Da Alessandro ad Alessandra per il futuro di Roma

Il giorno dopo il voto, nella capitale si analizza, si festeggia, si riflette. Da dove ripartire? Dal senso profondo dello stare insieme suggerito da chi lo conosce meglio: i bambini. Lo ha impresso in un disegno Alessandro, forte della fantasia realista dei suoi 6 anni da “sanlorenzino.”

Il valore di una comunità risiede nella capacità di sostenersi vicendevolmente, senza discriminazioni di alcun tipo, come pure nella volontà e nel piacere della reciproca compagnia. La condivisione diventa collante: forza per superare i problemi, gioia nel festeggiarne le soluzioni in un equilibrio di quotidiana, conquistata armonia.

Il disegno di Alessandro, un bambino di 6 anni, residente nel popolare quartiere di San Lorenzo di Roma ( non privo di problemi urgenti da risolvere), illumina sul concetto. Nello Lupino, creatore di sinergie e difensore di spazi comuni, caro amico, lo ha inviato, proprio il giorno stesso dei risultati elettorali tanto da far assumere ai tratti di matita un ulteriore significato.

 Sul foglio c’è un palazzo che si staglia come un aereo colorato di luce tra le nuvole. Il titolo che l’autore ha voluto dare alla sua opera è “Il condominio del 6° piano prende il caffè prima di affrontare la salita.”

Il pensiero ha superato qualche uscita di raccordo, raggiungendo le pagine vive, raccontate nelle “Torri lunghe più di un metro” dalla libraia Alessandra Laterza, grazie ai suoi acuti piccoli osservatori di Tor Bella Monaca ( periferia, troppo spesso strumentalizzata, in cui vivono, lavorano, sognano cittadini da ascoltare).

Il caffè del condominio di 6 piani ha un profumo che spalanca le porte, entra dalle finestre, raggiungendo le nuvole. I bambini, dal centro alla periferia, sono incredibilmente realisti, non negano la presenza anche di nubi nere, ma pare che proprio volgere compatti verso quella direzione possa aiutare a capire e ad accendere colori.

Probabilmente Alessandro voleva solo disegnare una immagine delle sue quotidiane mattine prima di andare a scuola: inconsapevole, ha lanciato un programma politico.

Oggi, nella giornata in cui si analizza il prevalere di idee che vogliono costruire in questa direzione, dedico la traccia di Alessandro ad Alessandra, perché la salita si supera solo se la comunità non dimentica chi resiste dove le difficoltà sono ancora dure da superare: unire le diverse sfumature fa colorare un solo cielo limpido.

Grazie Alessandro, grazie bambini: ripartire dai vostri occhi per il futuro di tutti.

Era il 16 ottobre di 78 anni fa

Nel 2019 Carla Di Veroli, pubblicò nel suo profilo questa pagina del libro scritto da sua zia Settimia Spizzichino, unica superstite del rastrellamento di Roma del 16 ottobre 1943. La chiamai per chiederle se potessi condividere anche io nel blog. Fu molto gentile nel darmi il consenso. Purtroppo Carla, che è stata memoria vivente della sua famiglia, ci ha lasciato improvvisamente la scorsa estate. Oggi, forse sarebbe in piazza a unire la sua voce alle tante che si leveranno contro qualsiasi possibile rigurgito di fascismo, di certo non avrebbe tralasciato di ricordare l’importanza di questa giornata nella storia della città, per cui mi permetto di pubblicare nuovamente questa sua traccia.

“Il 16 ottobre, all’alba, ci stavamo svegliando tutti. Bisognava alzarsi presto per mettersi in fila per trovare da mangiare, o le sigarette o qualunque altra cosa. C’era un gran silenzio per le strade, perché con il coprifuoco non si poteva uscire. Mia sorella Ada e i miei cognati scesero al portone ad attendere la fine del coprifuoco. Mio cognato portò con sè suo figlio Davide. A casa restammo io, i miei genitori, le mie sorelle Giuditta e Gentile, la bambina di Gentile, Letizia e la piccola di Ada, Rosanna. Sentimmo passare dei camion e poi dei passi pesanti, passi militari. Pensammo a delle esercitazioni. Non sapevamo che stavamo circondando il Ghetto. All’improvviso la Piazza esplose. Sentimmo ordini in tedesco, grida, imprecazioni. Ci affacciammo alla finestra. Vedemmo i soldati tedeschi che spingevano la gente fuori dalle case e l’avviavano in lunghe file verso il Portico d’Ottavia.

