Fondamentali maestre

“Ieri mattina, nella nostra cassetta della posta verde, quella che abbiamo in aula per raccogliere stati d’animo, pensieri e bisogni, ho trovato un biglietto: Maestra, grazie infinite. Ho capito che io non sono inutile. Grazie.”

Enrica Ena

Come stanno i bambini? Cosa pensano? In questo lungo periodo complesso, capita di guardare i loro occhi sopra la mascherina e chiederselo. C’è chi, però, fa la differenza, aiutandoli a formulare la risposta, senza infingimenti, e, soprattutto, prestando attenzione ad ogni dettaglio delle loro parole. Enrica Ena, insegnante nella scuola primaria dell’Istituto Comprensivo Pietro Allori di Iglesias, dimostra ogni giorno, nelle aule in cui incontra i suoi piccoli allievi, all’aperto dove li coinvolge in numerose iniziative ed anche attraverso uno schermo, con la sua forma di DAD speciale, di interpretare un ruolo fondamentale: l’intermediaria dei sentimenti. Questa mattina ha scritto un post, mi ha confessato di aver pensato molto prima di condividerlo, che è una traccia toccante del suo lavoro, dell’amore che ci riversa, necessaria a spingere chi legge a non dare mai per scontata la richiesta di aiuto, palese o sottintesa, espressa dalle donne e dagli uomini di domani. La ringrazio per quanto fa e per avermi consentito di pubblicare il suo racconto.

“Qualche giorno fa, una delle mie bambine, chiamandomi al suo banco, mi ha chiesto se poteva parlarmi un attimo. Io ho pensato a una richiesta comune, perciò mi sono semplicemente avvicinata.

-“ Sai maestra, io mi sento inutile.

” Ho abbandonato ogni cosa e ogni altro pensiero e mi sono messa accanto.

Cosa vuol dire, amore, in che senso ti senti inutile?

Proprio come un oggetto che c’è, ma non serve a nessuno. A volte mi metto anche in un angolo dove mi sento più tranquilla.

Amore – le ho detto io – ma tu non sei affatto inutile, perché ti senti così?

Perché molte volte non capisco le cose, faccio molta fatica.

Ma questo non significa essere inutili. Ognuno ha i suoi tempi e noi tutti non abbiamo fretta e siamo qui per aiutarvi.

Non devi mai sentirti inutile. Pensa che io non riesco a immaginare questa classe senza di te. Senza la bellezza che ogni giorno porti con la tua gentilezza verso tutti, senza quello che tutti noi impariamo da te. A me non interessa se non sai fare tutto subito. Io voglio solo cercare sempre la strada per aiutarti.

E le ho raccontato le tante cose che porta tra noi.

Le sono scese lacrime silenziose.

Le ho detto che ogni regola ha le sue eccezioni, perciò anche se non si potrebbe: l’ho abbracciata stretta.

Lei si è ammorbidita, mi ha detto che questa cosa l’ha rivelata anche ai suoi genitori, che pure loro sono rimasti molto sorpresi.

Visto come mi sono sentita io, da maestra, posso solo immaginare che cosa abbiano provato loro.

Le ho detto di non pensarlo mai, ma che ha fatto bene a dirmi come si sente perché è importante per me sapere che cosa prova e che cosa pensa.”

“È tornata a sedersi. Io sono rimasta lì a pensare a quanto sia difficile, anche quando pensiamo di fare tutto il possibile, capire davvero come possa sentirsi un bambino.

Dopo un po’ si è avvicinata e mi ha detto:

Sono più tranquilla, maestra. Non lo dirò più di sentirmi inutile.

E io le ho risposto:

Non preoccuparti di averlo detto, hai fatto bene. Ciò che desidero è che tu non lo possa pensare mai più. Perché tu sei molto preziosa e come ti senti conta più di ogni cosa.

“Si è messa al lavoro – stiamo affrontando le divisioni in colonna – e le sono stata molto vicina per guidarla con gli strumenti che so esserle d’aiuto.

Mi sono interrogata molto, e lo sto facendo ancora adesso. Se si sente così una bambina amata da tutti noi, in una classe in cui al primo posto abbiamo messo la costruzione di un clima sereno, la cura e l’aiuto dell’altro. Dove non sono mai esistiti voti né giudizi, dove la competizione è tenuta fuori, cosa accade in altri scenari?”

“La verità è che non possiamo mai sapere che cosa senta davvero ognuno. Mi è stato consegnato un pensiero con una franchezza disarmante, come mai mi era capitato. Ma questo chissà quanto è dentro tanti dei nostri bambini, nonostante noi. Perché loro conoscono bene le loro difficoltà, senza bisogno che nessuno gliele mostri di continuo e si confrontano oltre ogni nostro confronto.

Che male!”

Una voce colorata per vedere L’Aquila

“Dicono che le cose brutte accadono a chi è in grado di sopportarle.”

6 aprile 2009 – 6 aprile 2021. Sono passati 12 anni dalla notte nella quale gran parte dell’Italia si svegliò di soprassalto, scossa dal terremoto. Per molti l’incubo continuò e non è ancora finito. A L’Aquila morirono 309 persone. Tanti erano giovani, studenti, colpiti mentre coltivavano, fiduciosi, il proprio futuro. Tra loro c’era anche Eleonora Calesini, estratta dalle macerie della casa che condivideva con tre amiche studentesse, 40 ore dopo le 3.32, in cui tutto crollò. Da allora non ha potuto e voluto dimenticare, non solo il dolore per Enza che non ce l’ha fatta, ma i colori, le sensazioni, le emozioni che quella città così accogliente, cinta da vette innevate, le aveva donato.

Nel 2019, a dieci anni dall’evento, l’ha raccontata in un libro Il Movimento dei sogni, scritto insieme a Debora Grassi, illustrato da Caterina Germani, per la Fandango Editore. In questo 2021 di silenzi ancora più forti e grigi più intensi, le immagini dalla carta si animano in un video. Eleonora, Elly, videomaker di Mondaino, ne ha curato il montaggio, Debora, scrittrice riminese, ha dato la voce alle parole scelte. L’idea è venuta a Caterina: ha disegnato L’Aquila che si addormenta serena, si sveglia ferita e si proietta in un futuro di nuova bellezza, sempre cinta dalle sue cime innevate.

Le frasi sono delicate, ma colpiscono come pugni improvvisi, accompagnate dai tratti leggeri e inesorabili che rendono questo minuto e 46 secondi, un omaggio alla memoria collettiva toccante e indimenticabile.

Spiega Eleonora:

“L’idea del video è nata per ricordare una data che non potremo dimenticare. Caterina, amica e illustratrice del libro ha proposto l’idea dei disegni e insieme abbiamo deciso di creare un video sulla voce dei protagonisti del libro che abbiamo scritto.

Non voleva essere un video personale, non solo sulla mia storia, ma doveva rappresentare la storia di tutti. Abbiamo scelto delle frasi che potessero racchiudere la vita e i sentimenti di tutte le persone che hanno vissuto questa esperienza.

 Per questo abbiamo deciso di ritrarre l’Aquila. Abbiamo dato voce e immagini alla città.”

