La Responsabilità

Il vento della finestra, aperta ieri da una donna disperata, avrei voluto frenarlo con il mio corpo trasparente e con parole fortemente invisibili. Continuo a sentirlo su di me, pesante come la responsabilità di aver scelto questo mestiere per raccontare non per sintetizzare, per conoscere senza limitarmi a rapida comprensione, senza mai ambire alla verità unica che non esiste e non serve, ma lasciando spazio al rispetto delle interpretazioni, senza mai delegare a quello per le persone.

E’ impossibile descrivere cosa si provi nell’istante in cui si decide di lanciarsi nel vuoto. Le parole della retorica dell’estrema disperazione si fermano prive di significato sull’ultimo sguardo. Bisognerebbe adoperarsi in ogni modo per trovare verbi, vocaboli, gesti concreti che possano riaccenderlo, proprio al limite del salto. Invece ieri, una donna, quasi mia coetanea, seria e appassionata professionista, riconosciuta e apprezzata rappresentante dello Stato, madre di una bambina piccola, ha trovato solo proposizioni, ricostruzioni, modi di dire, risultato di un utilizzo superficiale e dissennato della professione del giornalista a spingerla giù, azzerando la luce di ogni sua possibile espressione.

L’ordine a cui si iscrive chi svolge il mestiere del cronista, obbliga a fare dei corsi di deontologia. Ore nelle quali si può decidere di pensare ad altro, di leggere un libro, approfittare per chiudere un lavoro, oppure distrattamente ascoltare le regole minime che indicherebbero, nel rispetto della libertà di espressione, come tutelare i soggetti coinvolti nelle vicende giudiziarie, soprattutto coloro per i quali è ancora massima la presunzione di innocenza.

Nome, cognome, foto, dettagli famigliari, stralci precisi delle accuse, presunte ipotesi a sostegno, fino alla drammatizzazione degli ultimi minuti del pomeriggio di colei che rimane una dirigente stimata e preparata, hanno riempito le pagine dei principali quotidiani, basandosi su quanto fatto trapelare da un giornale minore: scarse vendite in edicola, ma altisonante nome etico.

E’ l’aberrante cultura del like, per cui si sceglie di svolgere test del DNA in diretta televisiva e si lotta per riportarne per primi gli esiti online. La formazione dell’hastag: anni a capire come comporre un’inchiesta e raccogliere le testimonianze, bruciati nei minuti preziosi dedicati all’apprendimento del trend che possa far scattare l’algoritmo perfetto. Pecca di snobismo, perisce nell’invidia o semplicemente viene catalogato come obsoleto, chi ancora aspetta prima di dare la notizia e si ferma quando sente che è troppo presto per chiedere al diretto interessato.

Due anni fa, una brava giornalista che consideravo anche un’amica per averla sostenuta nel suo percorso di crescita professionale, mi lanciò la peggiore delle accuse: mi diede dello sciacallo. Motivo: avevo chiesto l’amicizia su Facebook ad una ragazza che aveva perso da poco il padre e lo salutava, prendendosi l’impegno a ricordarlo piantando una foresta di alberi. Mi sembrava un’idea meravigliosa di cui avrei voluto scrivere, sicuramente non a ridosso di un evento così traumatico, ma seguendola nel tempo per capirne l’evoluzione. Supponendo, non so su quali basi, che mi sarei lanciata alla ricerca di particolari pruriginosi per raccogliere i likes della compassione, la giovane collega mi scaricò addosso parole pesanti che non ho potuto sostenere. Tentai di ricordarle il mio modo personale, infatti parco di consensi mediatici, di raccontare anche vicende legate agli addii e alla memoria, ma poi preferii bloccarla, ferita per questo giudizio più che da una critica distruttiva su un mio scritto.

Sarò una romantica idealista, ma ho avuto maestri speciali che mi hanno mostrato, lacerando la propria anima senza pretendere di ottenere scoop o ascolti da prima serata, come possa essere fondamentale il nostro lavoro, scevro da strategie commiserevoli, per aiutare i protagonisti stessi a ricostruire la propria storia, esponendo necessarie denunce o lasciandone memoria.

Ho letto faldoni di sentenze, perdendomi nella polvere magica degli archivi; ho guardato negli occhi madri e figli di persone citate negli stessi documenti; captato i respiri telefonici di attori di vicende magari considerate minori, ma non per questo non meritevoli di attenzione: mai ho provato la voglia di andare oltre, più il pudore di rimanere indietro.

Il vento della finestra, aperta ieri da una donna disperata, avrei voluto frenarlo con il mio corpo trasparente e con parole fortemente invisibili. Continuo a sentirlo su di me, pesante come la responsabilità di aver scelto questo mestiere per raccontare non per sintetizzare, per conoscere senza limitarmi a rapida comprensione, senza mai ambire alla verità unica che non esiste e non serve, ma lasciando spazio al rispetto delle interpretazioni, senza mai delegare a quello per le persone.

Mi auguro di leggere, con eguale enfasi e spazio, articoli che riportino nome, cognome, ruolo senza altri dettagli, la notizia della guarigione di una persona stimata e del percorso che così potrà affrontare, con il giusto sostegno di parole e sentimenti, per vedere nuovamente riconosciuta la giustizia dei suoi anni di lavoro e di passione.  

Cartoline dall’anima

“Frammenti di vita, lontani anni luce dalle giornate deputate a festa, dal clamore dei giorni degli esami, dei matrimoni, dei funerali. Quei piccoli momenti che sono il mosaico della persona che sei diventato.”

Una figurina ritrovata; la nota stonata libera in un coro; uno sguardo da far battere il cuore; il canestro del trionfo, realizzato contro ogni previsione; gli auguri sinceri e leggeri degli amici: tracce di memoria scorrono come scatti nitidi dal passato. Li fa scivolare, la penna di Lamberto Bettini, consulente per l’editoria scolastica, scrittore pesarese in attesa di pubblicare il suo primo romanzo. Sono un dono che regala lui, nel giorno del suo compleanno, a chi legge, per ricordare quanto siano rapidi, ma continui e resistenti gli attimi di felicità da condividere. (In copertina le opere di Wallas.)

“Hai otto anni. Sei al campetto del prete, dove trascorri tutti i pomeriggi giocando a pallone. E’ ora di tornare a casa, indossi il giubbotto, con la mano destra apri la cerniera della tasca e ti accorgi che non c’è più il tuo mazzo delle figurine Panini dei calciatori. Le doppie e quelle buone, da appiccicare sull’album, che avevi scambiato qualche ora prima. Provi qualcosa allo stomaco che più avanti negli anni chiamerai disperazione. Qualcuno di cui ti fidi dice che a rubartele è stato un ragazzo più grande, un tipo che nessuno può vedere, una sorta di bullo del quartiere. Oggi non ne ricordi il nome, ma riconosceresti il suo volto. Devi essere proprio fuori di te, così timido come tutti dicono tu sia, visto che il pomeriggio successivo vai deciso verso quel ragazzo, a cui non hai mai rivolto la parola, per dirgli senza tanti preamboli: “so che hai preso tu le mie figurine”. Lui a dire il vero non ti degna più di tanto, farfuglia qualcosa che assomiglia ad un “non ne so niente”, tornando agli affari suoi prima che tu possa aggiungere altro. Hai ancora adesso, lì con te, la rabbia per quelle figurine, mai più trovate, e l’orgoglio dello sguardo tenuto alto.”

“Hai nove anni. Sei sul palcoscenico di un teatro della tua città insieme ai tuoi compagni di scuola. Fra poco si aprirà il sipario e, anche se ancora non la vedi, sai già l’effetto che ti farà la platea gremita da genitori, nonni e autorità. Dovrete cantare i brani natalizi che avete provato per mesi. L’insegnante è riuscita nell’intento che ritenevi improbabile di farvi diventare un coro. Vi dà l’ultimo consiglio, quello definitivo, che la consegnerà alla tua memoria :“Bambini, mi raccomando, chi sa di essere stonato muova solo le labbra, senza cantare. Tutti gli altri si facciano sentire”. Questa frase è l’unica cosa che ricordi veramente di quel giorno. Ti ha lasciato il rimpianto, ancora vivo, di non aver stonato a squarciagola.”