“Prendono gli ebrei!” – sussurrò mio padre. Scappare non si poteva, i tedeschi stavamo arrivando in direzione della nostra casa. Allora papà ci fece entrare in una stanzetta e accostò la porta, ordinandoci di stare nel silenzio più assoluto; poi andò ad aprire la porta di casa lasciandola spalancata.

“Penseranno che siamo scappati” – disse piano, tornando.

Forse ce l’avremmo fatta. Ma Giuditta perse la testa quando udì i passi dei tedeschi per le scale. Scappó via, si diresse proprio verso i “soldati”. Se li trovò davanti, si voltò e tornò da noi. Così ce li portò lì, dove eravamo nascosti. Ci fecero uscire dalla stanza, ci dettero un biglietto di istruzioni: avevamo 20 minuti per prepararci e prendere con noi oro, gioielli e cibo per otto giorni di viaggio. Cominciammo a raccogliere quel po’ di cibo che c’era in casa; mi ricordo che presi un pezzo di pecorino e qualche scatola di peperoni acquistati alla borsa nera. Intanto mi rivolsi all’ufficiale che comandava il gruppo e indicai Gentile: “Lei non c’entra, è la donna di servizio. Lasciate che se ne vada con le sue bambine”. Ci credette; fece un cenno con la testa a Gentile, indicandole la porta. Fortunatamente lei capì; prese la figlia e la nipotina e se ne andò.”

Da “Gli anni rubati” di Settimia Spizzichino e Isa Di Nepi Olper.

Ringrazio Carla Di Veroli, nipote di nonna Gentile, figlia di Letizia per aver pubblicato oggi questo ricordo di sua zia Settimia Spizzichino, l’unica donna sopravvissuta al rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e per averlo reso condivisibile.

Tracce da non dimenticare.

Corso Italia 25: difendere e ripartire insieme

La sera stessa dell’assalto fascista alla sede nazionale della CGIL di Roma, un gruppo di dirigenti e di iscritti al sindacato è venuto a mettere a posto quanto era stato distrutto. Alcuni di loro sono rimasti la notte per proteggere quella che viene percepita come una estensione della propria casa. Davanti all’ingresso, 24 ore su 24, si è formato uno spontaneo presidio democratico. Andrea Malpassi, Presidente di ITACA e Coordinatore dell’Area Migrazioni e Mobilità Internazionale dell’INCA CGIL, di ritorno dal turno notturno, racconta perché sia fondamentale l’appartenenza collettiva a difesa della democrazia, soprattutto in questo periodo storico. ( Le foto sono state prese  da Collettiva che ringrazio)

“Le immagini del portone divelto, i corridoi distrutti, le stanze messe sottosopra: non si poteva resistere, bisognava superare la rabbia del momento ed andare a sistemare. La CGIL è la casa dei lavoratori, da sempre la sento come la mia. Non è stata una reazione machista, di dimostrazione di forza o di vendetta: sabato sera eravamo in sede per rappresentare i nostri milioni di iscritti. Io sono rimasto fino alle due, poi alle sette di mattina ero di nuovo all’ingresso per la manifestazione, anch’essa spontanea, di solidarietà.”

“E adesso che facciamo?” Ci siamo sussurrati, domenica sera. “Ci organizziamo per rimanere!” Quattro turni di sei ore, divisi tra dirigenti e militanti: la scorsa notte è passato anche il segretario Landini, a sorpresa, per portarci i cannoli caldi. Per noi è normale essere qui: ruoli e generazioni che si incontrano. Principalmente passiamo il tempo, chiacchierando, ragionando su come si possa affrontare insieme la situazione.”

“Questa mattina alle sei ci siamo presi il caffè, dandoci appuntamento al pomeriggio: riunioni organizzative per la manifestazione di domani. Un altro turno mi aspetta domenica, dalle 18 alle 24: ascolterò come se la cava la Roma con la Juve insieme ai compagni. E’ il tifo bello, non quello degli estremisti che si portano a casa il simbolo degli avversari, come hanno fatto i fascisti, appropriandosi, con perizia, del nostro striscione dedicato a Luciano Lama, senza ancora restituirlo.”

“C’è bisogno di stare insieme e rispondere pacificamente con la forza delle idee alla violenza squadrista dell’ignoranza. Si è innescata una gara di partecipazione: abbiamo coperta già tutta la prossima settimana. Si sono creati anche presidi davanti alle sedi delle camere del lavoro territoriali.”