Il teatro è una cosa seria

Uno scrittore può aspettare l’ispirazione davanti ad una pagina bianca. Un attore, per indole o per necessità, dopo poco non resiste: deve tirar fuori quanto ha dentro da esprimere.

Un attore vive ogni giorno la sua arte: nei passi con cui cammina lungo una strada; nel sorriso attraverso il quale saluta coloro che incontra; negli occhi che osservano e si ispirano; nella voce, naturalmente cadenzata al ritmo delle situazioni che affronta. Il palcoscenico da una piazza diventa la scenografia in una sala, il pubblico incantato si ferma, diventando anch’esso parte di una magia che si chiama teatro. Guido Ruvolo era un attore. Dal mimo, al circo, al meta teatro, da Carmelo Bene a Shakespeare, alle opere scritte e auto prodotte sulla base delle esperienze direttamente vissute. Persona e personaggio, senza mai celare le emozioni, scavate nel profondo, anche quando indossava una maschera o un trucco pesante. Il teatro è fermo da troppo tempo, lui non poteva farlo: ha continuato a scrivere, interpretare, suonare la sua armonica fino all’ultimo giorno. Lo racconta sua figlia Clio, stessa luce nello sguardo, sfidante e vittoriosa contro ogni avversità, caratteristica nutrita da una famiglia, cresciuta nell’arte e impegnata a divulgarne la bellezza. La sua traccia è un passo nel percorso che la porterà a dedicare a suo padre lo spettacolo che merita, affinché non si dimentichi mai come deve essere un vero attore.  

La traccia: Guido Ruvolo, padre, attore

“Da quando sono nata, l’ho seguito in teatro. Mio padre è sempre stato molto presente nella mia vita. I miei genitori sono stati insieme 18 anni, si sono separati che io ne avevo quattro e mezzo: fino a che non sono diventata maggiorenne hanno condiviso ogni decisione che mi riguardasse. Li ho sempre visti in armonia: è stato fondamentale per creare con entrambi un rapporto forte, speciale, di fiducia e di complicità.

Il primo ricordo da bambina è legato ad uno spettacolo. Avevo circa tre anni, papà portava in scena One man Show. Era solo sul palco con indosso un asciugamano: mi sono arrampicata su una poltroncina e ho cominciato a chiamarlo a squarciagola. Ne ha approfittato per una improvvisazione: padre e figlia. E’ continuata così la nostra storia: con il teatro al centro. Da che ho imparato a leggere, mi dedicavo a ripetere a memoria le battute dei suoi spettacoli anche quelle dei suoi compagni, in modo da poterlo aiutare con le prove a casa. Spesso aspettavo, sveglia, di notte, che tornasse perché mi raccontasse come fosse andato lo spettacolo. Ero e rimango gelosa della sua valigia dell’attore. Ancora oggi racchiude la sua anima: costumi, attrezzi, foto di tutti i personaggi che ha interpretato. Era la sua inseparabile compagna di lavoro. Io attendevo con ansia di rivedere entrambi: parti inscindibili dello stesso mondo magico.

“Credo di aver rappresentato per lui anche un’ottima assistente: non che fosse semplice. Papà passava dal Riccardo III a personaggi comici. Con la Compagnia di Pippo Di Marca collaborò a progetti di Meta teatro: a sei anni mi fece assistere ad una versione di Aspettando Godot che ancora non ho capito. D’altronde a 7 anni mi ha fatto vedere Blade Runner. Alternava il racconto di fiabe meravigliose: prima di addormentarmi, ero spettatrice unica di reinterpretazioni indimenticabili di leggende, favole, aneddoti inventati, sempre nuove e originali.”

“Sono stata plasmata per molti aspetti dalle sue passioni: in particolare dal teatro e dal mare. Mio nonno aveva ricoperto un ruolo importante nella Marina Militare durante la seconda guerra mondiale, tanto che a mio padre toccò seguire le sue orme. Aveva tre fratelli: uno è frate francescano, una sorella è diventata cuoca e costumista, la seconda ha scelto un’altra professione, rimaneva solo lui da arruolare in Marina. Ha resistito dai 17 ai 23 anni, poi è scappato dalla Sicilia a Roma. Qui ha iniziato a studiare da autodidatta, incontrando e apprendendo da personalità uniche come quella di Carmelo Bene. Il grande pregio di papà è stato anche un suo limite: aveva un carattere forte, istrionico che non cedeva mai a compromessi. Era bellissimo, bravo, molto apprezzato e ricercato, ma se non era convinto di quanto gli veniva proposto, non ascoltava lusinghe.”

“Questo lo ha reso il mio eroe: un uomo, un attore che ce l’ha fatta da solo. Il teatro per lui era vita. Il personaggio Guido e la persona Guido erano un tutt’uno. Ogni esperienza che gli capitava, diventava un atto da portare in scena, così reale da crederci. Penso ai suoi racconti giornalieri sui suoi incontri quando andava a fare la spesa al mercato. Le origini della zuccheriera acquistata ad un banco dell’antiquariato, si trasformavano in versi di un’opera da ascoltare, concentrati. La ferita che si era provocato cadendo in bicicletta, per tutti era la conseguenza del morso di uno squalo. I nostri giri in vespa per Roma rimangono pagine di romanzo tratte da vicoli, monumenti, insegne di negozio. Nell’ultimo periodo che ha dovuto vivere senza stare tra la gente per il virus, gli mancava tanto non prendere autobus e metropolitana: erano fonti continue di ispirazione.

La strada era la sua scena: con suo cugino Nino Montalto ha fatto il mimo, accompagnato dalla sua armonica. Ha partecipato a Festival del Circo con i suoi pantaloni larghi a pois e il viso truccato. Io non ero ancora nata, ma mi ha raccontato: mi faceva vedere le foto, sempre estratte dalla sua preziosa valigia. Erano parte di un percorso che aveva dentro.”

“Continuava ad ispirarsi ai personaggi della realtà per questo riusciva a trasmettere così tanto in maniera naturale. Interagiva continuamente con il suo pubblico: assistere ad un suo spettacolo spesso equivaleva a farlo. Un rapporto che proseguiva oltre il palco: gli volevano bene tutti, dal fruttivendolo all’impresario. Strappava sorrisi pure nei momenti più impensabili. Non manifestava mai paure, riuscendo a trasmettere un senso di protezione unico, intriso di gioia e di leggerezza.

Ho il ricordo nitido di quando andò a fare uno spettacolo al Corviale, vicino la biblioteca, durante una serata organizzata da alcuni suoi amici.

“Ahò, ma se nun ce piaci?” gli urlarono dagli spalti. “E se nun me piacete voi?” rispose, conquistandoli.

Aveva una dizione perfetta, ma riusciva ad entrare in ogni dialetto: siculo napoletano, vissuto molto in Liguria, poteva passare da trasteverino senza problemi.

Era il re dell’improvvisazione. Amava la musica, suonando, a modo suo, tromba e armonica. Aveva partecipato in questo modo a spettacoli di blues. Tutto diventava facile quando si trasformava in teatro nella sua accezione totalizzante. Pativa per la trasformazione di questo mondo, per le difficoltà sempre maggiori a riempire le sale, ad attrarre gente. Voleva, però, che rimanesse traccia di quanto aveva sperimentato direttamente. Non ero tecnologico, ma aveva iniziato a realizzare dei cortometraggi per raccontare il suo teatro.”