“Hai undici anni. Sei con il tuo migliore amico di fronte al portone della casa dove abita la bambina che ti piace da impazzire. Suoni il campanello senza sapere cosa dirai quando qualcuno ti aprirà la porta. E quando senti dei passi che si avvicinano e realizzi che potresti davvero trovarti di fronte quegli occhi azzurri e quei capelli lunghissimi e biondi, capisci che non ce la puoi fare: tu ed il tuo amico ve la date a gambe. Ancora oggi senti l’eco dei tuoi passi in fuga. E il batticuore.”

“Hai ventitré anni. Stai giocando una partita di pallacanestro nell’ultimo dei campionati. Un derby contro i fanesi, chi è di Pesaro sa cosa significa. Stai giocando male, fino ad ora hai segnato solo quattro punti, non che abitualmente tu ne faccia tanti di più. Siete solo in cinque: non ti possono sostituire. Sotto di un punto, manca una manciata di secondi alla sirena. La stellina della squadra decide che la vuole risolvere lui: cerca il canestro con un tiro da fuori che si rivela una mattonata. Tu, districandoti fra una selva di braccia protese, riesci ad afferrare il rimbalzo o semplicemente la palla ti cade in mano. Fatto sta che non hai tempo di pensare, ma solo di tirare. Peccato che un energumeno ti stampi una stoppata di quelle destinate a restare immortalate nei poster, ma, in un qualche modo che non ti sei mai saputo spiegare, la palla ti ritorna in mano: a questo punto non ti resta che lanciarla verso il canestro senza il minimo controllo stilistico.”

“La sfera danza sul cerchio di ferro per un bel po’, tipo film americano, poi gli Dei del basket decidono di sorriderti e tu esulti con le braccia al cielo attraversato da urla di rabbia e di gioia e dall’ immediata consapevolezza che avrai per sempre in tasca un jolly da giocarti al bar nelle storie sui fanesi. Tutti avevano un qualcuno a vedere la partita. Per te è lì Stefano, compagno di studi e di pallacanestro. La mattina seguente, in camera sua, mentre ripassate statistica, ti dirà, ridendo che sei diventato il suo eroe. Qualche anno dopo sua madre ti chiamerà per fare ordine nella sua stanza: non avresti voluto farlo mai, ti farà dono del suo pallone da basket. Per anni lo conserverai come una reliquia. Poi sarà la palla con cui tuo figlio comincerà a palleggiare.”

“Hai cinquantacinque anni. Li compi oggi e vuoi brindare con i tuoi amici, soprattutto con quei cinque o sei che sono arrivati a leggere fin qua. Vuoi raccontare alcune cartoline dell’anima. Frammenti di vita, lontani anni luce dalle giornate deputate a festa, dal clamore dei giorni degli esami, dei matrimoni, dei funerali. Quei piccoli momenti che sono il mosaico della persona che sei diventato. E tu che non ci pensavi, perché con tutto te stesso eri impegnato a viverli.”

Fondamentali maestre

“Ieri mattina, nella nostra cassetta della posta verde, quella che abbiamo in aula per raccogliere stati d’animo, pensieri e bisogni, ho trovato un biglietto: Maestra, grazie infinite. Ho capito che io non sono inutile. Grazie.”

Enrica Ena

Come stanno i bambini? Cosa pensano? In questo lungo periodo complesso, capita di guardare i loro occhi sopra la mascherina e chiederselo. C’è chi, però, fa la differenza, aiutandoli a formulare la risposta, senza infingimenti, e, soprattutto, prestando attenzione ad ogni dettaglio delle loro parole. Enrica Ena, insegnante nella scuola primaria dell’Istituto Comprensivo Pietro Allori di Iglesias, dimostra ogni giorno, nelle aule in cui incontra i suoi piccoli allievi, all’aperto dove li coinvolge in numerose iniziative ed anche attraverso uno schermo, con la sua forma di DAD speciale, di interpretare un ruolo fondamentale: l’intermediaria dei sentimenti. Questa mattina ha scritto un post, mi ha confessato di aver pensato molto prima di condividerlo, che è una traccia toccante del suo lavoro, dell’amore che ci riversa, necessaria a spingere chi legge a non dare mai per scontata la richiesta di aiuto, palese o sottintesa, espressa dalle donne e dagli uomini di domani. La ringrazio per quanto fa e per avermi consentito di pubblicare il suo racconto.

“Qualche giorno fa, una delle mie bambine, chiamandomi al suo banco, mi ha chiesto se poteva parlarmi un attimo. Io ho pensato a una richiesta comune, perciò mi sono semplicemente avvicinata.

-“ Sai maestra, io mi sento inutile.

” Ho abbandonato ogni cosa e ogni altro pensiero e mi sono messa accanto.

Cosa vuol dire, amore, in che senso ti senti inutile?

Proprio come un oggetto che c’è, ma non serve a nessuno. A volte mi metto anche in un angolo dove mi sento più tranquilla.

Amore – le ho detto io – ma tu non sei affatto inutile, perché ti senti così?

Perché molte volte non capisco le cose, faccio molta fatica.

Ma questo non significa essere inutili. Ognuno ha i suoi tempi e noi tutti non abbiamo fretta e siamo qui per aiutarvi.

Non devi mai sentirti inutile. Pensa che io non riesco a immaginare questa classe senza di te. Senza la bellezza che ogni giorno porti con la tua gentilezza verso tutti, senza quello che tutti noi impariamo da te. A me non interessa se non sai fare tutto subito. Io voglio solo cercare sempre la strada per aiutarti.

E le ho raccontato le tante cose che porta tra noi.

Le sono scese lacrime silenziose.

Le ho detto che ogni regola ha le sue eccezioni, perciò anche se non si potrebbe: l’ho abbracciata stretta.

Lei si è ammorbidita, mi ha detto che questa cosa l’ha rivelata anche ai suoi genitori, che pure loro sono rimasti molto sorpresi.

Visto come mi sono sentita io, da maestra, posso solo immaginare che cosa abbiano provato loro.

Le ho detto di non pensarlo mai, ma che ha fatto bene a dirmi come si sente perché è importante per me sapere che cosa prova e che cosa pensa.”

“È tornata a sedersi. Io sono rimasta lì a pensare a quanto sia difficile, anche quando pensiamo di fare tutto il possibile, capire davvero come possa sentirsi un bambino.

Dopo un po’ si è avvicinata e mi ha detto:

Sono più tranquilla, maestra. Non lo dirò più di sentirmi inutile.

E io le ho risposto:

Non preoccuparti di averlo detto, hai fatto bene. Ciò che desidero è che tu non lo possa pensare mai più. Perché tu sei molto preziosa e come ti senti conta più di ogni cosa.

“Si è messa al lavoro – stiamo affrontando le divisioni in colonna – e le sono stata molto vicina per guidarla con gli strumenti che so esserle d’aiuto.

Mi sono interrogata molto, e lo sto facendo ancora adesso. Se si sente così una bambina amata da tutti noi, in una classe in cui al primo posto abbiamo messo la costruzione di un clima sereno, la cura e l’aiuto dell’altro. Dove non sono mai esistiti voti né giudizi, dove la competizione è tenuta fuori, cosa accade in altri scenari?”

“La verità è che non possiamo mai sapere che cosa senta davvero ognuno. Mi è stato consegnato un pensiero con una franchezza disarmante, come mai mi era capitato. Ma questo chissà quanto è dentro tanti dei nostri bambini, nonostante noi. Perché loro conoscono bene le loro difficoltà, senza bisogno che nessuno gliele mostri di continuo e si confrontano oltre ogni nostro confronto.

Che male!”

Una voce colorata per vedere L’Aquila

“Dicono che le cose brutte accadono a chi è in grado di sopportarle.”