“Ho ricevuto da subito messaggi da diverse delegazioni europee, sconvolte dall’attacco subito. Oggi scenderanno in piazza, in segno di solidarietà, le compagne e i compagni di Ginevra e di Barcellona: a Bruxelles manifesteranno davanti la sede del Parlamento Europeo. Non solo: domani, sin dalla prima mattina arriveranno, fisicamente, i rappresentanti per partecipare al nostro corteo.

E’ netto il messaggio che si debba essere uniti contro ogni forma di attacco alla democrazia. Questo hanno fatto i gruppi di neofascisti che hanno assaltato la Camera dei Lavoratori, proprio nel centenario del 1921, una data che non possiamo e dobbiamo dimenticare: prima delle redazioni dei giornali, le squadracce fasciste distrussero le sedi sindacali.”

“Il Sindacato è la più grande organizzazione del mondo del lavoro, depositaria delle istanze sociali di chi ha meno voce per farsi sentire. Le frange neofasciste vogliono strumentalizzare uno stato di malcontento, generato da dubbi che possono essere anche legittimi sull’attuale fase storica che stiamo attraversando. Abbiamo ribadito in varie occasioni che non riteniamo tutti coloro che manifestano contro il green pass dei fascisti facinorosi, ma è evidente che questi gruppi si vogliano intestare le proteste: difficile non accorgersene.”

“La CGIL è consapevole del malessere che avverte una parte dei lavoratori. Per primi, rispetto ad altri sindacati europei, abbiamo fatto partire una fitta campagna di informazione e sensibilizzazione sul tema dei vaccini, certi che fosse percorribile e auspicabile l’ipotesi dell’obbligo vaccinale. Abbiamo risposto prontamente alle nuove necessità imposte dal dilagare del virus con protocolli attenti sulla sicurezza nei posti di lavoro, fornendo, soprattutto alle categorie più a rischio e maggiormente fragili, i presidi di cui avevano bisogno. Temevamo l’esplosione negli ambienti di lavoro di un conflitto tra vaccinati e non, in grado di alimentare discriminazioni che si devono sanare immediatamente. Continuiamo in un capillare lavoro di rete per spiegare come le esigenze di una tutela maggiore del singolo equivalgano alla garanzia di sicurezza per tutti.”

“Io, da sempre, responsabili anche mamma e papà iscritti al sindacato, ho percepito la mia identità come parte di qualcosa di più grande. E’ una passionaccia quella per la politica e l’impegno, costante sin dai collettivi studenteschi: la caratterizzazione di me si rispecchia in una visione collettiva.”

“Per questo, esserci domani è fondamentale: non significa solo riprendersi la piazza, ma chiudere ogni tentativo nostalgico del fascismo degli anni 20 e della violenza degli anni 70, attraverso una risposta democratica e compatta. E’ il mondo del lavoro a raccogliere le forze. Dopo la pandemia, il cambiamento va portato avanti in maniera diversa, tenendo presenti le esigenze del lavoro che deve essere giusto e dignitoso: questa è l’unica base della democrazia. Quando si indebolisce c’è il rischio che si possano inserire delle degenerazioni che approfittano proprio delle fragilità. Al presidio di Bruxelles saranno presenti anche rappresentanti delle associazioni datoriali, più timide nella reazione qui in Italia, mi auguro che domani non ci siano distinguo: tutti insieme in piazza!”

La traccia volante:

“E’ la Cgil che mi ha fatto come sono. Mi ha dato le ragioni più profonde e più grandi di vita e di lotta. Mi ha dato una cultura, anche. Mi ha dato un’etica, un’educazione sociale e politica.”

Luciano Lama, cent’anni il 14 ottobre 2021.

La memoria di Gino Strada è necessaria a tutti

La Regione Marche dice No alla richiesta di intitolazione a Gino Strada della sede del corso di laurea in infermieristica di Pesaro. Le motivazioni indignano; la coscienza ribolle; l’appartenenza ad una comunità civile richiede l’impegno a battersi perché non si infanghi la memoria necessaria di un modello unico di medico e di essere umano.

Nel sorriso dei bambini salvati dalle ferite dello scoppio di una mina; nelle donne e negli uomini, curati senza distinzione di lingua, religione, appartenenza, fin nei luoghi più lontani e martoriati del mondo; nei medici, negli infermieri, nei soccorritori, formati al cospetto di chi non ha mai negato il sostegno della propria esperienza e competenza: le tracce di Gino Strada, fondatore di Emergency, sono nel vento di amore, pace e solidarietà che ha fatto soffiare forte e continua a contrastare le correnti di odio, pregiudizio, egoismo.