“Per quanto trovasse il buono in ogni cosa, negli ultimi anni era spesso critico verso la televisione: non apprezzava un certo tipo di comicità che si diffondeva dallo schermo. Lui portava a ridere con poesia. Nel teatro tutto era poetico: le luci che si abbassano, i riflettori che si accendono, il palcoscenico prima lontano e poi compreso nella sala. La tv era distanza e frequente conquista di consensi con la volgarità. Papà era alla ricerca continua della sensibilità. Non poteva non scontrarsi con un mondo nel quale vedeva crescere chi abdicava il merito alle conoscenze. Per lui lo spettacolo doveva continuare ad essere frutto di impegno, apprendimento ed empatia. Capitava se la prendesse anche con alcuni esperimenti di teatro amatoriale a cui assisteva: il teatro doveva essere considerato una cosa seria.”

“Stavo quasi per seguire il suo percorso. Grazie ad una casualità, vinsi una borsa di studio per una scuola teatrale. Mi piaceva molto: oltre a quanto mi ha trasmesso papà, anche mia madre e mia nonna con la loro passione per la pittura, mi hanno cresciuto nell’arte. Poteva sembrare inevitabile per me, proseguire in questi contesti. Scelsi di fare altro, forse proprio perché avevo bisogno di esprimere quella sensibilità e quell’amore per gli altri, così nutrito dalla mia famiglia. Ho tenuto la passione per la conoscenza che non mi ha fermato nell’avventura del viaggio per cui sono stata molto tempo lontana a contatto con ambienti e persone diverse. Con capacità genetiche continuo a conservare e farmi arricchire da ogni mia esperienza: nei reparti ospedalieri, dove lavoro come infermiera e sulle onde che cavalco con la mia tavola da surf.”

“Papà, come me, non si è fermato mai. In casa scriveva, non bloccava il genio dentro, lo trasferiva nelle pagine di nuovi spettacoli. A volte capitava che registrasse qualche passaggio di questi lavori. Ho avuto il privilegio di vedere alcuni one man show improvvisati che mi inviava come messaggi quando ero in Australia: ballate, scritte dalla sua penna e suonate con la sua armonica.

Uno scrittore può aspettare l’ispirazione davanti ad una pagina bianca; un attore per indole o per necessità dopo poco non resiste, deve tirar fuori quanto ha dentro da esprimere.”

“Lo ha fatto fino all’ultimo minuto, rallegrando tutti. Mi dispiace: non abbiamo potuto organizzare il saluto che meritava. Una delle sue passioni lo accompagna anche ora, perché lo abbiamo seppellito nel cimitero di Massa Lubrense, affacciato sul mare. Appena sarà possibile, dobbiamo mantenere la seconda promessa: dedicare uno spettacolo alla sua partenza, con musica, parole e sorrisi di coloro che lo hanno amato. Spero che il 15 giugno, giorno del suo compleanno, si possa organizzare in un teatro, devolvendo gli incassi ad associazioni di volontariato. Vorrei proiettare i video in cui è in scena per poi dare la possibilità, a chi voglia, di salire sul palco per raccontare chi fosse Guido Ruvolo, attore, uomo, persona, personaggio. Per me, padre speciale.”

La traccia volante: “Prima di essere mia figlia, tu sei una persona.”

Claudio e la scuola che c’era

“Al Liceo Virgilio abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica, ma anche coinvolti in una vita semplice di partecipazione e condivisione.”

Professor Francesco Margiotta

Gli anni delle superiori costituiscono capitoli speciali nella vita di ognuno: a volte sono paragrafi da dimenticare, più spesso rappresentano pagine intoccabili, da consegnare a figli e nipoti. I professori che improvvisamente diventano avversari o riferimenti a cui affidare il proprio destino; compagni che sono amici, vicini in diversi momenti fondamentali dell’esistenza; amori, abitudini, scherzi, debolezze, scelte, impegno politico, partecipazione sociale, tensione ludica. Dall’adolescenza alla maturità: nelle aule si cambia, tenendo impressi segni che connoteranno a lungo, forse per sempre, i ricordi legati alla scuola. In queste settimane di DAD nelle quali ragazzi e insegnanti si sforzano di mantenere rapporti umani e ricreare atmosfere dallo schermo di un computer, mi ha colto l’emozione del passato con il racconto di un liceale del 1950. Dalle parole del professor Francesco Margiotta, un curriculum denso di incarichi universitari da Urbino, Parma e Firenze, ho ricostruito stralci di cosa significasse frequentare il Virgilio, liceo storico della capitale, negli anni della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale. A fianco a Francesco, la memoria costante del suo amico di avventure, Claudio Mancini. A lui, redattore del giornale scolastico, presidente della squadra di basket, fondatore del circolo per alunni ed ex allievi, è dedicata la traccia: aneddoti in cui si fonde storia personale e pubblica di un momento storico nel quale si poteva partecipare alla trasformazione della realtà. Si spera di generare un sorriso nei coetanei e infondere fiducia in figli e soprattutto nipoti

La traccia: al Liceo Virgilio negli anni 50

“Dal 1948 al 56 ho fatto sia le medie, sia le superiori al Virgilio.  I miei nonni abitavano a Piazza dell’Orologio, io al Ghetto, a piazza delle Cinque Scole. Le elementari le avevo frequentate, guerra in corso, alternando una settimana di mattina, una di pomeriggio. A Roma c’erano poche scuole attive: bisognava fare i turni. E’ una delle poche similitudini che mi sento di fare con quanto accade oggi. Nell’edifico delle medie del Virgilio siamo stati i primi a rientrare dopo che aveva ripreso la sua funzione: era stato adibito ad ospedale militare, c’erano ancora tutti i simboli fascisti attaccati.”

“La particolarità che unisce il periodo delle medie alle superiori, riguarda gli insegnanti di religione. Erano i parroci delle chiese vicine, creando un collegamento stretto con il territorio. Le parrocchie erano attivissime in quei tempi, ci trovavamo spesso coinvolti in attività sociali organizzate dagli oratori. Penso ai rapporti con gli orfanotrofi: andavamo a portare i regali ai bambini durante le feste. C’ è una vicenda molto dolorosa che porto dentro con un ricordo per fortuna a lieto fine. Ad Ostia trovarono un bambino, seppellito, probabilmente dai genitori naturali, sotto la sabbia: era ancora vivo. Fummo così colpiti da questa storia che chiedemmo al nostro preside di adottarlo: prendercene cura come scuola, benchè venisse affidato ad una struttura. Purtroppo, per quanto la memoria legata a quel periodo sia molto più prolifica di quella a medio periodo, non so quale sia stato poi il futuro di quel ragazzo. Ricordo bene, invece, che avevamo come confessore padre Carresana che condividevamo con il cardinal Montini. Rimase al suo fianco anche quando divenne Papa. Io e Claudio gli ripetevamo che con noi gli era andata male.