6 aprile 2009 – 6 aprile 2021. Sono passati 12 anni dalla notte nella quale gran parte dell’Italia si svegliò di soprassalto, scossa dal terremoto. Per molti l’incubo continuò e non è ancora finito. A L’Aquila morirono 309 persone. Tanti erano giovani, studenti, colpiti mentre coltivavano, fiduciosi, il proprio futuro. Tra loro c’era anche Eleonora Calesini, estratta dalle macerie della casa che condivideva con tre amiche studentesse, 40 ore dopo le 3.32, in cui tutto crollò. Da allora non ha potuto e voluto dimenticare, non solo il dolore per Enza che non ce l’ha fatta, ma i colori, le sensazioni, le emozioni che quella città così accogliente, cinta da vette innevate, le aveva donato.

Nel 2019, a dieci anni dall’evento, l’ha raccontata in un libro Il Movimento dei sogni, scritto insieme a Debora Grassi, illustrato da Caterina Germani, per la Fandango Editore. In questo 2021 di silenzi ancora più forti e grigi più intensi, le immagini dalla carta si animano in un video. Eleonora, Elly, videomaker di Mondaino, ne ha curato il montaggio, Debora, scrittrice riminese, ha dato la voce alle parole scelte. L’idea è venuta a Caterina: ha disegnato L’Aquila che si addormenta serena, si sveglia ferita e si proietta in un futuro di nuova bellezza, sempre cinta dalle sue cime innevate.

Le frasi sono delicate, ma colpiscono come pugni improvvisi, accompagnate dai tratti leggeri e inesorabili che rendono questo minuto e 46 secondi, un omaggio alla memoria collettiva toccante e indimenticabile.

Spiega Eleonora:

“L’idea del video è nata per ricordare una data che non potremo dimenticare. Caterina, amica e illustratrice del libro ha proposto l’idea dei disegni e insieme abbiamo deciso di creare un video sulla voce dei protagonisti del libro che abbiamo scritto.

Non voleva essere un video personale, non solo sulla mia storia, ma doveva rappresentare la storia di tutti. Abbiamo scelto delle frasi che potessero racchiudere la vita e i sentimenti di tutte le persone che hanno vissuto questa esperienza.

 Per questo abbiamo deciso di ritrarre l’Aquila. Abbiamo dato voce e immagini alla città.”

Come passerotti

Lentamente si spensero: le palpitanti A, le sbadiglianti B, le luminose G, le chiassose M, le curiose S. pronte a ritrasformarsi in occhi, sorrisi, mani alzate, domande inopportune, risate e silenzi liberi.  

Oggi, per i bambini della scuola materna e primaria, potrebbe essere l’ultimo giorno della DAD: la famigerata, angosciante, inevitabile, didattica a distanza. Tra adulti ci si è divisi, scontrati, attaccati, offesi e rassegnati. Ma se si guardasse a queste giornate da una prospettiva diversa, più piccola? Ho tentato. Con la fantasia, strumento di sopravvivenza unico, democratico e garantito, ho trasformato, giusto un poco, la realtà, rendendo persino la DAD un ricordo più allegro. Protagonisti quegli eroi, colorati e flessibili dei bambini. Il risultato è un piccolo racconto, disegnato con il cuore da Anne, che dedico a: Luca, Valeria, Francesco, Viola; ai loro compagni di classe e non; alle maestre, ai maestri, tante e tanti che hanno superato l’impresa con passione; a noi genitori, pesanti ma resistenti; ai nonni, anche in questa occasione, un prezioso aiuto. Buona primavera di sole dalla finestra o in strada, a tutti. Dopo Pasqua, forse, si torna in classe!

“Maestra: Stefano c’era, forse è andato in bagno!”

Le letterine coloravano il buio dello schermo, celando le voci e gli occhi dei venti alunni della I D della scuola primaria Camilla Cederna. Da qualche settimana, ogni mattina, si trasformavano: la A diventava Alba; la B sbadigliava in Bruno; la G brillava come Gemma; la M rideva da Massimo; la S di Stefano chiacchierava sempre.

Non si trattava di magie tecnologiche: era semplicemente la DAD.

Si sapeva che, purtroppo, non per responsabilità delle corse furtive nel cortile, o per lo scambio sacrilego di un temperino, una terza ondata del virus avrebbe portato all’inevitabile blocco delle lezioni in presenza. Già il giorno dopo la comunicazione ufficiale del Ministero, era pronto il nuovo orario per gestire italiano, matematica, persino motoria, a distanza. I bambini ne erano quasi entusiasti; gli insegnanti si mostravano più disinvolti nell’utilizzo del mezzo; i genitori, tendenzialmente, si dimostravano affranti.

Il programma era stato intenso: ripassate le paroline con MB e MP; imparato le lettere straniere dell’alfabeto J, Y, X, K, W; disegnato gli oggetti legati ai cinque sensi; confezionato maracas con i ceci;  innescato gare di addizioni e sottrazioni; per finire, ritmato i movimenti di canzoncine inglesi.

Puntuali, alle nove, le letterine si schiudevano  in domande inopportune “maestra hai fatto già la cacca?”; in sfide all’ultima alzata di mano virtuale “l’ho detto prima io, ti ho fregato!”; in curiosità esterne “ma dov’è il cane di Giacomo? Paola, ci fai vedere tuo fratello piccolo?”. Ultimamente, però, avevano iniziato a perdere sfumature e ridurre suoni. La presenza dei genitori diventava fondamentale per spengere, accendere, ridurre e “resisti, dai è quasi finita!”.

La maestra Enrica aveva capito; la collega Mara provava ad inventare nuove strategie di coinvolgimento; mentre l’inflessibile Wanda, continuava nelle sue interminabili ore, intervallate dal grido “rifaccio l’appello, guai a chi si distrae!”.

Stava accadendo anche quella mattina.

“Stefano ci sei, sei andato via, rispondi o ti metto assente!”

La S, di norma, era la prima ad animarsi, con uno sfondo sempre diverso: lo sguardo vispo sbucava tra fuochi d’artificio o palme di isole esotiche. Pronto a rispondere, non si faceva mancare dubbi e proposte. Si era dovuto assentare il giorno prima: motivi famigliari avevano scritto i genitori nel registro elettronico. La mamma aveva comunicato alla maestra Enrica che si era ammalato il nonno e doveva partire per andare ad accudirlo.

Forse, non riuscirà a connettersi, magari sarà un po’ agitato, confido in lei”, aveva aggiunto, caricando, la già sensibile insegnante, di una ulteriore responsabilità.

I sentimenti dei bambini erano rimasti l’àncora silenziosa di ogni casa. Potevano esserci problemi economici, di lavoro, attriti, dolori, distanze prolungate, ma loro, i guerrieri flessibili, non mollavano, mostrando il più largo dei sorrisi per scavalcare ogni difficoltà, evitando di trasformarsi in una di esse.

Porta questo a nonno e digli che appena sta bene ci giochiamo insieme!”

L’aereoplanino di carta di Stefano era un prodigioso origami, perfetto per far arrivare a destinazione un bagaglio di immagini allegre da far tornare la voglia di stare in forma.

La prima l’aveva caricata la maestra, rassicurando la mamma.

Non si preoccupi, suo figlio è una forza della natura, sono certa che troverà il modo per continuare a sottoporci le sue domande più bizzarre.”

Un incoraggiamento da riportare all’orgoglioso nonno che aveva trasmesso il gene della curiosità e della scoperta al nipote.

Nel frattempo, la responsabilità educativa era passata al padre. Era riuscito ad installare classroom, facendosi guidare dai messaggi solidali nella chat, aveva messo sulla scrivania, schierati: tutti i libri, i quaderni, la matita, i colori temperati e la gomma.

Dalla stanza, in cui squillava di continuo il telefono, riusciva a vedere la postazione.

Stefano, aveva acceso la sua espressione ironica dietro la S., a metà della lezione, però si era spostato. Poco, giusto, qualche metro, tanto da lasciare un frammento riflesso nello schermo nel quale non aveva creato sfondi speciali.

C’è, maestra, non lo vede: è in un angolo!”

Lo aveva notato solo Alba, innamorata di ogni dettaglio del suo compagno.

“Stefano! Ste! Biondino! Ohiii!”

Si accesero tutti i microfoni, anche quelli delle letterine spente. L’insegnante ordinò di tacere.