Non ha bisogno, lui, di strade, piazze, eventi che lo ricordino: siamo noi, i nostri figli, nipoti, le generazioni presenti e future ad avere necessità che non venga mai dimenticata la sua figura.

E’ una premessa che l’indomani del 13 agosto del 2021, la giornata funesta che lo ha portato via dalla terra, poteva sembrare inutile. Si levò, unanime il coro delle ovazioni e degli elogi post mortem, financo dei più acerrimi oppositori. L’onore delle armi, per una vita densa, impegnata, mai vile, discreta, ma schietta, volta al sostegno dei più deboli, concessa anche da parte di coloro che non l’avevano mai compresa, anzi osteggiata con mistificazioni utilizzate per provare, vanamente, ad adombrarla.

Oggi, dopo neanche due mesi, il 6 ottobre del 2021, bisogna ribadire ciò che più ovvio non è, ai rappresentanti della Giunta Regionale delle Marche che si sono permessi di rigettare la richiesta di intitolare a Gino Strada la sede di un corso di laurea in infermieristica. A presentarla i consiglieri del PD, Andrea Biancani e Micaela Vitri, certi che mai avrebbero dovuto ascoltare un diniego, basato sulle stesse infamanti falsità, con cui spesso, il fondatore di Emergency, era stato attaccato in vita.

La prima piazza dedicata nel comune di Pontedera in Toscana

Le motivazioni, impunemente lette in aula, sono un insulto che si sperava di non ascoltare più: non si può dedicare nulla a chi viene definito una figura ideologizzata, aggiungendo addirittura l’inopportunità di intitolare un luogo pubblico a chi si sarebbe macchiato di un passato violento.

Se avessimo la capacità di Gino Strada di affrontare ogni giorno con occhi, cervello e cuore alle vere questioni importanti come il soccorso e la salvezza del prossimo, riusciremmo a scrollarci di dosso le parole così odiose. Se fossimo come la sua meravigliosa figlia, Cecilia, che pure ha finalmente messo nelle mani di legali e si è pronunciata pubblicamente contro le calunnie più crudeli verso il padre, troveremmo il senso della risposta nel proseguimento di un lavoro incessante in mare e nelle zone di guerra, proprio nel nome di quanto fondato da Strada.

Non siamo loro, per questo abbiamo bisogno, di ciò che hanno rappresentato e sono, per superare l’ottusità e l’ignoranza di chi nega la realtà.

Mai come in questo periodo storico, siamo chiamati a conservare la forza, la lungimiranza, la ricchezza d’animo, l’umiltà di riconoscere di dover ancora imparare: di avere necessità vitale della memoria pubblica non di un uomo, ma dell’umanità intera, di cui quello stesso uomo, sua moglie Teresa, sua figlia Cecilia, sono patrimonio.

“I pazienti vengono sempre prima di tutto.”

Ripeteva il chirurgo di guerra, Gino Strada.

Studiare come curare i malati in un luogo che ne evochi l’esperienza, l’etica, i valori e gli obiettivi significa accreditare da subito la motivazione.

La sede del corso di laurea in infermieristica presso il presidio ospedaliero di Muraglia dell’ Ospedali Riuniti Marche Nord poteva essere la prima ad offrire, anche questo onore. alle aspiranti infermiere ed infermieri.

Rispetto a quanti fuggono dalla professione per la mancanza, il più delle volte oggettiva, delle condizioni per svolgerla, intimoriti da una precarietà costante, ribadire l’immagine di colui che ha lottato e operato laddove era ancora più duro farlo, vale corsi ad ingresso libero, concorsi per meriti, diritti rispettati.

Quando Gino Strada è morto, Cecilia Strada era a bordo della ResQ People saving people, la nave sulla quale, insieme a volontari di diversi paesi del mondo, salva chi fugge dagli orrori della guerra. Nel suo profilo social è riuscita a scrivere:

“Amici, come avrete visto il mio papà non c’è più. Non posso rispondere ai vostri tanti messaggi che vedo arrivare, perché sono in mezzo al mare e abbiamo appena fatto un salvataggio. Non ero con lui, ma di tutti i posti dove avrei potuto essere…beh, ero qui con la ResQ – People saving people a salvare vite. È quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre.”