Non eravamo cattivi ragazzi, sicuramente venivamo da un periodo difficile, cercavamo di uscirne, vivendo appieno ogni emozione che i giorni ci offrivano, con semplicità, naturalezza e passione. Abitavamo quasi tutti nel centro della città, facevano eccezioni alcuni ragazzi che arrivavano da Monteverde o da Garbatella. Non c’erano differenze, però, tra di noi rispetto alla provenienza: invidiavamo solo chi aveva le merende più succulente.”

“Fino al quinto ginnasio eravamo divisi: maschi e femmine. Poi ci rimisero insieme: le ragazze sempre con il grembiule nero. Vigeva la regola: “mai con le compagne di classe!”. Dopo anni scoprii che una di loro aveva partecipato a Miss Italia, nemmeno la ricordavo. Mia madre, professoressa di latino e greco nello stesso liceo, me lo ribadiva: “niente amori sul posto di lavoro!”. Mio padre pure era stato uno storico insegnante di italiano, ma nel 41 dal Virgilio si trasferì al Visconti.”

“Io e Claudio eravamo nella sezione A: la migliore, la più tosta, con i professori più robusti e ostici. Il prof. Virginelli di italiano, era stato a Fiume con D’Annunzio; Nosei di latino e greco era uno dei responsabili, curatori dell’Enciclopedia Treccani. Solo per citarne due, matematica non mi sovviene il nome, non era la mia materia preferita. Il rispetto era massimo, ma i rapporti erano connotati da umanità e simpatia. Passavamo la maggior parte delle nostre giornate a scuola con loro e tra di noi.”

“Con Claudio ci conoscevamo dalle medie, ma al Liceo siamo diventati amici: non compagni di banco, di più. Abbiamo condiviso l’avventura de La Fronda, il giornale che realizzavamo, controllando persino le virgole nella tipografia che lo stampava, vicino a scuola. Non lo dirigevamo, ma scrivevamo noi due quasi tutti gli articoli, principalmente recensioni di libri e film. Lo distribuivamo nei corridoi e in cortile, mi sembra che ci facessimo pure pagare le copie. Una volta il preside, il mitico Dall’Oglio, ci chiamò per un pezzo su Giovanni Gentile: ci accusò di essere fascisti perché pareva ne parlassimo quasi bene, non era proprio possibile in quegli anni. Chiarimmo e continuammo ad uscire. Non si incrinarono nemmeno i rapporti con il preside, tanto che Claudio si fece assegnare un’aula, entrando, al piano terra, a destra, dove fondò il circolo del Virgilio. Era uno spazio di ritrovo molto utilizzato dagli studenti per riunirsi, studiare, confrontarsi che poi accolse anche gli ex liceali per mantenere la memoria storica. In questo modo Claudio era il collante tra passato e presente. Ci venivano a trovare l’archeologo Filippo Coarelli, Rosa Russo Jervolino, Linda Germi, Andrea Ginzburg.”

“Oltre al giornale e al circolo, Claudio si dedicava con particolare passione alla squadra di pallacanestro, tanto da organizzare campionati e tornei anche quando frequentava l’Università. Era l’unico sport che praticavamo durante le ore di educazione fisica, rigorosamente divisi: noi in palestra al piano terra, le ragazze in quella dell’ultimo. All’uscita andavamo a prendere le studentesse del professionale Colomba Antonietti a Piazza della Quercia. Non essendo compagne di classe, era consentito corteggiarle. Il pomeriggio si studiava a casa dell’uno o dell’altro per poi ritrovarsi, di nuovo tra ragazzi, a giocare a calcio in piazza Farnese.

Un po’ di sport a scuola, le passeggiate nel quartiere, l’impegno sociale con la parrocchia e politico con i primi movimenti giovanili dei partiti. C’erano poche eccezioni di svago degne di memoria. Penso alle prime televisioni in casa, attorno a cui ci ritrovavamo. Paola Amendola, della storica famiglia omonima, fu la prima in classe ad averne una. Andavamo da lei, all’Aventino, a seguire i programmi che iniziavano a trasmettere. Leggevamo molto, comprando e vendendo ai banchetti dell’usato a Santa Lucia.”

“Era una scuola viva, la nostra, indimenticabile come i rapporti che si crearono nelle aule, tra i banchi. Con Claudio abbiamo proseguito il percorso di studi insieme. Ci siamo iscritti alla stessa facoltà: giurisprudenza. Non eravamo studenti “signorini”: lavoravamo, facendo pratica, quindi non frequentavamo. Claudio però continuava a gestire il circolo e i tornei al Virgilio, oltre a commentare le partite fino al 63 (era diventato pure corrispondente del Tempo). Continuavamo a vederci per gli esami. Poi lui si è trasferito a Ceccano, dove è diventato un riferimento culturale come insegnante e in qualità di fondatore dell’Inclito rompi club: lo spirito attivo del Liceo non lo lasciava mai. Io pure non mi sono fermato: ho girato in varie città con i diversi incarichi universitari, ma non ci siamo mai persi del tutto.”


“Abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica. Ne eravamo attratti, ogni partito aveva il suo movimento giovanile a cui aderire per partecipare alle trasformazioni della realtà. Purtroppo è un aspetto che ho visto scemare sempre di più, osservando i miei ultimi studenti all’università. So che Claudio fino al 2005 ha continuato a frequentare il circolo ex allievi da lui fondato. Io sono andato in pensione nel 2011. Non conosco bene i ragazzi di oggi, mi piacerebbe essere smentito, ma temo che questo tipo di impegno non ci sia.”

“Non frequento i giovani del 2021, ed è tanto tempo che non torno in centro a Roma. Da anni vivo a Firenze. Mi è dispiaciuto non aver potuto salutare Claudio: con sua figlia Beatrice ci siamo promessi che, non appena finiscono le restrizioni del virus, ci rivedremo per ricordarlo insieme. So che a breve inaugureranno un parco pubblico in piazza della Moretta, davanti al Virgilio e il nuovo campo da basket della scuola: sono contento che si valorizzino i luoghi nei quali siamo cresciuti e che difficilmente dimenticheremo. Potrebbe essere un’occasione perfetta per ricordare Claudio, il giornale, il circolo, e gli anni nei quali, dal Liceo, siamo stati formati per poter dare il nostro contributo al mondo.”

La traccia volante: Lo scopo della scuola è quello di formare i giovani a educare sé stessi per tutta la vita.

Robert Maynard Hutchins

Per il sorriso di Ahlam

Il sogno di Ahlam è studiare: studiare in Italia per riscattare il proprio destino ed affermarsi come donna indipendente.

Per aiutare a realizzarlo, si può contribuire alla raccolta lanciata dai reparti ospedalieri dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna.

Ahlam ha 18 anni. A 14 ha lasciato Baghdad: è fuggita poco prima che nel suo paese iniziassero i bombardamenti. Da sola, nonostante avesse una grave deformazione della colonna vertebrale, è salita su un barcone e ha affrontato il viaggio fino in Sicilia. Da alcune settimane è ricoverata nell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna dove è stata sottoposta a due interventi.

Ancora non si sa se riuscirà a tornare a camminare, ma non si arrende. Il suo sorriso, espressione di una forza che ama la vita più del dolore, colpisce chi l’ha curata. Il dottor Gisberto Evangelisti, medico chirurgo, ha condiviso questa emozione inattesa.