Smettetela! E tu torna davanti la videocamera! Cosa è questo mormorio?”

Un cinguettio, poi due, tre: una melodia improvvisa irruppe in DAD.

Ma chi continua a cantare?

 Le note non si erano fermate. Solo tre palline azzurre si muovevano oltre a quelle dell’alterata docente.

Insomma basta!”

La S verde si spense per pochi secondi, il tempo di riaccendersi davanti al sorriso di Stefano con in mano un passerotto.

“Guardate, è venuto a trovarmi! Nonno sta sicuramente meglio!”

“Certo, tesoro, è bellissimo!”

La maestra Enrica aveva preso in mano la situazione.

Che nome diamo a questo nuovo amico?”

Dadino, Lo Ste, Lyon, Primo, Wanda!”

A turno le letterine avevano ripreso a brillare.

“E voi: chi e cosa vorreste trovare fuori dalla finestra?

Il sole, il pallone, i gelati, il mare, le corse insieme, i cuginetti di Torino, la nonna da Palermo, le lezioni di judo, l’allegria, i clacson, i bomboloni al bar, la strada senza paura…”

L’ora passò velocissima, come non era mai successo prima. Non ci fu bisogno di chiedere di partecipare o di tacere: a turno, i sentimenti dei bambini della I D della scuola Camilla Cederna, mostrarono di essere ben presenti e di voler essere condivisi.

Adesso ci salutiamo: niente compiti! Tanto, dopo Pasqua si torna a scuola insieme!”

Evvai!

Le urla attirarono il padre di Stefano: si accorse della finestra aperta e della postazione piena di piume.

“Ma che hai combinato! Ero al telefono con mamma, nonno è uscito dall’ospedale. Se non metti a posto non ti faccio portare il regalo che ti ha fatto, sicuramente, comprare!”

“Io ce l’ho già! Guarda papà: lasciamolo volare via insieme!”

Lentamente si spensero le palpitanti A, le sbadiglianti B, le luminose G, le chiassose M, le curiose S. pronte a ritrasformarsi in occhi, sorrisi, mani alzate, domande inopportune, risate e silenzi veri.  

Stefano e il papà liberarono nel cielo colorato di primavera il passerotto dai tanti nomi.

Il teatro è una cosa seria

Uno scrittore può aspettare l’ispirazione davanti ad una pagina bianca. Un attore, per indole o per necessità, dopo poco non resiste: deve tirar fuori quanto ha dentro da esprimere.

Un attore vive ogni giorno la sua arte: nei passi con cui cammina lungo una strada; nel sorriso attraverso il quale saluta coloro che incontra; negli occhi che osservano e si ispirano; nella voce, naturalmente cadenzata al ritmo delle situazioni che affronta. Il palcoscenico da una piazza diventa la scenografia in una sala, il pubblico incantato si ferma, diventando anch’esso parte di una magia che si chiama teatro. Guido Ruvolo era un attore. Dal mimo, al circo, al meta teatro, da Carmelo Bene a Shakespeare, alle opere scritte e auto prodotte sulla base delle esperienze direttamente vissute. Persona e personaggio, senza mai celare le emozioni, scavate nel profondo, anche quando indossava una maschera o un trucco pesante. Il teatro è fermo da troppo tempo, lui non poteva farlo: ha continuato a scrivere, interpretare, suonare la sua armonica fino all’ultimo giorno. Lo racconta sua figlia Clio, stessa luce nello sguardo, sfidante e vittoriosa contro ogni avversità, caratteristica nutrita da una famiglia, cresciuta nell’arte e impegnata a divulgarne la bellezza. La sua traccia è un passo nel percorso che la porterà a dedicare a suo padre lo spettacolo che merita, affinché non si dimentichi mai come deve essere un vero attore.  

La traccia: Guido Ruvolo, padre, attore

“Da quando sono nata, l’ho seguito in teatro. Mio padre è sempre stato molto presente nella mia vita. I miei genitori sono stati insieme 18 anni, si sono separati che io ne avevo quattro e mezzo: fino a che non sono diventata maggiorenne hanno condiviso ogni decisione che mi riguardasse. Li ho sempre visti in armonia: è stato fondamentale per creare con entrambi un rapporto forte, speciale, di fiducia e di complicità.

Il primo ricordo da bambina è legato ad uno spettacolo. Avevo circa tre anni, papà portava in scena One man Show. Era solo sul palco con indosso un asciugamano: mi sono arrampicata su una poltroncina e ho cominciato a chiamarlo a squarciagola. Ne ha approfittato per una improvvisazione: padre e figlia. E’ continuata così la nostra storia: con il teatro al centro. Da che ho imparato a leggere, mi dedicavo a ripetere a memoria le battute dei suoi spettacoli anche quelle dei suoi compagni, in modo da poterlo aiutare con le prove a casa. Spesso aspettavo, sveglia, di notte, che tornasse perché mi raccontasse come fosse andato lo spettacolo. Ero e rimango gelosa della sua valigia dell’attore. Ancora oggi racchiude la sua anima: costumi, attrezzi, foto di tutti i personaggi che ha interpretato. Era la sua inseparabile compagna di lavoro. Io attendevo con ansia di rivedere entrambi: parti inscindibili dello stesso mondo magico.

“Credo di aver rappresentato per lui anche un’ottima assistente: non che fosse semplice. Papà passava dal Riccardo III a personaggi comici. Con la Compagnia di Pippo Di Marca collaborò a progetti di Meta teatro: a sei anni mi fece assistere ad una versione di Aspettando Godot che ancora non ho capito. D’altronde a 7 anni mi ha fatto vedere Blade Runner. Alternava il racconto di fiabe meravigliose: prima di addormentarmi, ero spettatrice unica di reinterpretazioni indimenticabili di leggende, favole, aneddoti inventati, sempre nuove e originali.”

“Sono stata plasmata per molti aspetti dalle sue passioni: in particolare dal teatro e dal mare. Mio nonno aveva ricoperto un ruolo importante nella Marina Militare durante la seconda guerra mondiale, tanto che a mio padre toccò seguire le sue orme. Aveva tre fratelli: uno è frate francescano, una sorella è diventata cuoca e costumista, la seconda ha scelto un’altra professione, rimaneva solo lui da arruolare in Marina. Ha resistito dai 17 ai 23 anni, poi è scappato dalla Sicilia a Roma. Qui ha iniziato a studiare da autodidatta, incontrando e apprendendo da personalità uniche come quella di Carmelo Bene. Il grande pregio di papà è stato anche un suo limite: aveva un carattere forte, istrionico che non cedeva mai a compromessi. Era bellissimo, bravo, molto apprezzato e ricercato, ma se non era convinto di quanto gli veniva proposto, non ascoltava lusinghe.”

“Questo lo ha reso il mio eroe: un uomo, un attore che ce l’ha fatta da solo. Il teatro per lui era vita. Il personaggio Guido e la persona Guido erano un tutt’uno. Ogni esperienza che gli capitava, diventava un atto da portare in scena, così reale da crederci. Penso ai suoi racconti giornalieri sui suoi incontri quando andava a fare la spesa al mercato. Le origini della zuccheriera acquistata ad un banco dell’antiquariato, si trasformavano in versi di un’opera da ascoltare, concentrati. La ferita che si era provocato cadendo in bicicletta, per tutti era la conseguenza del morso di uno squalo. I nostri giri in vespa per Roma rimangono pagine di romanzo tratte da vicoli, monumenti, insegne di negozio. Nell’ultimo periodo che ha dovuto vivere senza stare tra la gente per il virus, gli mancava tanto non prendere autobus e metropolitana: erano fonti continue di ispirazione.

La strada era la sua scena: con suo cugino Nino Montalto ha fatto il mimo, accompagnato dalla sua armonica. Ha partecipato a Festival del Circo con i suoi pantaloni larghi a pois e il viso truccato. Io non ero ancora nata, ma mi ha raccontato: mi faceva vedere le foto, sempre estratte dalla sua preziosa valigia. Erano parte di un percorso che aveva dentro.”