La memoria di Gino Strada è un insegnamento che salva i valori dell’umanità.

Non ha nessuna appartenenza, perché di tutti è l’amore che ci ha lasciato.

Quel che facciamo per loro, noi e altri, quel che possiamo fare con le nostre forze, è forse meno di una gocciolina nell’oceano. Ma resto dell’idea che è meglio che ci sia, quella gocciolina, perché se non ci fosse sarebbe peggio per tutti. Tutto qui. È un lavoro faticoso, quello del chirurgo di guerra. Ma è anche, per me, un grande onore.”

GINO STRADA, medico, chirurgo di guerra, uomo di pace

Bambini

I bambini continuano ad essere, loro malgrado, la traccia delle infinite sconfitte dell’umanità.

Il loro dolore è una morsa e una molla. Ferma il cuore, ma spinge a trovare energie per supportarlo e sconfiggerlo.

E’ una sfida continua contro l’inaccettabilità che possa esistere.



Ti lascio il pupazzo di mio figlio per giocare e dormire con lui”

Una mamma di Stresa ha consegnato all’ingresso dell’ospedale di Torino, dove è ricoverato Eitan, un pensiero che sa di calore e di normalità. Sensazioni che il bambino di 5 anni,rimasto orfano e senza il fratellino, dopo la tragedia dell’incidente della funivia di domenica scorsa, lotterà per ritrovare. Era in gita con la sua famiglia, felice, vicino al suo papà altissimo. Nel momento dello schianto, pare sia stato proprio quell’uomo giovane e sorridente a salvarlo, abbracciandolo, nell’istintivo ed estremo gesto di protezione.

Si sveglierà Eitan, grazie all’amore in cui è cresciuto che lo ha difeso e che ora sembra diffondersi tra chi, incredulo vuole manifestarglielo, attraverso gesti semplici e necessari come quello della mamma che ha donato l’orsetto del figlio.

Il dolore del bambini è una morsa e una molla. Ferma il cuore, ma spinge a trovare energie per supportarlo e sconfiggerlo. E’ una sfida continua, posta dal destino, contro l’inaccettabilità che possa esistere.

Purtroppo c’è, è continuo, ancora più presente nell’era dell’anarchia mediatica in cui porta più consensi l’immagine di un piccolo corpo straziato, al posto del rispetto e dell’impegno costante a dare ogni possibile contributo perché non si dimentichino e siano sempre meno.

I bambini continuano ad essere, loro malgrado, la traccia delle infinite sconfitte dell’umanità.

Sulla loro pelle passano gli orrori di guerre, carestie, violenze, la furia degli eventi umani e di quelli naturali. Troppo piccoli per difendersi, per scegliere, per esprimersi, fino ad esserlo per vivere.

Semi di futuro in balia del vento.

Domenica due bambini sono volati via durante una gita a Stresa; sabato mattina, altri due erano perduti nella sabbia sulla spiaggia di Zuwara in Libia.

Lo racconta, senza bisogno di foto, Cecilia Strada. Le sue parole sono scatti nitidi di una tragedia senza fine, a cui non si può continuare ad assistere impotenti.

Sulla spiaggia di Zuwara, Libia, ci sono dei corpi. Un bambino. Una donna avvolta in una coperta. Sono stati riportati dal mare, dopo l’ultimo naufragio. La sabbia sulla faccia, che quasi non si vede più. Un bambino ha una camicetta, un po’ verde, un po’ blu. Uno è avvolto in una coperta con i fiori, o forse è una tutina, di quelle con i piedi. Difficile distinguere che cosa è stoffa e cosa bagnasciuga. Non la pubblicherò, perché mi dà la nausea. Perché se fosse mio figlio, morto, non lo vorrei in pasto al mondo. Non la pubblicherò perché ho già passato del tempo, nella mia vita, a rispondere a quelli che “Eh ma è una foto finta, un bambolotto, guarda com’è bianco!”, spiegando che è quello che l’acqua fa a un corpo, quando ci anneghi dentro. L’ho già fatto, e non lo voglio fare più. Non la pubblicherò perché io non lo so, sinceramente non lo so, se ha senso pubblicare queste foto: colpiscono chi vorrebbe affondare i barconi, fanno cambiare idea? O forse colpiscono solo – e fanno male – chi è già sensibile? Non la pubblico, ma è successo. Succede. Succederà.”