Giorni fa le ha chiesto come stesse, come procedesse la fisioterapia, Ahlam ha risposto, gioiosa:

“tutto bene dottore! Leggo molti libri, così non penso troppo e passo il tempo. Sai cosa mi piacerebbe? Imparare a suonare il pianoforte!”

Chi convive con la sofferenza, provando quotidianamente ad alleviarla, sa cosa significa ricevere un dono di speranza. La Onlus Agito, che si occupa principalmente di sensibilizzare sui tumori ossei rari degli adolescenti e di migliorare le condizioni psicofisiche dei pazienti durante le cure, si è mobilitata immediatamente: ha messo a disposizione di Ahlam una pianola e una app per ricevere lezioni di musica.

La presidente Sabrina Bergonzoni, ha precisato:

questa attività è fuori mission, poiché Agito si è costituita per attività di supporto ai pazienti oncologici, quindi non è stata sostenuta dall’associazione, ma volontariamente da alcuni soci. Perché siamo umani.”

I volontari non sono i soli che vogliono aggiungere altri capitoli di riscatto e bellezza alla storia di Ahlam: troppe le pagine di dolore, solitudine e paura. I due reparti, chirurgia del rachide e chirurgia vertebrale oncologica che l’hanno accolta, curata, quasi adottata, hanno pensato di organizzare una raccolta per creare un piccolo fondo per lei.

Chiunque può contribuire.

Il periodo storico che stiamo attraversando è difficile, ma condividere la prospettiva di una giovane donna che non ha perso il sogno nemmeno dopo aver vissuto gli incubi reali, può nutrire la speranza di tutti.

La salute presente e futura di Ahlam è ancora incerta, ma lei vuole studiare, provare a diventare un medico, accompagnata dalla musica.

Non conosciamo molto altro della sua storia e abbiamo paura a chiedere, ma confidiamo nel tempo di raccogliere qualche altro tassello di un puzzle tanto complesso grazie alle lezioni musicali a distanza. Intanto abbiamo visto un sorriso meraviglioso che per ora preferiamo non condividere ma, fidatevi, scaldava il cuore.”

Scrivono nell’appello, coloro che hanno assistito alla semplice magia della forza d’animo di questa ragazza di Baghdad.

Ahlam, intanto suona dal suo letto d’ospedale: sono note di una sinfonia che possiamo comporre insieme per sentirci meno soli e restare umani.

Angel

“Non scapperemo, ma non versate il nostro sangue!”

Kyal Sin, soprannominata Angel

Correva per la vita libera del suo popolo. Era convinta, come lo si è a 19 anni, che sarebbe andato tutto bene, tanto da indossare l’auspicio sulla sua maglietta.

Kyal Sin, soprannominata Angel, la portava anche mercoledì 3 marzo, quando è stata uccisa durante un corteo a Mandalay, la seconda città del Myanmar. Le hanno sparato alla testa, mentre insieme a moltissimi, coetanei e non, protestava per chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi, presidentessa, democraticamente eletta, destituita da un colpo di stato.

Da settimane a chi lotta per il ripristino della legalità e per la pace, risponde una repressione durissima.

54, la cifra che il regime ha fatto filtrare, sarebbe il numero dei morti.

Kyal Sin non voleva certo essere tra questi, ma consapevole dei rischi, aveva scritto i dettagli del suo gruppo sanguigno su Facebook e chiesto che i suoi organi fossero donati nel caso fosse morta.

“Se non sono in buone condizioni non salvatemi, donate i miei organi e contattate mio padre”.

Kyal Sin era una ballerina e praticava arti marziali. Al suo funerale in migliaia l’hanno accompagnata: simbolo di una rivolta dimenticata nel rumore del mondo, angelo di chi continuerà a portarla avanti.

 19 anni, amava la vita, correva per la libertà, non l’hanno fermata i proiettili: il suo cuore batterà nel petto di un altro.  

Non dimentichiamola!

Di fatto uguali

“Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, non vogliamo che le donne italiane aspirino ad una assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere le proprie forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese.”

Teresa Mattei, costituente

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

E’ tutto nell’articolo 3 della Costituzione, alla cui redazione hanno contribuito fortemente 21 donne, tra cui Teresa Mattei la più giovane donna eletta all’Assemblea Costituente. E’ lei che volle venisse aggiunta la locuzione rafforzativa “di fatto”.  

Per celebrare la Giornata internazionale per i diritti della donna, provando a superare l’odiosa retorica della festa, che da festeggiare non c’è proprio nulla, scelgo le parole della partigiana “Chicchi”: traccia da non dimenticare e diffondere.

Teresita Mattei, nata a Genova, il 1° febbraio 1921, a 17 anni, venne espulsa dal liceo classico Michelangelo di Firenze e radiata da tutti gli istituti del Regno perché, dopo aver ascoltato in classe l’intervento del professor Santarelli, inviato nelle scuole a far propaganda razzista, si alzò in piedi e disse: «Io esco perché non posso assistere a queste vergogne». Combattente dei nazi fascisti nei Gap, si laureò in filosofia il 3 giugno del 1944, in fuga dai tedeschi dopo aver fatto saltare in aria un convoglio carico di esplosivo nascosto in un tunnel. In prima fila a battersi per i diritti delle donne. C’è lei dietro la mimosa diventata il simbolo della festa delle donne: “Scegliamo un fiore povero, facile da trovare nelle campagne” suggerì a Luigi Longo nel lontano 8 marzo 1946, insieme a Teresa Noce e a Rita Montagnana.

Nel Comitato dei 18 che, il 27 dicembre 1947, consegnò nelle mani del Capo dello Stato, Enrico De Nicola, il testo della Carta Costituzionale.

Questo il suo intervento in aula da far stampare e imparare a memoria a figlie e nipoti (ringrazio il sito della Fondazione Nilde Iotti da cui l’ho tratto).

“Noi salutiamo quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne carta costituzionale nazionale. Nasce e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquista pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nostra Repubblica. Ancora poche Costituzioni nel mondo riconoscono così esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. Le donne italiane lo sanno e sono fiere di questo passo sulla via dell’emancipazione e insieme dell’intero progresso civile e sociale. E’, questa conquista, il risultato di una lunga e faticosa lotta di interi decenni. […] In una società che da lungo tempo ormai ha imposto alla donna la parità dei doveri, che non le ha risparmiato nessuna durezza nella lotta per il pane, nella lotta per la vita e per il lavoro, in una società che ha fatto conoscere alla donna tutti quei pesi di responsabili e di sofferenza prima riservati normalmente solo agli uomini, che non ha risparmiato alla donna nemmeno l’atroce prova della guerra guerreggiata nella sua casa, contro i suoi stessi piccoli e l’ha spinta a partecipare non più inerme alla lotta, salutiamo finalmente con un riconoscimento meritato e giusto l’affermazione della completa parità dei nostri diritti. […] La nostra esigenza di entrare nella vita nazionale, di entrare in ogni campo di attività che sia fattivo di bene per il nostro paese, non è l’esigenza di affermare la nostra personalità e qui contrapponendola alla personalità maschile. […] Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, non vogliamo che le donne italiane aspirino ad una assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere le proprie forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese. Perciò riteniamo che il concetto informatore della lotta che abbiamo condotta debba stare alla base della nostra nuova Costituzione, rafforzarla, darle un orientamento sempre più sicuro. E’ nostro convincimento che nessun sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile”.