“Continuava ad ispirarsi ai personaggi della realtà per questo riusciva a trasmettere così tanto in maniera naturale. Interagiva continuamente con il suo pubblico: assistere ad un suo spettacolo spesso equivaleva a farlo. Un rapporto che proseguiva oltre il palco: gli volevano bene tutti, dal fruttivendolo all’impresario. Strappava sorrisi pure nei momenti più impensabili. Non manifestava mai paure, riuscendo a trasmettere un senso di protezione unico, intriso di gioia e di leggerezza.

Ho il ricordo nitido di quando andò a fare uno spettacolo al Corviale, vicino la biblioteca, durante una serata organizzata da alcuni suoi amici.

“Ahò, ma se nun ce piaci?” gli urlarono dagli spalti. “E se nun me piacete voi?” rispose, conquistandoli.

Aveva una dizione perfetta, ma riusciva ad entrare in ogni dialetto: siculo napoletano, vissuto molto in Liguria, poteva passare da trasteverino senza problemi.

Era il re dell’improvvisazione. Amava la musica, suonando, a modo suo, tromba e armonica. Aveva partecipato in questo modo a spettacoli di blues. Tutto diventava facile quando si trasformava in teatro nella sua accezione totalizzante. Pativa per la trasformazione di questo mondo, per le difficoltà sempre maggiori a riempire le sale, ad attrarre gente. Voleva, però, che rimanesse traccia di quanto aveva sperimentato direttamente. Non ero tecnologico, ma aveva iniziato a realizzare dei cortometraggi per raccontare il suo teatro.”

“Per quanto trovasse il buono in ogni cosa, negli ultimi anni era spesso critico verso la televisione: non apprezzava un certo tipo di comicità che si diffondeva dallo schermo. Lui portava a ridere con poesia. Nel teatro tutto era poetico: le luci che si abbassano, i riflettori che si accendono, il palcoscenico prima lontano e poi compreso nella sala. La tv era distanza e frequente conquista di consensi con la volgarità. Papà era alla ricerca continua della sensibilità. Non poteva non scontrarsi con un mondo nel quale vedeva crescere chi abdicava il merito alle conoscenze. Per lui lo spettacolo doveva continuare ad essere frutto di impegno, apprendimento ed empatia. Capitava se la prendesse anche con alcuni esperimenti di teatro amatoriale a cui assisteva: il teatro doveva essere considerato una cosa seria.”

“Stavo quasi per seguire il suo percorso. Grazie ad una casualità, vinsi una borsa di studio per una scuola teatrale. Mi piaceva molto: oltre a quanto mi ha trasmesso papà, anche mia madre e mia nonna con la loro passione per la pittura, mi hanno cresciuto nell’arte. Poteva sembrare inevitabile per me, proseguire in questi contesti. Scelsi di fare altro, forse proprio perché avevo bisogno di esprimere quella sensibilità e quell’amore per gli altri, così nutrito dalla mia famiglia. Ho tenuto la passione per la conoscenza che non mi ha fermato nell’avventura del viaggio per cui sono stata molto tempo lontana a contatto con ambienti e persone diverse. Con capacità genetiche continuo a conservare e farmi arricchire da ogni mia esperienza: nei reparti ospedalieri, dove lavoro come infermiera e sulle onde che cavalco con la mia tavola da surf.”

“Papà, come me, non si è fermato mai. In casa scriveva, non bloccava il genio dentro, lo trasferiva nelle pagine di nuovi spettacoli. A volte capitava che registrasse qualche passaggio di questi lavori. Ho avuto il privilegio di vedere alcuni one man show improvvisati che mi inviava come messaggi quando ero in Australia: ballate, scritte dalla sua penna e suonate con la sua armonica.

Uno scrittore può aspettare l’ispirazione davanti ad una pagina bianca; un attore per indole o per necessità dopo poco non resiste, deve tirar fuori quanto ha dentro da esprimere.”

“Lo ha fatto fino all’ultimo minuto, rallegrando tutti. Mi dispiace: non abbiamo potuto organizzare il saluto che meritava. Una delle sue passioni lo accompagna anche ora, perché lo abbiamo seppellito nel cimitero di Massa Lubrense, affacciato sul mare. Appena sarà possibile, dobbiamo mantenere la seconda promessa: dedicare uno spettacolo alla sua partenza, con musica, parole e sorrisi di coloro che lo hanno amato. Spero che il 15 giugno, giorno del suo compleanno, si possa organizzare in un teatro, devolvendo gli incassi ad associazioni di volontariato. Vorrei proiettare i video in cui è in scena per poi dare la possibilità, a chi voglia, di salire sul palco per raccontare chi fosse Guido Ruvolo, attore, uomo, persona, personaggio. Per me, padre speciale.”

La traccia volante: “Prima di essere mia figlia, tu sei una persona.”

Claudio e la scuola che c’era

“Al Liceo Virgilio abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica, ma anche coinvolti in una vita semplice di partecipazione e condivisione.”

Professor Francesco Margiotta

Gli anni delle superiori costituiscono capitoli speciali nella vita di ognuno: a volte sono paragrafi da dimenticare, più spesso rappresentano pagine intoccabili, da consegnare a figli e nipoti. I professori che improvvisamente diventano avversari o riferimenti a cui affidare il proprio destino; compagni che sono amici, vicini in diversi momenti fondamentali dell’esistenza; amori, abitudini, scherzi, debolezze, scelte, impegno politico, partecipazione sociale, tensione ludica. Dall’adolescenza alla maturità: nelle aule si cambia, tenendo impressi segni che connoteranno a lungo, forse per sempre, i ricordi legati alla scuola. In queste settimane di DAD nelle quali ragazzi e insegnanti si sforzano di mantenere rapporti umani e ricreare atmosfere dallo schermo di un computer, mi ha colto l’emozione del passato con il racconto di un liceale del 1950. Dalle parole del professor Francesco Margiotta, un curriculum denso di incarichi universitari da Urbino, Parma e Firenze, ho ricostruito stralci di cosa significasse frequentare il Virgilio, liceo storico della capitale, negli anni della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale. A fianco a Francesco, la memoria costante del suo amico di avventure, Claudio Mancini. A lui, redattore del giornale scolastico, presidente della squadra di basket, fondatore del circolo per alunni ed ex allievi, è dedicata la traccia: aneddoti in cui si fonde storia personale e pubblica di un momento storico nel quale si poteva partecipare alla trasformazione della realtà. Si spera di generare un sorriso nei coetanei e infondere fiducia in figli e soprattutto nipoti

La traccia: al Liceo Virgilio negli anni 50

“Dal 1948 al 56 ho fatto sia le medie, sia le superiori al Virgilio.  I miei nonni abitavano a Piazza dell’Orologio, io al Ghetto, a piazza delle Cinque Scole. Le elementari le avevo frequentate, guerra in corso, alternando una settimana di mattina, una di pomeriggio. A Roma c’erano poche scuole attive: bisognava fare i turni. E’ una delle poche similitudini che mi sento di fare con quanto accade oggi. Nell’edifico delle medie del Virgilio siamo stati i primi a rientrare dopo che aveva ripreso la sua funzione: era stato adibito ad ospedale militare, c’erano ancora tutti i simboli fascisti attaccati.”

“La particolarità che unisce il periodo delle medie alle superiori, riguarda gli insegnanti di religione. Erano i parroci delle chiese vicine, creando un collegamento stretto con il territorio. Le parrocchie erano attivissime in quei tempi, ci trovavamo spesso coinvolti in attività sociali organizzate dagli oratori. Penso ai rapporti con gli orfanotrofi: andavamo a portare i regali ai bambini durante le feste. C’ è una vicenda molto dolorosa che porto dentro con un ricordo per fortuna a lieto fine. Ad Ostia trovarono un bambino, seppellito, probabilmente dai genitori naturali, sotto la sabbia: era ancora vivo. Fummo così colpiti da questa storia che chiedemmo al nostro preside di adottarlo: prendercene cura come scuola, benchè venisse affidato ad una struttura. Purtroppo, per quanto la memoria legata a quel periodo sia molto più prolifica di quella a medio periodo, non so quale sia stato poi il futuro di quel ragazzo. Ricordo bene, invece, che avevamo come confessore padre Carresana che condividevamo con il cardinal Montini. Rimase al suo fianco anche quando divenne Papa. Io e Claudio gli ripetevamo che con noi gli era andata male.

