donne salentine. Un’impresa che da subito hanno capito non riguardare solo Fabrizio, ma contenere l’opportunità di unire, nella costruzione e nella vittoria, donatori e pazienti in attesa. Tre giornate speciali, che domani diventeranno quattro per “tipizzare”, ossia registrare le caratteristiche del midollo, di donne e uomini dai 18 ai 35 anni con un peso superiore ai 50 chili: dovevano cominciare con almeno 40 candidati per dare un senso alla mobilitazione di un’autoemoteca e di una equipe medica dedicata, cifra superata il giorno stesso che è stato pubblicato sui social l’appello con il riferimento telefonico a cui prenotarsi. Sono seguiti post di musicisti e artisti amici di Fabrizio, il più visualizzato quello di Cesko del gruppo Après La classe, non è mancato neanche l’appoggio di Emma Marrone, originaria del posto. Alla terza giornata, sabato scorso, 9 gennaio, davanti al poliambulatorio di Aradeo sono arrivati in 200. Una fila ordinata, organizzata nei dettagli per garantire sicurezza ed efficienza. L’immagine di una comunità che si stringe a chi ha bisogno, consapevole che il proprio dono potrebbe riaccendere la speranza di Fabrizio, ma anche di chi non si conosce, in altre zone del paese, in attesa che, da quel registro nazionale dove difficilmente si riescono ad annotare così tante tipizzazioni in poco tempo, esca il proprio tipo giusto. Raccogliere il racconto di Maria Neve Arcuti, insegnante, speaker radiofonica, guida turistica, sorella di Fabrizio è più di una miccia per tornare ad accendere la voglia di scrivere e mostrare la bellezza generosa che resiste al buio dell’egoismo. Le tracce ripartono da Aradeo per tentare di raggiungere il cuore di Roma, Milano, Genova, Palermo e dimostrare che ancora si può essere realmente uniti nell’affrontare la paura.

La traccia: la donazione

“Siamo tre fratelli: io sono la più grande, Fabrizio è in mezzo e poi la più piccola, Piera. Abbiamo caratteri diversi, ma siamo molto legati. Quando uno di noi ha scoperto di avere la leucemia ed è stato molto male, soprattutto durante il terzo ciclo di chemio, abbiamo deciso di non lasciare il passo al terrore, ma di trasformarlo in azioni concrete per aiutare Fabrizio e non solo. Mia sorella ha contattato l’ADMO e abbiamo avuto la fortuna di incontrare Maria Stea, la presidente, donna competente e agguerritissima. “Perché non organizzate una giornata speciale di tipizzazioni per Fabrizio e per tutti?”

“Ci ha spiegato bene cosa significasse, per fare in modo che fossimo in grado di far comprendere bene ad ogni possibile donatore che la compatibilità non è semplice da trovare, per cui più tipizzazioni si fanno, ossia registrazioni delle caratteristiche del proprio midollo, più opportunità si offrono alle migliaia di persone in attesa, non solo a nostro fratello. L’iscrizione nel registro nazionale prevede una promessa che diventa effettiva al momento della chiamata: difficilmente il processo è immediato e corrisponde al destinatario per cui si è deciso di donare. L’equazione 1 a 100 mila corrisponde ad un numero reale. Il principio con il quale procedere ci è stato subito chiaro: provare a sensibilizzare riguardo la sua malattia e tentare di sostenere il abbiamo intrapreso il percorso è chiaro per noi: la risposta che abbiamo ricevuto ha dimostrato come lo fosse e lo sia per i tanti che hanno cominciato a chiamare per aderire.”

“Maria ci ha detto che per iniziare ci avrebbero fornito un’ autoemoteca con un’equipe medica a bordo: noi avremmo dovuto trovare almeno 40 persone disposte alla tipizzazione. Con mia sorella ci siamo guardate e subito chieste: ”Ma come facciamo, in questo periodo, con il virus che giustamente spaventa tanti, a convincere a venire in piazza per fare un prelievo?” Credo, invece, che proprio il periodo ci abbia aiutato. Come se la paura, comune quasi tutti nell’ultimo anno, abbia generato, a partire da Aradeo, un bisogno di amore, di darne senza l’obbligo di riceverne. Per organizzare la prima giornata, sabato 19 dicembre, abbiamo lanciato l’appello via social e con una locandina dove abbiamo stampato i nostri numeri di riferimento per prenotarsi. Il telefono ha iniziato subito a squillare, se all’inizio erano soprattutto amici di Fabrizio, poi ci siamo rese conto che aumentavano coloro che sapevano chi fosse, ma avevano deciso di fare la donazione seguendo il nostro principio. Dopo due giorni avevamo già segnato il nome di oltre 40 possibili donatori.”

