Claudio e la scuola che c’era

“Al Liceo Virgilio abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica, ma anche coinvolti in una vita semplice di partecipazione e condivisione.”

Professor Francesco Margiotta

Gli anni delle superiori costituiscono capitoli speciali nella vita di ognuno: a volte sono paragrafi da dimenticare, più spesso rappresentano pagine intoccabili, da consegnare a figli e nipoti. I professori che improvvisamente diventano avversari o riferimenti a cui affidare il proprio destino; compagni che sono amici, vicini in diversi momenti fondamentali dell’esistenza; amori, abitudini, scherzi, debolezze, scelte, impegno politico, partecipazione sociale, tensione ludica. Dall’adolescenza alla maturità: nelle aule si cambia, tenendo impressi segni che connoteranno a lungo, forse per sempre, i ricordi legati alla scuola. In queste settimane di DAD nelle quali ragazzi e insegnanti si sforzano di mantenere rapporti umani e ricreare atmosfere dallo schermo di un computer, mi ha colto l’emozione del passato con il racconto di un liceale del 1950. Dalle parole del professor Francesco Margiotta, un curriculum denso di incarichi universitari da Urbino, Parma e Firenze, ho ricostruito stralci di cosa significasse frequentare il Virgilio, liceo storico della capitale, negli anni della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale. A fianco a Francesco, la memoria costante del suo amico di avventure, Claudio Mancini. A lui, redattore del giornale scolastico, presidente della squadra di basket, fondatore del circolo per alunni ed ex allievi, è dedicata la traccia: aneddoti in cui si fonde storia personale e pubblica di un momento storico nel quale si poteva partecipare alla trasformazione della realtà. Si spera di generare un sorriso nei coetanei e infondere fiducia in figli e soprattutto nipoti

La traccia: al Liceo Virgilio negli anni 50

“Dal 1948 al 56 ho fatto sia le medie, sia le superiori al Virgilio.  I miei nonni abitavano a Piazza dell’Orologio, io al Ghetto, a piazza delle Cinque Scole. Le elementari le avevo frequentate, guerra in corso, alternando una settimana di mattina, una di pomeriggio. A Roma c’erano poche scuole attive: bisognava fare i turni. E’ una delle poche similitudini che mi sento di fare con quanto accade oggi. Nell’edifico delle medie del Virgilio siamo stati i primi a rientrare dopo che aveva ripreso la sua funzione: era stato adibito ad ospedale militare, c’erano ancora tutti i simboli fascisti attaccati.”

“La particolarità che unisce il periodo delle medie alle superiori, riguarda gli insegnanti di religione. Erano i parroci delle chiese vicine, creando un collegamento stretto con il territorio. Le parrocchie erano attivissime in quei tempi, ci trovavamo spesso coinvolti in attività sociali organizzate dagli oratori. Penso ai rapporti con gli orfanotrofi: andavamo a portare i regali ai bambini durante le feste. C’ è una vicenda molto dolorosa che porto dentro con un ricordo per fortuna a lieto fine. Ad Ostia trovarono un bambino, seppellito, probabilmente dai genitori naturali, sotto la sabbia: era ancora vivo. Fummo così colpiti da questa storia che chiedemmo al nostro preside di adottarlo: prendercene cura come scuola, benchè venisse affidato ad una struttura. Purtroppo, per quanto la memoria legata a quel periodo sia molto più prolifica di quella a medio periodo, non so quale sia stato poi il futuro di quel ragazzo. Ricordo bene, invece, che avevamo come confessore padre Carresana che condividevamo con il cardinal Montini. Rimase al suo fianco anche quando divenne Papa. Io e Claudio gli ripetevamo che con noi gli era andata male.

Non eravamo cattivi ragazzi, sicuramente venivamo da un periodo difficile, cercavamo di uscirne, vivendo appieno ogni emozione che i giorni ci offrivano, con semplicità, naturalezza e passione. Abitavamo quasi tutti nel centro della città, facevano eccezioni alcuni ragazzi che arrivavano da Monteverde o da Garbatella. Non c’erano differenze, però, tra di noi rispetto alla provenienza: invidiavamo solo chi aveva le merende più succulente.”

“Fino al quinto ginnasio eravamo divisi: maschi e femmine. Poi ci rimisero insieme: le ragazze sempre con il grembiule nero. Vigeva la regola: “mai con le compagne di classe!”. Dopo anni scoprii che una di loro aveva partecipato a Miss Italia, nemmeno la ricordavo. Mia madre, professoressa di latino e greco nello stesso liceo, me lo ribadiva: “niente amori sul posto di lavoro!”. Mio padre pure era stato uno storico insegnante di italiano, ma nel 41 dal Virgilio si trasferì al Visconti.”