Con lo sguardo e le parole di Lucio

“Vorrei volare sopra i tetti della città, incontrare espressioni dialettali, fermarmi sopra il naso dei vecchi mentre leggono i giornali” 

Lucio Dalla, Le Rondini

Da oggi anche Bologna è zona rossa: chiusi scuole, bar, ristoranti, negozi. La città è spaventata, il virus è tornato a colpire più forte della prima ondata. Il 4 marzo è la data scelta per fermarsi: per provare a riprendere il respiro. Lo stesso giorno in cui, nel 1943, in piazza Cavour numero 2, nacque chi ha reso immortali strade, colori ed emozioni: Lucio Dalla. Viene voglia di credere che l’amore di chi ha vissuto e cantato intensamente l’anima della dotta, possa proteggerla e diffondere il potere di rinascita nel resto del paese. La memoria della sua genialità proverà a farlo, a partire alcuni luoghi della città resa spettrale dal blocco.

Fondazione Lucio Dalla, insieme al Comune di Bologna, a Bologna Welcome, a Confcommercio Ascom e al Consorzio degli Esercenti di Via D’Azeglio Pedonale, hanno deciso di condividere un omaggio che consentirà di incontrare Lucio “in giro per Bologna”, attraverso una serie di scatti del 1967. Grandi manifesti con tre soggetti straordinari messi a disposizione per l’iniziativa dall’Archivio Pressing Line per unire la città in un sorriso: l’intento è portare un poco di leggerezza in un momento tanto pesante per tutti. Gli esercenti, gli stessi o gli eredi dei posti frequentati nelle passeggiate quotidiane da Dalla, hanno abbassato la saracinesca, ma sulle vetrine, spente, sarà affissa la fotografia di chi li ha raccontati in un verso.  Inoltre, grazie alla partecipazione di Galleria Cavour le immagini verranno proiettate sul maxi schermo del cuore dell’eleganza bolognese tra il 4 e il 7 Marzo, accompagnate dalle canzoni, colonna sonora della Galleria in queste giornate.

Andrea Faccani, Presidente di Fondazione Lucio Dalla, ha descritto cosa ha portato alla scelta di questa modalità di ricordo: “in attesa delle condizioni che ci consentiranno di realizzare le tante attività progettate e sospese per la situazione sanitaria, abbiamo dato vita ad un’iniziativa che consentisse a Lucio di essere comunque presente in tutta la Città, suscitando nei bolognesi il ricordo delle tante volte in cui lo hanno incontrato a passeggio o fermo ad osservare e magari ad immaginare una canzone che avrebbe raccontato le loro vite”.

Bologna c’è stata dall’inizio alla fine della storia artistica e umana del cantautore. In un contesto di distruzione che aspettava la fine della guerra nasceva come uno speciale “Gesù bambino”. Con questo titolo, considerato eccessivo per i tempi, cantò per la prima volta un inno memorizzato da generazioni, nel Teatro Duse. Era il 1970. Alla sua piazza Cavour dedicò, invece, Piazza Grande, raccontandola come il rifugio per chi dorme sull’erba e per gli innamorati, in una città nella quale “non si perde neanche un bambino almeno che non sia di Berlino”. L’ironia vivace degli arancioni intensi delle facciate dei palazzi con il sole che scherza attraverso i portici, brilla nei testi, resi indimenticabili dalla voce che continua a risuonare nella testa e nel cuore di chiunque ne percorra le rumorose e allegre geometrie.

Bologna luogo dell’anima per studenti e viaggiatori, culla della cultura, del diritto e della gastronomia. Semplice e complessa da scoprire, impossibile da dimenticare.

I piccoli gesti quotidiani si fanno rime.  

Vorrei girare il cielo come le rondini

E ogni tanto fermarmi qua e là

Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici

E come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità

La speranza è certezza nelle poesie cantate, come nell’Anno che verrà. Le parole della canzone con cui si sono salutati pure i 365 giorni peggiori del nuovo secolo con fiducia, hanno illuminato le vie del centro durante il Natale del 2018. Grazie all’asta con cui sono state vendute una volta dismesse dalle strade, si è potuto restaurare il reparto day hospital di oncologia del Policlinico Sant’Orsola. Nuove illuminazione, porte, arredi per due sale d’attesa e di terapia, insieme alla realizzazione di stanze-giardino sui balconi con 90 fioriere e impianto per la diffusione della musica nelle sale, hanno ottenuto l’obiettivo di rendere accogliente un posto nel quale circa 150 pazienti, ogni giorno vengono visitati e curati.

Illuminare il buio riempiendo irreali silenzi. Lucio ci è riuscito anche nel Natale più oscuro che non solo Bologna ricordi. La sua Futura ha acceso via Massimo D’Azeglio, grazie alle installazioni realizzate dall’artista Pablo Echaurren. Uno dei tanti amici che la città ha unito davanti ad un bicchiere di vino e un piatto di gramigna al sugo di salsiccia, gustati nelle osterie mitiche che presto torneranno a diffondere profumi nell’aria.

In questo 2021, iniziato incerto, la Fondazione Lucio Dalla ha voluto ricordare una di queste amicizie tra bolognesi speciali nel documentario “Imprendibili” , nel quale si racconta del legame tra Dalla e Massimo Osti, designer, stilista innovatore, fondatore di marchi storici come la Stone Island. Realizzato da Fondazione Lucio Dalla insieme a C.P. Company, verrà pubblicato da oggi 4 marzo sui canali FLD e C.P. Company (50.cpcompany.comwww.fondazioneluciodalla.it).

Sodalizi umani e artistici che, prima della diffusione del virus, rivivevano nelle sale della Casa Dalla, l’ultima abitazione del cantautore nella quiete di Piazza dei Celestini, resa museo dalla Fondazione. Qui, interpreti, autori, suoi colleghi, collaboratori, allievi ed eredi si sono ritrovati da quel maledetto 2012 che lo ha portato via, per rinnovarne la memoria attraverso la condivisione della meraviglia dell’arte.

I più giovani lo faranno anche oggi con Back to futura, progetto prodotto dall’Associazione Culturale per gli Incontri Esistenziali insieme a Fondazione Lucio Dalla, con il sostegno di Illumia. Esponenti della scena musicale italiana contemporanea, scelti per ricchezza ed originalità della proposta artistica, dialogheranno dalle stanze della casa del Maestro, con il giornalista musicale Luca Franceschini: il confronto sarà arricchito da set acustici.  Stasera alle 21 sul canale You Tube Incontri Esistenziali (https://www.youtube.com/channel/UCvlv0SgVb0sLWCNeGfzX0wQ) ci saranno come protagonisti Bonetti, svegliaginevra, Apice ed Elasi.