Tutti i bambini hanno bisogno del calore e della normalità di un pupazzo con cui addormentarsi la notte per sognare il sorriso della mattina successiva.

Lara: vento, pioggia e parole belle

“Oggi abito questo corpo che mi porta a spasso, domani chissà, magari sarò vento, o pioggia o terra, o acqua. Mentre scrivo, mi accorgo che tutto questo non mi spaventa più”

Lara Facondi

Sabato 22 maggio nei locali dell’Accademia Popolare dell’Antimafia e dei diritti, l’Associazione daSud insieme ai familiari, al compagno e alcune delle persone a lei più care, presenterà due iniziative dedicate alla memoria di Lara Facondi: il Fondo di Libri e l’Officina, una scuola di riflessione e di scrittura dedicata alla formazione di dieci ragazze e ragazzi neodiplomati.

Quante tracce preziose lascia una giovane donna appassionata di cultura e di vita?

Sono nell’impegno quotidiano per gli altri in cui ha investito il suo tempo, nella costruzione di percorsi di conoscenza, nell’apertura di prospettive verso il futuro, nitide, donate a chi decide di portarle avanti. Lara Facondi, giornalista, attivista, dottoressa in psicologia, in 41 anni ha impresso tutto questo e altro nel cuore e nella volontà di chi ha avuto la fortuna di starle accanto.

Nel comunicato con cui i suoi amici dell’Associazione daSud annunciano l’appuntamento di sabato la descrivono, dando ancora più significato alla modalità di rinnovarne il sorriso, la gioia, l’intelligenza.

“Da sempre nostra compagna di viaggio, grande amante della lettura e della scrittura, Lara ha sempre raccontato la realtà che la circondava con profondità e ironia, senza semplificazioni, dimostrando un sincero amore per la parola e credendo nella forza del linguaggio. Lara ci ha lasciato una grande eredità di pensiero, professionalità, dedizione, cura e passione di cui vogliamo fare memoria ogni giorno.”

Grazie alle donazioni di quanti hanno contribuito alla raccolta avviata in suo nome, è stato creato un fondo di libri. Sarà uno spazio all’interno di #BiblioÀP in cui poter riflettere, attraverso una preziosa selezione di testi letterari, filosofici, politici e scientifici, sul racconto della vita e della realtà. Gli scaffali della biblioteca, nei locali dell’Istituto Enzo Ferrari, periferia est di Roma, custodiranno cento volumi capaci di restituire ai lettori e ai visitatori la sensibilità che contraddistingueva Lara, una giornalista che si è dedicata al racconto di chi è ai margini della vita sociale.

Parole, libri, formazione e riflessioni in nome di chi ha contribuito a fondare l’Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti, nata proprio per riattivare le migliori energie sociali del territorio, trasformare la periferia, cambiare l’immaginario sulle mafie e l’antimafia, fornire servizi utili alle cittadine e ai cittadini, costruire un punto di vista critico sulla città.

Chi lascia queste tracce, continuerà a vivere per sempre.

Sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming dalla pagina di ÀP, Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti a partire dalle ore 17.00.

Piccola grande Emma

“Volevo fare i complimenti a mio padre che è riuscito a vincere questo premio anche se non c’è più”

Emma Torre 

E’ salita sul palco con la forza dell’emozione contagiosa dei suoi dodici anni, seppur avvolta dalla struggente disperazione che pochi potevano comprendere. Emma Torre, figlia di Mattia e di Francesca, ha ritirato insieme a sua mamma il David di Donatello, assegnato a suo padre per la migliore sceneggiatura originale del film  “Figli”.

Ha preso fiato, quasi chiesto il permesso, prima di accostarsi al microfono e dare un senso diverso, reale alla cerimonia, al cinema celebrato, ai talenti premiati, alla genetica stupefacente dell’arte.

I ringraziamenti non hanno saltato nessuno di quelli che devono essere stati abbracci, supporti, sguardi presenti e vivi da quando il suo papà l’ha lasciata per sempre.

Da tutta via Beccari ai suoi amici, nome per nome: un appello di sentimenti non retorico.

Non c’è stato bisogno del foglietto, stritolato nelle mani di sua madre, neanche per pronunciare, nitida, la dedica di quella statuetta che è sembrata illuminare la sala più di tutte le altre fino a quel momento consegnate.

“Dedico questo premio al mio fratellino Nico, che mi fa ammazzare dalle risate, e a mia mamma che non si arrende mai. “Figli” parla di famiglia sole e di bambini che nascono, per questo ringrazio anche le ostetriche che fanno nascere nuove vite e i medici che si impegnano a non far volare via le persone. Bravo papà». 