“Quel sabato sono arrivati all’autoemoteca anche degli amici musicisti di nostro fratello, un canale prezioso per raggiungere la platea dei donatori che deve avere un’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Hanno preparato e diffuso dei video di sensibilizzazione, raggiungendo quote di visualizzazioni che si sono trasformate nella necessità di una seconda giornata di tipizzazioni, il 21 dicembre. In particolare, Cesko del gruppo Après La classe, compagno di scuola di Fabrizio, ha realizzato un video che ha raccolto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Attraverso il fratello, altro nostro amico, abbiamo raggiunto anche Emma, nata e cresciuta qui ad Aradeo, che ha promosso l’evento nei suoi canali social. Mi ha stupito che persino un mio post, registrato dal divano di casa, nel quale spiegavo bene in cosa consistesse la donazione, rispondendo a dubbi legittimi circa le procedure del trapianto, sia stato condiviso da centinaia di sconosciuti. E’ evidente il bisogno di informare: molti pensano che si tratti di midollo spinale, mentre il prelievo e la donazione riguarda il midollo osseo, non è quindi riferibile ad operazioni e interventi invasivi per chi dona.”

“Il mio lavoro da professoressa, insegno lettere nella scuola media cittadina, ogni giorno mi ricorda quanto sia fondamentale fare arrivare il messaggio giusto. Ho l’esempio quotidiano dei miei ragazzi che, se motivati, tirano fuori una passione ed una consapevolezza incoraggianti. Si dice che siano la generazione dei videogiochi, in parte è vero, ma io, responsabile della biblioteca, li vedo venire a scegliere libri, chiedere, tornare dopo averli letti. Il caso personale che sto vivendo mi ha donato un’ulteriore conferma: i miei alunni hanno saputo e non mi fanno mancare neanche la loro solidarietà con domande, bigliettini, incoraggiamenti.”

“Mio fratello è molto introverso, timido, ha attraversato tre fasi in questo ultimo periodo rispetto alla reazione di vicinanza del paese e non solo. Nella prima ha delegato completamente a me che sono la sorella naturalmente portata alla dialettica, si è poi preoccupato, vedendo crescere il numero dei contatti: scherzando mi ripeteva “mi raccomando non farmi vergognare”. Quando ha visto mobilitarsi e arrivare alla terza giornata oltre 200 persone ha sentito la necessità di esporsi per ringraziare. Sabato mi ha chiamato incredulo: “Maria mi hanno contattato da Mediaset, dicono che vogliono intervistarmi per raccontare quanto sta accadendo.” Gli ho risposto che aveva capito male, forse era una rete locale, dopo poco mi hanno chiamato dal GR Puglia ed ho scoperto che era girata una nota dell’Ansa nella quale si parlava di noi. Probabilmente in un momento, come quello che stiamo attraversando, la generosità diventa una notizia. Sicuramente lo è stata per gli amici dell’ADMO: proprio a causa del virus con le relative conseguenze nell’organizzazione degli ospedali, le donazioni si sono rallentate molto, avere 200 tipizzazioni in un giorno solo, ha rappresentato, sì, un dato eccezionale. Ci hanno telefonato referenti del Registro Nazionale da Genova per ringraziarci.”

“Il prossimo sabato, superando un ostacolo che qualcuno ha provato a porre lungo il nostro percorso ( non mi va al momento di parlarne, perché non ci hanno bloccato), abbiamo cambiato luogo di ritrovo per le tipizzazioni. Saremo al centro trasfusionale di Gallipoli dalle 14.30 alle 19.  Tutto nella massima sicurezza: turni ben stabiliti per non fare attendere e non creare assembramenti. Mi sento, però di dover ringraziare ancora una volta il nostro paese, Aradeo, a partire dal sindaco, Luigi Arcuti, convinto che nella fascia di donatori del paese che conta circa 1000 cittadini tra i 18 e i 35 anni ci sia il donatore giusto per Fabrizio.”

“Non ci fermeremo, neanche dopo la quarta giornata, sempre seguendo il nostro principio: Per Fabrizio e per tutti. Continuiamo a sensibilizzare: siamo una delle nazioni in Europa nelle quali si effettuano meno tipizzazioni, mentre ci sono 2000 persone circa, l’anno, in attesa di riprendere in mano la propria vita. Non posso smettere di occuparmene, in tutte le sedi nelle quali potrò farlo, ne parlerò: dalla radio dove vado spesso all’aula delle mie classi a scuola. Nostro fratello, grazie al calore ricevuto da questa iniziativa, ha una carica di adrenalina pazzesca con cui bilancia la paura che resiste. Nell’attesa che si trovi la compatibilità, consapevoli del possibile protrarsi del tempo, possiamo contare su un’ondata di calore, partecipazione, affetto che ci protegge. Sapevamo di vivere in un comune solidale, ma non pensavamo così tanto. Ci fermano per strada, anche sconosciuti per chiedere come va, come sta Fabrizio, a che punto sia la ricerca del donatore. In tanti stanno pregando per lui. E’ come se fossimo diventati realmente una grande famiglia. E’ importante questa energia per sostenere anche i miei nipoti: il piccolo ha 4 anni, la grande, Giulia, ne ha 8 ed una forza che potrebbe organizzare da sola una quarta e quinta giornata di tipizzazioni.”

La traccia volante: La buona energia produce buona energia.