Memoria e futuro: i due regali che Lucio ha lasciato non solo alla sua amata città. Doni che mai come in questo periodo confortano. In una delle sue ultime canzoni, sembrò voler salutare le sue piazze, le strade, le abitudini:

Cantava in Dark Bologna:

Lungo l’autostrada da lontano ti vedrò

ecco là le luci di San Luca

entrando dentro al centro,

l’auto si rovina un po’, Bologna, ogni strada c’è una buca

Per prima cosa mangio una pizza da Altero

c’è un barista buffo, un tipo nero

Bologna, sai mi sei mancata un casino.

“Mentre qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio“, da Bologna, incontrando lo sguardo ironico di Lucio, ascoltando la sua voce, verrà voglia di far credere all’intero paese che “ritornerà la luce, sentiremo una voce e potremo aspettare senza avere paura, domani.

Le donne che raccontano le donne

“Mantenere alta l’attenzione sul potere femminile di muovere il mondo, anche nei mesi più difficili. Questo è il piccolo contributo che vogliamo portare, organizzando e celebrando la forza delle donne, espressa attraverso la scrittura.”

Wanda Tramezzo, presidente del Premio Internazionale La Donna si Racconta

Spazi liberi, gestiti da semplici regole, dove sprigionare e mettere alla prova la creatività lirica e narrativa: i premi letterari. Tre anni fa decisi di partecipare alla mia prima competizione, da scrittrice, insieme alla mia amica Nikki Guelfi. Conoscendo bene le sue quotidiane battaglie al femminile per il riconoscimento e la difesa dei diritti, scelsi per il nostro libro “La Zampata della Tigre”, il Premio letterario internazionale “La donna si racconta”. Il pomeriggio del 28 ottobre del 2018, nel Teatro Sperimentale di Pesaro, durante la cerimonia di premiazione, ero così presa dalla responsabilità di aver sottoposto al giudizio di una giuria il racconto intimo della malattia di Nikki, che non riconobbi subito le pagine recitate. Fu la fedele Anne a distogliermi: “guarda che è la Zampata!” Salii a ritirare la targa con un impeto proprio della vittoria di un Oscar: ringraziai l’organizzatrice, Wanda Tramezzo, la giuria e soprattutto Nikki che, tra le tante emozioni, mi aveva donato anche quella. Nei mesi successivi, prima che dilagasse il virus, Wanda, scrittrice, poetessa, presidente del Premio dal 2008, mi chiese di entrare nell’organizzazione della XXI edizione. Ci sono stati degli incontri con le altre donne coinvolte, scambi di opinioni e racconti, da cui è emersa, ancora più chiara, la storia e il radicamento dell’iniziativa nella mia città di adozione. Trasmisi le sensazioni, orgogliosa, a Nikki, aggiungendo che avrebbe potuto concorrere con il seguito del nostro libro a cui stava lavorando. A marzo abbiamo capito che non avremmo potuto gestire nessun evento pubblico di presentazione o di premiazione; che sarebbe stato complesso coinvolgere le scuole, nel frattempo chiuse; impossibile far arrivare ospiti da fuori ed estendere il bando oltre i confini nazionali. A luglio Nikki ci ha lasciato, aprendo vuoti dell’anima incolmabili, come a decretare, con il suo saluto discreto al mondo, il reale fermarsi di emozioni e prospettive nel cuore di coloro che continuano ad amarla. Quando Wanda, due settimane fa, ha inviato una mail nella quale comunicava che il Premio stava ripartendo, ho percepito un altro segnale di come la forza delle persone meravigliose rimanga in chi ha avuto il privilegio di stare loro accanto. Quasi con lo stesso piglio con cui salii sul palco il 28 ottobre del 2018, ho risposto a Wanda che ero pronta anche io a lavorare per l’edizione diventata triennale, anzi le ho chiesto di raccontarmi la traccia che in questi anni ha deciso di imprimere ad un evento che non si arrende alla terza ondata, accogliendo nuovamente la volontà di condividere sentimenti, gioie e dolori, dalla voce alle pagine. Il Premio Internazionale “La Donna si racconta” ed il Premio “Juniores Study”, ritornano, promossi dall’associazione culturale “La donna si racconta” con i patrocini di Fidapa Bpw Italy, del Consiglio regionale delle Marche, della Provincia di Pesaro e Urbino, del Comune di Pesaro e dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, in collaborazione con l’emittente televisiva Rossini TV. C’è tempo fino al 15 aprile per inviare la propria opera. La presidente, Wanda Tramezzo, spiega perché è importante non farsi più fermare dalle difficoltà che verranno superate, come le donne sanno sempre fare.

La traccia: Il Premio La Donna si racconta

“Ho sempre coltivato la passione della scrittura, anche mentre facevo un altro lavoro. Non ho rimpianti perché non ho mai negato il mio amore per le parole scritte e lette. Quando ho potuto, ho lasciato la mia professione per dedicarmici completamente, sia scrivendo, sia promuovendo autrici.”

“Sono grata ad Anna Mici, fondatrice del Premio “La Donna si racconta” che decise di affidarmi la sua creatura. La misi subito in mani sicure, organizzando la mia prima edizione con la FIDAPA, (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) di cui aprii una sede a Pesaro. Era lo stesso anno in cui pubblicai la mia raccolta di poesie Come le foglie al vento edito da Neftasia (nel 2017 Wanda ha pubblicato Il Posto delle Fragole Verdi con Linea Edizioni ndr). Ho sentito, forte, la responsabilità di una iniziativa storica e molto radicata nella città, ma con una prospettiva internazionale, per questo decisi di rendere il premio biennale: avevo bisogno di maggior tempo e possibilità di raccogliere adesioni.”

“La ventunesima edizione purtroppo è diventata triennale, a causa del virus che ha impedito potessimo realizzarla nel 2020. Quest’anno, però, non ci fermeremo: con la giuria abbiamo deciso di partire con il bando, prevedendo una premiazione all’aperto a fine maggio o più probabilmente d’estate.”

Il Premio mantiene la sua caratteristica internazionale: possono partecipare donne italiane o straniere con una o più opere edite o inedite a tema libero nelle sezioni “Poesia” e “Narrativa”. E’ previsto anche un “Premio speciale della Città di Pesaro” per elaborati di alto contenuto culturale/ umanitario. Il riconoscimento “Juniores Study” (Sezioni “Narrativa” e “Poesia”) è, invece riservato a studenti e studentesse delle scuole secondarie di primo e secondo grado delle Marche e vede anche la collaborazione della “Rete di scuole di Pesaro e Urbino” nella divulgazione. Nella stessa sezione sono compresi anche due premi speciali “Premio Città di Pesaro” da assegnare a studenti e studentesse che presentino un elaborato di narrativa o poesia sul tema: “Confrontarsi su ciò che sta succedendo, fornendo un’interpretazione del clima e del momento, all’interno di un universo interconnesso e globale”.

“Mi ha colpito come, non appena sia girata la notizia, mi abbia iniziato a squillare il telefono: tante le interessate ad avere maggiori informazioni e a voler partecipare. Per motivi logistici, legati alla sicurezza, non riusciamo a far arrivare le autrici dall’estero: negli anni passati organizzavamo anche questo, grazie ai rapporti di collaborazione con le ambasciate. Non vogliamo rinunciare agli studenti delle scuole medie e superiori della Regione. Stiamo cercando di capire come superare le difficoltà poste dalla DAD, ma ci teniamo proprio a conoscere come le ragazze e i ragazzi stiano vivendo e riportando questo periodo.”