Emma Torre, a cui è stata tributata una necessaria standing ovation, ha dimostrato con i suoi dodici teneri e temerari anni, quanto valore abbia la traccia che solo l’amore puro sa imprimere.

Se il cinema italiano avesse bisogno di energie da cui ripartire, sono negli occhi e nelle parole di questa ragazza, figlia di una donna che fa venire alla luce i bambini e di un uomo che ha reso immortale il sentimento che si prova per loro.

“I figli ti fanno ripiombare, con una forza che neanche l’ipnosi, nel tuo passato più doloroso e remoto: l’odore degli alberi alle otto del mattino prima di entrare a scuola, la simmetrica precisione dell’astuccio, la catena sporca della bici, le merendine, la ghiaia, le ginocchia sbucciate. Questi ricordi, non so dire perché, sono la mazzata finale. La vita stessa, che credevi di aver incasellato in categorie discutibili ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin-tonic hanno smesso di darti l’illusione dell’eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, e siccome siamo in Italia, l’ingranaggio è vecchio, arruginito e si muove a fatica. D’altra parte, il tuo cuore non è mai stato così grande. “

Dal monologo “I figli ti invecchiano” di Mattia Torre

Luana

Non se ne è accorto nemmeno il collega che era alle sue spalle, forse neanche lei se ne è resa conto. Inghiottita dal rullo di un macchinario con il quale lavorava ogni giorno da un anno in una fabbrica tessile della provincia di Prato.

Così è morta, ieri mattina, 3 maggio 2021, alle 11,  Luana D’Orazio, 22 anni, mamma di una bambina piccola.

Hanno trovato solo foto sorridenti per illustrare la tragica notizia: bastano questi scatti ad imprimere nell’anima l’assurdità della tragedia.

Oste di Montemurlo è un paesino di case basse, in passato era conosciuto per l’artigianato: quasi in ogni famiglia si respirava la tradizione di filati, stoffe e orditi. Una delle eccellenze del centro Italia produttivo, sviluppata con garbo e rispetto: l’industria sembrava essersi incastonata nella grazia dei panorami e non aver condizionato nemmeno i rapporti sociali. Il romanzo si è fermato già da parecchio, omologandosi al resto delle cronache occupazionali che purtroppo dipingono la realtà attuale. Se si è fortunati, si riesce a strappare un contratto in una delle aziende, attive in capannoni sorti lungo le strade, dove la qualità delega alla quantità: si deve produrre tanto e in fretta, forse, tralasciando anche i diritti minimi alla sicurezza.

Eppure Luana sorrideva: i colleghi e i parenti intervistati, dicono fosse felice di aver trovato il modo per garantire un presente ed un futuro al suo piccolo amore. Era bella, tanto che l’imperfetto apre un’altra ferita profonda. Viene da immaginarsi le sue giornate, per molti una alienante monotonia di gesti e abitudini faticose: la sveglia presto; il tempo di lasciare la figlia all’asilo o da una nonna; la corsa in fabbrica; il turno; la chiacchiera con i vicini di posto; la pausa pranzo magari saltata per staccare prima e tornare dalla sua bambina di cui prendersi cura, poi, forse, finalmente, qualche piccolo svago e il meritato riposo. Luana è cittadina, anzi, era, onoraria di quel popolo silenzioso che non si rassegna: va avanti nella vita come può, trovando tesori nascosti nell’inatteso che non fanno mai spengere la luce nello sguardo.

Il 1 maggio non hanno palchi da cui parlare, non li cercano, non hanno voglia di ascoltare parole: le energie le tengono semmai per un ultimo ballo felice prima di crollare stanchi.

Qualcuno, nella stessa assenza di clamore, cercherà giustizia per Luana, proverà a spiegare a sua figlia che è accaduto perché non succeda più in futuro ad altri. Nessuno riuscirà a farglielo accettare.

“Gli eroi sono tutti giovani e belli” cantava Guccini. La vita non è un romanzo, non è una canzone, non è ballo: dovrebbe essere tutto insieme, ma rimane solo un filo di stoffa che non asciuga le lacrime.

Luana non è una eroina, i suoi occhi troppo allegri per piangere.

In memoria di Giulio: Patrick libero!