Era il 23 novembre del 1980 anche a Teora

“Tra le pietre dell’Irpinia e della Basilicata, in quella notte scura e terribile, c’è un pezzo della storia di tutti noi, indelebile. La Memoria non si spenga così come non si spegne il ricordo e l’amore che ci lega a quelle persone e a quella terra.”

40 anni fa, alle 19.34, un terremoto di magnitudo 6.9 colpì l’Irpinia, la Basilicata e una limitata area della Puglia: i morti furono quasi 3000, oltre 8000 i feriti e 300 mila circa gli sfollati. Una tragedia impressa nel cuore del paese, un solco in quello di chi, in soli 90 secondi, perse parenti, amici, la propria casa, il lavoro, ma anche abitudini e legami con un tempo ed una comunità. E’ resistita la memoria che unisce la profonda sensazione di smarrimento ancora viva all’amore forte per le radici. E’ nelle parole profonde, cesellate nell’anima di una ragazza: la traccia che Irene Gironi Carnevale ha scritto e che ringrazio di voler condividere con il blog. Proviamo a ripartire, per dimostrare che si può.

Teora è una delle mie radici, il paese dove nacque mio nonno Giulio, padre di mia madre. Il luogo dove ho vissuto per un anno e frequentato la prima media, dove ho intrecciato amicizie, incontrato persone che hanno fatto parte della mia vita, ritrovato parenti. Dove avevo ricordi bambini in una bellissima villa appena fuori dal paese, Villa del Guercio, regalata da uno dei fratelli di mio nonno, Olindo, ai genitori che non la abitarono mai preferendo restare nella casa del paese che affacciava sulla piazza. Avevo modulato la mia vita di bambina cittadina su quella del piccolo paese, un luogo piccolo e caldo, molto più a misura umana, che era stato per me una scoperta. Un anno che è impresso nella mia mente e nel mio cuore, indelebilmente con le immagini della stradine, delle case, dei volti e delle voci delle persone che in quell’anno hanno fatto parte della mia vita.

Ma la vita è una ruota e venne il momento del ritorno in città, la promessa di mantenere contatti con le amiche e gli amici, le lettere scritte per qualche anno, poi il vento della vita ti disperde, ma non ti perde se tu non vuoi. E io custodivo i ricordi e le persone, mi domandavo come fossero diventati, quali le loro vite.

Poi è arrivato il 23 Novembre 1980, una domenica. Ricordo perfettamente dove fossi alle 19,35 di quella sera, nella cucina della casa di famiglia di mio padre, a Pico, Frosinone, un altro piccolo paese, un’altra delle mie radici. La scossa la sentimmo bene, il paiolo di rame del camino si trasformò in un pendolo. Accendemmo la televisione e le notizie di morte e distruzione ci inondarono. La certezza di una tragedia di proporzioni enormi l’avemmo subito. I nomi dei paesi distrutti ci colpirono al cuore, oltre a Teora conoscevo la maggior parte di essi, ci ero stata per un acquisto, per una visita, di passaggio. Pochi giorni dopo, con un gruppo di volontari, andammo a Lioni, pochi chilometri da Teora. Attraversare quelle strade che conoscevo benissimo e non riconoscerle, vedere una casa sghemba, di traverso, come un dente parzialmente estirpato dalla sua sede naturale, integra, ma inclinata fu come stare in un angosciante quadro surrealista. E la morte e la disperazione si toccavano con mano.

Mille volte ho passato in rassegna i nomi, i volti familiari, mille volte mi sono chiesta quale sorte gli fosse toccata e non ho trovato il coraggio di guardare le liste. Di parenti avevo saputo, di alcune famiglie di quasi parenti, di conoscenti, ma i miei amici, Giuseppina, Renato, Valeria, Angelo, Nazario avevo il terrore di sapere, non riuscivo a pensarli sotto le macerie. Mi sono sentita vigliacca, lo ammetto. Volevo conservare solo i bei ricordi, volevo convincermi che non gli fosse accaduto nulla di male. Ma ogni tanto riaffiorava il dubbio. E alla fine un giorno li ho ritrovati, senza alcun merito. Ho ricevuto un messaggio qui su Facebook: ”Ciao Irene, sono Giuseppina”. Mi si è aperto il cuore. Ci siamo ritrovati quasi tutti ed è stato un momento bellissimo, ma il pensiero e la memoria di chi quella sera è andato via per sempre non può non essere con noi, non può non far parte della nostra vita.

Tra le pietre dell’Irpinia e della Basilicata, in quella notte scura e terribile, c’è un pezzo della storia di tutti noi, indelebile. La Memoria non si spenga così come non si spegne il ricordo e l’amore che ci lega a quelle persone e a quella terra.

Luigi per sempre

All’alba di domenica, una madre e un padre hanno adagiato un neonato, in salute, nella culla termica, posta davanti la parrocchia di un quartiere di Bari. E’ la prima volta da quanto è stata attivata, sei anni fa. Per il parroco, Don Antonio Ruccia e per i medici, giustamente, è un messaggio di vita, ma chi pensa alla frustrazione della scelta di due genitori? Continua a leggere “Luigi per sempre”

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