“Sono felice che tra le prime a chiamarmi e inviarmi la loro opera siano state un gruppo di infermiere di un ospedale del Nord. Hanno raccontato con spontaneità le giornate a stretto contatto con il virus, i malati e le famiglie. Era la prima volta che scrivevano. Leggerle è emozionante, come lo è capire quanto, nella scrittura, molti abbiano proiettato ciò che mancava anche a livello mediatico: il senso di leggerezza e di gioia. I racconti e le poesie, finora ricevute, hanno un tono di spensieratezza che rende appieno la necessità di sfuggire all’angosciante quotidianità.”

“Il mio sogno di scrivere in un giardino pieno di fiori si è realizzato, anzi ha rappresentato il modo attraverso il quale ho resistito e sto resistendo durante questi mesi di chiusura. Scrivo nella mia casa in collina, raccontando le mie sensazioni in quelli che diventeranno, a breve, un nuovo libro di poesie ed uno di narrativa. Ho percepito come sia stata una strada percorsa anche da altri: rifugiarsi nelle parole, veicolo degli stati d’animo. “

“Nell’ultima edizione avevamo aperto anche agli uomini che scrivono delle donne, ma questo aspetto, benchè ci avesse piacevolmente sorpreso per la sensibilità trovata nei testi proposti, non lo abbiamo ripreso. Vogliamo che ci sia attenzione e visibilità massima sulle donne. Normalmente organizzavamo convegni e momenti di riflessione puntuale sul tema della violenza, purtroppo mai attuale quanto oggi. La sensazione angosciante è che non si siano fatti passi avanti rispetto ad una mentalità patriarcale che si rifà al delitto d’onore. Alcuni uomini continuano a considerare compagne, mogli, figli come oggetto di possesso senza rispetto. Non c’è mattina che non preghi per i bambini e le donne, vittime della violenza barbara di coloro che dicevano di amarli. Vorrei una legge con delle pene severe fino all’ergastolo per chi si macchia di questi orribili delitti. Abbiamo riflettuto sul modo per inserire anche in questa edizione il tema che è stato centrale in molti testi ricevuti nelle edizioni passate: storie vere che muovevano l’anima. Ho paura che ne arrivino. Temo però, allo stesso tempo, che ci sia uno stato di sottomissione delle vittime, soprattutto a livello economico, per cui si sentano sconfitte in partenza rispetto al proprio carnefice. Chi denuncia percepisce segnato il proprio destino, al punto che non si ha più la forza nemmeno di raccontare. Lo Stato deve fare di più, invece: offrire un reale percorso alternativo di emancipazione e di salvezza per le donne e per i loro figli.”

“Noi vogliamo dare il nostro piccolo contributo, centrando l’attenzione sui sentimenti emersi dagli scritti delle donne, motore del mondo anche durante questi mesi così difficili. Non sarà una edizione semplice, ma questo obiettivo ci motiva a superare ogni possibile inciampo. Sarà un’altra testimonianza del potere femminile. Serve ribadire come le donne siano coloro che modificano e salvano l’uomo.”

“Finchè potrò, mi dedicherò al premio, poi troverò a chi passare il testimone: colei che sarà pronta a riceverlo con pari passione ed impegno. Per il momento sto raccogliendo le adesioni e predisponendo i premi: sono aspetti collegati. Mi piacerebbe coinvolgere anche gli alberghi per consegnare alle vincitrici un soggiorno a Pesaro non appena si potrà tornare a villeggiare con serenità. Non mancheranno i buoni della libreria Campus Mondadori per gli studenti. Viaggi reali e della mente per rimanere connessi e continuare ad evadere attraverso la scrittura.”

La traccia volante: “Non vi è una sosta se non sulla cima.” E’ una frase che mi porto dietro dalle mie letture di autori russi nel periodo adolescenziale. La scrivo nella pagina iniziale di ogni mia agenda e diario. La cima non l’ho ancora raggiunta, continuo a cercarla.

Gli alberi di Iacopo

“Ho scelto di donare personalmente un albero ogni mese, per tutta la durata del mio mandato di Consigliere regionale: vorrei fosse un gesto di speranza e di ripartenza, di cura verso gli altri e il nostro territorio.”

Iacopo Melio

Ci sono piccole notizie che lasciano tracce preziose da seguire. Tra le tante che ha disseminato negli anni Iacopo Melio, comunicatore, consigliere regionale, difensore dei diritti della comunità, sognatore concreto, mi ha colpito l’ultima, lanciata oggi dal suo profilo social:  ha donato tre alberi al Comune di Firenze. Ne regalerà uno al mese per tutta la durata del suo mandato.

Un segno di rinascita che solo la natura riesce a rappresentare con tanta pienezza, arricchendo di senso un gesto poetico e politico insieme. Iacopo, noto per aver dato voce a chi ha sempre reputato di averne meno, non l’ha risparmiata neanche durante la degenza in ospedale. Contagiato dal virus, nonostante tutte le precauzioni prese, ha raccontato quanto fosse ancor più difficile per chi ha delle disabilità affrontare in solitudine la paura e le incertezze continue della malattia.

Ha appena ripreso le forze e subito ha trasformato questa ennesima esperienza ardua, vissuta sulla sua pelle, in occasione per ribadire diritti necessari. Insieme ai suoi colleghi consiglieri ha definito una risoluzione che impegna la Giunta Regionale della Toscana a vaccinare quanto prima, non solo le categorie “estremamente vulnerabili”, come definite nel piano vaccinale, ma anche i loro familiari e più in generale i caregiver che se ne prendono cura. Ha contribuito a rendere legge, la sacrosanta richiesta di centinaia di famiglie italiane, prima che se ne accorgesse il Ministro preposto, contro cui si è schierato apertamente, accogliendo, anche in questo caso, le obiezioni di chi si è stancato di sentirsi una riserva speciale da proteggere.

Bisogna ripartire dai diritti e dalla bellezza, unici e condivisi. Alberi piantati per riportare gioia nei territori feriti, per ricordare chi ha sofferto, chi non c’è più, chi ancora sta patendo il virus e chi non ha mai smesso di sostenere ammalati e famigliari nelle corsie degli ospedali.

Scrive Iacopo:

“Due di questi alberi li dedico a Franco Giacomelli e Pina Finocchiaro Scaccia, cari amici che a causa del Covid hanno improvvisamente lasciato la comunità dove vivo. Il terzo è per ricordare l’impegno straordinario di tutto il personale dell’Ospedale S. Giuseppe di Empoli, che con amore e passione sostiene chi affronta i momenti peggiori.”

Le piante verranno messe a dimora nei pressi dell’Oratorio di San Luca a Quaracchi. C’è la possibilità di partecipare all’iniziativa, andando sul portale “Dona un albero” nel sito del Comune di Firenze (dove si trova la mappa degli alberi già piantati e degli spazi liberi da poter piantare).

“Se volete piantarne uno anche voi, con dedica, scrivetemi in privato e vi aiuto!”

E’ l’invito di chi semina un’ennesima traccia di speranza felice lungo il suo percorso. ⠀

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