Non eravamo cattivi ragazzi, sicuramente venivamo da un periodo difficile, cercavamo di uscirne, vivendo appieno ogni emozione che i giorni ci offrivano, con semplicità, naturalezza e passione. Abitavamo quasi tutti nel centro della città, facevano eccezioni alcuni ragazzi che arrivavano da Monteverde o da Garbatella. Non c’erano differenze, però, tra di noi rispetto alla provenienza: invidiavamo solo chi aveva le merende più succulente.”

“Fino al quinto ginnasio eravamo divisi: maschi e femmine. Poi ci rimisero insieme: le ragazze sempre con il grembiule nero. Vigeva la regola: “mai con le compagne di classe!”. Dopo anni scoprii che una di loro aveva partecipato a Miss Italia, nemmeno la ricordavo. Mia madre, professoressa di latino e greco nello stesso liceo, me lo ribadiva: “niente amori sul posto di lavoro!”. Mio padre pure era stato uno storico insegnante di italiano, ma nel 41 dal Virgilio si trasferì al Visconti.”

“Io e Claudio eravamo nella sezione A: la migliore, la più tosta, con i professori più robusti e ostici. Il prof. Virginelli di italiano, era stato a Fiume con D’Annunzio; Nosei di latino e greco era uno dei responsabili, curatori dell’Enciclopedia Treccani. Solo per citarne due, matematica non mi sovviene il nome, non era la mia materia preferita. Il rispetto era massimo, ma i rapporti erano connotati da umanità e simpatia. Passavamo la maggior parte delle nostre giornate a scuola con loro e tra di noi.”

“Con Claudio ci conoscevamo dalle medie, ma al Liceo siamo diventati amici: non compagni di banco, di più. Abbiamo condiviso l’avventura de La Fronda, il giornale che realizzavamo, controllando persino le virgole nella tipografia che lo stampava, vicino a scuola. Non lo dirigevamo, ma scrivevamo noi due quasi tutti gli articoli, principalmente recensioni di libri e film. Lo distribuivamo nei corridoi e in cortile, mi sembra che ci facessimo pure pagare le copie. Una volta il preside, il mitico Dall’Oglio, ci chiamò per un pezzo su Giovanni Gentile: ci accusò di essere fascisti perché pareva ne parlassimo quasi bene, non era proprio possibile in quegli anni. Chiarimmo e continuammo ad uscire. Non si incrinarono nemmeno i rapporti con il preside, tanto che Claudio si fece assegnare un’aula, entrando, al piano terra, a destra, dove fondò il circolo del Virgilio. Era uno spazio di ritrovo molto utilizzato dagli studenti per riunirsi, studiare, confrontarsi che poi accolse anche gli ex liceali per mantenere la memoria storica. In questo modo Claudio era il collante tra passato e presente. Ci venivano a trovare l’archeologo Filippo Coarelli, Rosa Russo Jervolino, Linda Germi, Andrea Ginzburg.”

“Oltre al giornale e al circolo, Claudio si dedicava con particolare passione alla squadra di pallacanestro, tanto da organizzare campionati e tornei anche quando frequentava l’Università. Era l’unico sport che praticavamo durante le ore di educazione fisica, rigorosamente divisi: noi in palestra al piano terra, le ragazze in quella dell’ultimo. All’uscita andavamo a prendere le studentesse del professionale Colomba Antonietti a Piazza della Quercia. Non essendo compagne di classe, era consentito corteggiarle. Il pomeriggio si studiava a casa dell’uno o dell’altro per poi ritrovarsi, di nuovo tra ragazzi, a giocare a calcio in piazza Farnese.

Un po’ di sport a scuola, le passeggiate nel quartiere, l’impegno sociale con la parrocchia e politico con i primi movimenti giovanili dei partiti. C’erano poche eccezioni di svago degne di memoria. Penso alle prime televisioni in casa, attorno a cui ci ritrovavamo. Paola Amendola, della storica famiglia omonima, fu la prima in classe ad averne una. Andavamo da lei, all’Aventino, a seguire i programmi che iniziavano a trasmettere. Leggevamo molto, comprando e vendendo ai banchetti dell’usato a Santa Lucia.”

“Era una scuola viva, la nostra, indimenticabile come i rapporti che si crearono nelle aule, tra i banchi. Con Claudio abbiamo proseguito il percorso di studi insieme. Ci siamo iscritti alla stessa facoltà: giurisprudenza. Non eravamo studenti “signorini”: lavoravamo, facendo pratica, quindi non frequentavamo. Claudio però continuava a gestire il circolo e i tornei al Virgilio, oltre a commentare le partite fino al 63 (era diventato pure corrispondente del Tempo). Continuavamo a vederci per gli esami. Poi lui si è trasferito a Ceccano, dove è diventato un riferimento culturale come insegnante e in qualità di fondatore dell’Inclito rompi club: lo spirito attivo del Liceo non lo lasciava mai. Io pure non mi sono fermato: ho girato in varie città con i diversi incarichi universitari, ma non ci siamo mai persi del tutto.”


“Abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica. Ne eravamo attratti, ogni partito aveva il suo movimento giovanile a cui aderire per partecipare alle trasformazioni della realtà. Purtroppo è un aspetto che ho visto scemare sempre di più, osservando i miei ultimi studenti all’università. So che Claudio fino al 2005 ha continuato a frequentare il circolo ex allievi da lui fondato. Io sono andato in pensione nel 2011. Non conosco bene i ragazzi di oggi, mi piacerebbe essere smentito, ma temo che questo tipo di impegno non ci sia.”

“Non frequento i giovani del 2021, ed è tanto tempo che non torno in centro a Roma. Da anni vivo a Firenze. Mi è dispiaciuto non aver potuto salutare Claudio: con sua figlia Beatrice ci siamo promessi che, non appena finiscono le restrizioni del virus, ci rivedremo per ricordarlo insieme. So che a breve inaugureranno un parco pubblico in piazza della Moretta, davanti al Virgilio e il nuovo campo da basket della scuola: sono contento che si valorizzino i luoghi nei quali siamo cresciuti e che difficilmente dimenticheremo. Potrebbe essere un’occasione perfetta per ricordare Claudio, il giornale, il circolo, e gli anni nei quali, dal Liceo, siamo stati formati per poter dare il nostro contributo al mondo.”

La traccia volante: Lo scopo della scuola è quello di formare i giovani a educare sé stessi per tutta la vita.

Robert Maynard Hutchins

90 giorni, 9 mesi, un anno

Avrei avuto tanto da raccontarti sui mesi nei quali abbiamo provato paura, ansia, nostalgia, distanze e voglia di stare insieme, di nuovo. Saresti stata il pensiero di luce che racchiude la speranza anche nelle storie più buie.

Durante la prima ondata del virus, la città di Pesaro venne colpita duramente. Fu tra le province già rosse a fine febbraio del 2020: chiusa dopo un innalzamento imprevisto dei contagi, dovuto anche ad un torneo di basket nazionale che aveva fatto arrivare tifosi da varie parti del paese, prima che venissero adottate le norme di sicurezza. L’ospedale cittadino, il San Salvatore, coadiuvato dal Santa Croce di Fano, cercò di far fronte all’emergenza: medici, infermieri, operatori sanitari non poterono più rispettare turni che divennero infiniti. Il suono delle ambulanze si sostituì a quello delle campane delle tante chiese del centro e alle note del Conservatorio. Persino il mare sembrò fermarsi davanti alla paura, il dolore, l’angoscia che colpì ognuno di noi, costretto a vivere, direttamente, in un’atmosfera a cui non si può essere preparati. A maggio, quando pareva essere fuori dal periodo più duro, alcuni scrissero, provando a lasciare traccia della bufera vista dalla propria prospettiva. L’ho fatto anche io, grazie alla richiesta di Paolo Pagnini animatore di eventi culturali, scrittore, che insieme a Stefano Giampaoli ha raccolto 38 racconti, compreso quello del sindaco Matteo Ricci, nell’antologia Scritti pesaresi della tempesta virale. Nella giornata che si è deciso di dedicare al ricordo delle vittime della pandemia, un numero che purtroppo continua a crescere, mentre siamo nuovamente in zona rossa, ho riletto le mie pagine e deciso di condividerle anche qui. Uscita dalla tempesta, pensai di tornare alla vita, doppia: mi inventai il modo per descrivere cosa era accaduto in quei novanta giorni a chi fosse arrivata dopo nove mesi. Non è diventata realtà, ma nella fantasia, le parole continuano a trasmettermi un senso di speranza, oggi più che mai necessario: un piccolo contributo che dedico a chi non c’è più, a chi ha curato, a chi ha resistito, a chi è ancora in mezzo alle onde e ai tanti bambini, simbolo della fiducia in un futuro di libertà possibile.