Due storie che continuano ad intrecciarsi: la stessa voglia di dare il proprio contributo di passioni e di conoscenze al mondo. Uno sguardo uguale che speriamo continui a brillare a lungo e di nuovo libero negli occhi di Patrick e di tutti coloro che, seduti sulla panchina gialla, penseranno al sorriso aperto e sincero di Giulio. Senza mai dimenticare la ricerca di verità e giustizia.

Solo quattro giorni fa, il 25 aprile, a Reggio Calabria, sono state inaugurate due panchine parlanti speciali: una rossa, contro la violenza alle donne ed una bianca, alla memoria di Antonio Gramsci e di coloro che hanno lottato per la liberazione del paese. Partigiani, mai indifferenti, protagonisti della propria storia con coraggio e determinazione, come è stato Giulio Regeni. Per non dimenticare l’impegno costante nella ricerca della verità e della giustizia per la sua barbara uccisione in Egitto nel 2016, è stata posizionata un’altra panchina, gialla: a Lecce davanti all’Università. Insieme al Comune hanno partecipato al progetto una rete di organizzazioni, attive in numerose iniziative di sensibilizzazione nel territorio: Amnesty International Lecce, Conversazioni sul futuro, Diffondiamo Idee di Valore e Lecce Città Pubblica.

Il capoluogo del Salento è andato oltre i simboli, per unire le forze nella difesa di un altro giovane cittadino in lotta contro un’ingiusta detenzione, ha concesso la cittadinanza onoraria a Patrick Zaki. Due storie che continuano ad intrecciarsi: la stessa voglia di dare il proprio contributo di passioni e di conoscenze al mondo. Uno sguardo uguale che speriamo continui a brillare a lungo e di nuovo libero negli occhi di Patrick e di tutti coloro che, seduti sulla panchina gialla, penseranno al sorriso aperto e sincero di Giulio.

A pochi giorni dalla celebrazione del 25 aprile, intendiamo riconoscere alla vicenda dolorosa di Patrik Zaki un valore universale di testimonianza a difesa dei diritti fondamentali per i quali in Italia e in Europa si è tanto lottato. Ci auguriamo che il governo possa dare seguito all’impegno relativo al conferimento della cittadinanza italiana a Patrick oltre a mettere in campo tutte le iniziative possibili per giungere ad una pronta liberazione.” 

Ha dichiarato il sindaco, Carlo Salvemini.

Non sono solo pensierini

“I bulli sono vigliacchi anche perché ci vuole molto più coraggio per formare rapporti con gli altri invece di usare la violenza o la prepotenza.”

Francesco Lorenzo Monti, classe V B

Nell’ora che doveva essere dedicata all’educazione civica, la supplente ha fatto leggere ai ragazzi della classe V B della scuola Carducci, un testo sul bullismo. Titolo inequivocabile: Mai più bulli! Compito assegnato, da fare in classe: sintetizzare il contenuto, evidenziando le frasi più significative.

Francesco Lorenzo ci ha messo impegno, ma ha consegnato più velocemente del solito.

Ogni tanto alle prese con qualche comportamento poco rispettoso di alcuni compagni da fronteggiare, ha sentito vicino l’argomento della lezione. Integrato nel gruppetto degli amici, ma preso in giro per la sua statura non da gigante, anche da chi, in realtà è di poco più alto, ma decisamente più arrogante, ha riportato, senza pensarci troppo, la sua prospettiva.  

La maestra gli ha detto che non ha svolto quanto richiesto.

Si è arrabbiato, perché per una volta aveva sentita necessaria la lettura e soprattutto la rielaborazione personale.

“Uffa, zia, avevo scritto proprio quello che pensavo, invece mi sa che ho sbagliato!”

Ho letto le poche righe, ma piene. Le trovo una risposta significativa, diretta e non retorica, di quanto accade, purtroppo senza la presenza di chi possa raccontarlo e troppo spesso ascoltarlo, a molti ragazzini, nei corridoi, nei giardini e negli schermi, da parte di loro coetanei.

Riporto il breve componimento di Francesco Lorenzo: non ha sbagliato a scrivere quello che pensa, anzi ha fatto un ottimo compito.

Una piccola, densa e sincera traccia.

“I bulli sono per la maggior parte delle volte ragazzi vigliacchi e, infatti se la prendono con ragazzi timidi o con difficoltà.

Non sono mai soli e hanno sempre bisogno di complici.

I bulli sono vigliacchi anche perché ci vuole molto più coraggio per formare rapporti con gli altri invece di usare la violenza o la prepotenza. “

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