Se tu ci fossi stata ti avrei raccontato

Ho accarezzato spesso la pancia in questi ultimi dieci giorni. Credevo che da questa pandemia fossi uscita doppia. Terrorizzata dall’idea di riprendere un’impresa senza sonno, con la schiena a pezzi, di nuovo di fronte all’azzeramento dell’illusione di una vita indipendente, continuavo a provare l’insensata ebbrezza di poterti raccontare il tempo sospeso nel quale eri stata concepita. Sì: sentivo, altrettanto irrazionalmente, che saresti stata una femmina.

Ci immaginavo davanti al mare, a gennaio: facendo i calcoli, saresti arrivata con il freddo. Camminando lungo viale Trieste, in una di quelle mattinate di sole che provano a confondere le stagioni, ti avrei parlato di come ci eravamo ritrovati tutti insieme, per la prima volta, in casa, per un lungo periodo. Non un fine settimana o i dieci giorni di una vacanza estiva, ma oltre tre mesi: io, papà, tua sorella Viola e tuo fratello Luca.

Avrei cominciato, mimandoti gli aneddoti su tuo padre che lavorava dal computer in cucina, mentre tutti noi strisciavamo dietro la sedia per andare a bere o a prendere qualcosa in frigorifero, cercando di non essere visti dai colleghi in diretta video.

Nata digitale, avrei dato per scontata la spiegazione dei dettagli tecnologici: di sicuro tua sorella ti avrebbe già reso protagonista delle sue infinite storie social, anche durante i nove mesi dell’attesa. Lei che era diventata una regista della quarantena. I suoi progressi nel montaggio di scene e nell’apprendimento di effetti speciali andavano di pari passo con le mie cocenti e coerenti delusioni in cucina: il mondo in quei tre mesi si era scoperto panificatore, da noi l’indigestione da pizza mal lievitata aveva rappresentato il rischio concreto di finire in ospedale.  Te ne saresti accorta a breve con le mie pappe dai colori fosforescenti e la consistenza cementizia. Eppure eravamo ingrassati, tanto da farmi considerare la trasformazione del mio corpo per farti posto, una normale evoluzione del percorso di merende a base di nutella e salame nelle ore più improbabili della mattina e della sera.

Arrivate alla discesa accanto ai Bagni Tina, avrei osato scendere con la carrozzina sulla spiaggia. Era uno dei motivi per cui avevamo scelto di lasciare Roma. L’orizzonte senza confine del blu tutto l’anno era riuscito a vincere sul tramonto al Gianicolo d’estate. Tu saresti nata nella nostra nuova città. Forse no, non so se ce l’avrei fatta a tradire la tradizione dell’Isola Tiberina come primo sguardo sul pianeta!

Avrei respirato la calma delle acque ferme e limpide del mare di inverno, per confidarti che certi vicoli, scorci, voci di gabbiano e sorrisi di amici di infanzia avevano riempito di nostalgia alcune notti dell’aprile e del maggio passati. Appena possibile, te li avrei fatti conoscere.

Vuoi mettere, però la sensazione della sabbia sotto i piedi con la lana a coprire il resto del corpo! Per la prima volta in quel marzo e aprile così assolati, era stato vietato l’accesso alle spiagge: i granelli lasciati soli, senza nemmeno una zampa a confonderli, giusto la schiuma delle onde ad accarezzare i più fortunati a riva. Il ritmo delle ruote nell’affrontare qualche dunetta, mi avrebbe fatto tornare in mente le canzoncine registrate nei video delle maestre di Luca che non si era mai entusiasmato a sentire, ma io avevo imparato a memoria. Avremo visto passare qualche cagnolino, andati quasi a ruba quando costituivano una strategia per garantirsi un’ora d’aria quotidiana. Avevo ceduto anche io alla tentazione, imponendo a nonno Giorgio di farmi portare la mattina il povero Puck, conteso con zia Anne.

In questo modo avrei potuto descriverti come appariva strano il centro di Pesaro. Deserto e spettrale alle nove di un marzo nel quale erano cominciate a sbocciare le rose tra i cespugli di Piazzale Matteotti; trattenuto, timoroso, con spinte di audacia verso la fine di aprile, quando sparuti ragazzi si arrischiavano a correre intorno alla rocca; timido, ma voglioso di tornare a vivere nel maggio della riapertura, con i rumori dei cucchiaini e delle tazzine nei bar del Corso e il suono dei phon dai saloni di bellezza.

Cresceva la voglia di mostrarsi dopo essersi tanto nascosti.

Non so se a gennaio avrei indossato ancora la mascherina, ma ti avrei mimato i vari modi comici con i quali la portavano coloro che via via ho incontrato durante le file alla Coal. Ero stata scelta per fare la spesa una volta a settimana. All’inizio perché, nonostante la mia proverbiale ipocondria che avresti conosciuto dalle reazioni al tuo primo starnuto, ostentavo un’antipatica leggerezza, considerando troppa esagerata la richiesta di contingentare le uscite alla necessità, quindi mi imponevo di mantenere almeno quella garantita. Ero anche curiosa di osservare i comportamenti degli altri. Quando però, la mattina di un lunedì intuii il terrore negli occhi della cassiera del nostro piccolo supermercato, compresi che il rispetto delle regole sarebbe diventato la sopravvivenza. La mia inutile sciarpa di seta sul viso per entrare mi fece sentire quasi nuda. Appena rientrata, mi misi a cercare in internet ogni dispositivo necessario: disinfettanti, guanti e soprattutto mascherine. Le trovammo grazie ad un’impresa locale che, come fecero in molte, cambiò l’oggetto della propria produzione per adattarsi alle nuove esigenze. Acquistammo dei curiosi becchi di papero in tessuto prima utilizzato per rivestire divani. In poco tempo divenne un oggetto di moda anche quello: c’era chi l’aveva colorata, chi personalizzata con le iniziali, chi in tessuto aderente, vennero inventate quelle trasparenti per consentire di leggere il labiale ai sordomuti.

Avrei agitato le mani e utilizzato ogni espressione delle labbra anche io per illustrarti quando il carnevale senza scherzi durò oltre novanta giorni. Forse proprio in un impeto anarchico a quel punto ti avrei preso per tenerti tra le braccia: il gesto più vietato e difficile da trattenere. Un passo di danza come quello che sembrava facesse zia Anne in una foto che ho conservato: stringeva sè stessa, sperando di fare raggiungere me dal calore che non poteva trasmettermi direttamente. Quanto è stata dura non sfiorare nemmeno la mano di nonna Lucia, quando aumentava il terrore che potesse contagiarsi! Tanto fragile, ma ortodossa e determinata, aveva rispettato ogni disposizione e superato pure la pandemia. Avrebbe accolto la notizia del tuo arrivo, travolta dall’ansia, per poi consegnarmi la certezza che avrebbe trovato il modo di aiutarmi.

Non sarebbe stata la sola, so che avrei potuto contare anche su coloro che sono stati i miei eroi di quei mesi. Viola e Luca come pure Francesco, Valeria Luce e tutti i bambini poco o più grandi di te che hanno resistito e si sono inventati una nuova fantasia. Hanno visto la realtà dalla finestra per novanta mattine, pomeriggi, sere con il sottofondo delle ambulanze, continuando a creare avventure e mondi segreti tra il tavolo e il divano. Le risate dei loro amici erano suoni meccanici dallo schermo, come pure le voci delle maestre e dei parenti lontani: temo si siano abituati a perderne la musicalità per tenere il contatto. Avrei sussurrato, in quel momento che non c’erano, mentre recuperavamo abbracciate la strada verso il centro, che per te, nella città della musica, avrei voluto solo note di violino o pianoforte sfuggite libere dalle finestre del Conservatorio. Mi sarei un po’ rattristata, pensando alle anime allegre e creative di artisti che ci avevano lasciato in quei giorni. Magari avremmo visto un nonno o una nonna spingere un’altra carrozzina, avrei dedicato loro un sorriso sincero, quello che non abbiamo potuto rivolgere ai tanti meravigliosi anziani, patrimonio di memoria, scivolati via nel silenzio, tra le distanze.

Arrivate a via Rossini, però, sarebbe tornato il buonumore: qui ci siamo riviste, senza barriere, io e zia quando abbiamo consegnato le mascherine come volontarie del comune. Pioveva, finalmente una scusa per stringerci sotto l’ombrello. Non c’era ancora nessuno nelle strade, suonavamo ai citofoni e ci aprivano grati, facendoci scoprire altre prospettive di cortili e di sguardi. Io e zia all’inizio avevamo fatto confusione, poi eravamo partite spedite, tornando a casa stanche, ma felici.

La gioia sarebbe stata l’emozione con cui avrei concluso la nostra prima passeggiata in città, magari davanti scuola a prendere Luca, sperando che avessero trovato un modo per riaprirle in armonia. Dipinte sui vetri delle classi della Carducci, ti avrei fatto vedere i disegni degli alberi con la neve, finalmente sarebbero stati coerenti, non come a maggio, dove rimasero impressi, nonostante fossero fioriti i gelsomini nella strada. Tuo fratello avrebbe avuto l’irresistibile espressione scocciata che aveva già all’asilo dopo aver trascorso quattro ore fermo in un’aula e senza play station. Avremmo aspettato al portone, il ritorno di Viola dalle medie. Fin dall’inizio di Via Morselli si sarebbe percepita la sua voce confusa a quella delle sue amiche: ti avrebbe preso subito per mostrarti loro e insegnarti qualche espressione buffa. Forse a casa avremmo trovato papà che non deve più stare fuori tutta la settimana, ma almeno due giorni può addirittura pranzare con noi, tentando di mantenere la dieta.  

Avremmo, sarebbe, forse…

Ho accarezzato la pancia e ti ho salutato una mattina di sole di giugno, quando ho capito che non saresti arrivata. Sono onesta ho tirato anche un sospiro: non so se avrei trovato la forza per quelle notti, la pazienza per i pianti, la cura per i giorni. Avrei avuto però tanto da raccontarti sui mesi nei quali abbiamo provato paura, ansia, nostalgia, distanze e voglia di stare insieme, di nuovo. Saresti stata il pensiero di luce che racchiude la speranza anche nelle storie più buie.

Ah: abbiamo preso un gatto, rosso, non un cane, chiamato Zorba in onore di un eccezionale scrittore che in quei novanta giorni se ne è andato, lasciandoci un patrimonio di parole e di gioia.

Per il sorriso di Ahlam

Il sogno di Ahlam è studiare: studiare in Italia per riscattare il proprio destino ed affermarsi come donna indipendente.

Per aiutare a realizzarlo, si può contribuire alla raccolta lanciata dai reparti ospedalieri dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna.

Ahlam ha 18 anni. A 14 ha lasciato Baghdad: è fuggita poco prima che nel suo paese iniziassero i bombardamenti. Da sola, nonostante avesse una grave deformazione della colonna vertebrale, è salita su un barcone e ha affrontato il viaggio fino in Sicilia. Da alcune settimane è ricoverata nell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna dove è stata sottoposta a due interventi.

Ancora non si sa se riuscirà a tornare a camminare, ma non si arrende. Il suo sorriso, espressione di una forza che ama la vita più del dolore, colpisce chi l’ha curata. Il dottor Gisberto Evangelisti, medico chirurgo, ha condiviso questa emozione inattesa.

Giorni fa le ha chiesto come stesse, come procedesse la fisioterapia, Ahlam ha risposto, gioiosa:

“tutto bene dottore! Leggo molti libri, così non penso troppo e passo il tempo. Sai cosa mi piacerebbe? Imparare a suonare il pianoforte!”

Chi convive con la sofferenza, provando quotidianamente ad alleviarla, sa cosa significa ricevere un dono di speranza. La Onlus Agito, che si occupa principalmente di sensibilizzare sui tumori ossei rari degli adolescenti e di migliorare le condizioni psicofisiche dei pazienti durante le cure, si è mobilitata immediatamente: ha messo a disposizione di Ahlam una pianola e una app per ricevere lezioni di musica.

La presidente Sabrina Bergonzoni, ha precisato:

questa attività è fuori mission, poiché Agito si è costituita per attività di supporto ai pazienti oncologici, quindi non è stata sostenuta dall’associazione, ma volontariamente da alcuni soci. Perché siamo umani.”

I volontari non sono i soli che vogliono aggiungere altri capitoli di riscatto e bellezza alla storia di Ahlam: troppe le pagine di dolore, solitudine e paura. I due reparti, chirurgia del rachide e chirurgia vertebrale oncologica che l’hanno accolta, curata, quasi adottata, hanno pensato di organizzare una raccolta per creare un piccolo fondo per lei.

Chiunque può contribuire.

Il periodo storico che stiamo attraversando è difficile, ma condividere la prospettiva di una giovane donna che non ha perso il sogno nemmeno dopo aver vissuto gli incubi reali, può nutrire la speranza di tutti.

La salute presente e futura di Ahlam è ancora incerta, ma lei vuole studiare, provare a diventare un medico, accompagnata dalla musica.

Non conosciamo molto altro della sua storia e abbiamo paura a chiedere, ma confidiamo nel tempo di raccogliere qualche altro tassello di un puzzle tanto complesso grazie alle lezioni musicali a distanza. Intanto abbiamo visto un sorriso meraviglioso che per ora preferiamo non condividere ma, fidatevi, scaldava il cuore.”

Scrivono nell’appello, coloro che hanno assistito alla semplice magia della forza d’animo di questa ragazza di Baghdad.

Ahlam, intanto suona dal suo letto d’ospedale: sono note di una sinfonia che possiamo comporre insieme per sentirci meno soli e restare umani.

Angel

“Non scapperemo, ma non versate il nostro sangue!”

Kyal Sin, soprannominata Angel

Correva per la vita libera del suo popolo. Era convinta, come lo si è a 19 anni, che sarebbe andato tutto bene, tanto da indossare l’auspicio sulla sua maglietta.

Kyal Sin, soprannominata Angel, la portava anche mercoledì 3 marzo, quando è stata uccisa durante un corteo a Mandalay, la seconda città del Myanmar. Le hanno sparato alla testa, mentre insieme a moltissimi, coetanei e non, protestava per chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi, presidentessa, democraticamente eletta, destituita da un colpo di stato.

Da settimane a chi lotta per il ripristino della legalità e per la pace, risponde una repressione durissima.

54, la cifra che il regime ha fatto filtrare, sarebbe il numero dei morti.

Kyal Sin non voleva certo essere tra questi, ma consapevole dei rischi, aveva scritto i dettagli del suo gruppo sanguigno su Facebook e chiesto che i suoi organi fossero donati nel caso fosse morta.

“Se non sono in buone condizioni non salvatemi, donate i miei organi e contattate mio padre”.

Kyal Sin era una ballerina e praticava arti marziali. Al suo funerale in migliaia l’hanno accompagnata: simbolo di una rivolta dimenticata nel rumore del mondo, angelo di chi continuerà a portarla avanti.

 19 anni, amava la vita, correva per la libertà, non l’hanno fermata i proiettili: il suo cuore batterà nel petto di un altro.  

Non dimentichiamola!

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