“Io e Claudio eravamo nella sezione A: la migliore, la più tosta, con i professori più robusti e ostici. Il prof. Virginelli di italiano, era stato a Fiume con D’Annunzio; Nosei di latino e greco era uno dei responsabili, curatori dell’Enciclopedia Treccani. Solo per citarne due, matematica non mi sovviene il nome, non era la mia materia preferita. Il rispetto era massimo, ma i rapporti erano connotati da umanità e simpatia. Passavamo la maggior parte delle nostre giornate a scuola con loro e tra di noi.”

“Con Claudio ci conoscevamo dalle medie, ma al Liceo siamo diventati amici: non compagni di banco, di più. Abbiamo condiviso l’avventura de La Fronda, il giornale che realizzavamo, controllando persino le virgole nella tipografia che lo stampava, vicino a scuola. Non lo dirigevamo, ma scrivevamo noi due quasi tutti gli articoli, principalmente recensioni di libri e film. Lo distribuivamo nei corridoi e in cortile, mi sembra che ci facessimo pure pagare le copie. Una volta il preside, il mitico Dall’Oglio, ci chiamò per un pezzo su Giovanni Gentile: ci accusò di essere fascisti perché pareva ne parlassimo quasi bene, non era proprio possibile in quegli anni. Chiarimmo e continuammo ad uscire. Non si incrinarono nemmeno i rapporti con il preside, tanto che Claudio si fece assegnare un’aula, entrando, al piano terra, a destra, dove fondò il circolo del Virgilio. Era uno spazio di ritrovo molto utilizzato dagli studenti per riunirsi, studiare, confrontarsi che poi accolse anche gli ex liceali per mantenere la memoria storica. In questo modo Claudio era il collante tra passato e presente. Ci venivano a trovare l’archeologo Filippo Coarelli, Rosa Russo Jervolino, Linda Germi, Andrea Ginzburg.”

“Oltre al giornale e al circolo, Claudio si dedicava con particolare passione alla squadra di pallacanestro, tanto da organizzare campionati e tornei anche quando frequentava l’Università. Era l’unico sport che praticavamo durante le ore di educazione fisica, rigorosamente divisi: noi in palestra al piano terra, le ragazze in quella dell’ultimo. All’uscita andavamo a prendere le studentesse del professionale Colomba Antonietti a Piazza della Quercia. Non essendo compagne di classe, era consentito corteggiarle. Il pomeriggio si studiava a casa dell’uno o dell’altro per poi ritrovarsi, di nuovo tra ragazzi, a giocare a calcio in piazza Farnese.

Un po’ di sport a scuola, le passeggiate nel quartiere, l’impegno sociale con la parrocchia e politico con i primi movimenti giovanili dei partiti. C’erano poche eccezioni di svago degne di memoria. Penso alle prime televisioni in casa, attorno a cui ci ritrovavamo. Paola Amendola, della storica famiglia omonima, fu la prima in classe ad averne una. Andavamo da lei, all’Aventino, a seguire i programmi che iniziavano a trasmettere. Leggevamo molto, comprando e vendendo ai banchetti dell’usato a Santa Lucia.”

“Era una scuola viva, la nostra, indimenticabile come i rapporti che si crearono nelle aule, tra i banchi. Con Claudio abbiamo proseguito il percorso di studi insieme. Ci siamo iscritti alla stessa facoltà: giurisprudenza. Non eravamo studenti “signorini”: lavoravamo, facendo pratica, quindi non frequentavamo. Claudio però continuava a gestire il circolo e i tornei al Virgilio, oltre a commentare le partite fino al 63 (era diventato pure corrispondente del Tempo). Continuavamo a vederci per gli esami. Poi lui si è trasferito a Ceccano, dove è diventato un riferimento culturale come insegnante e in qualità di fondatore dell’Inclito rompi club: lo spirito attivo del Liceo non lo lasciava mai. Io pure non mi sono fermato: ho girato in varie città con i diversi incarichi universitari, ma non ci siamo mai persi del tutto.”


“Abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica. Ne eravamo attratti, ogni partito aveva il suo movimento giovanile a cui aderire per partecipare alle trasformazioni della realtà. Purtroppo è un aspetto che ho visto scemare sempre di più, osservando i miei ultimi studenti all’università. So che Claudio fino al 2005 ha continuato a frequentare il circolo ex allievi da lui fondato. Io sono andato in pensione nel 2011. Non conosco bene i ragazzi di oggi, mi piacerebbe essere smentito, ma temo che questo tipo di impegno non ci sia.”

“Non frequento i giovani del 2021, ed è tanto tempo che non torno in centro a Roma. Da anni vivo a Firenze. Mi è dispiaciuto non aver potuto salutare Claudio: con sua figlia Beatrice ci siamo promessi che, non appena finiscono le restrizioni del virus, ci rivedremo per ricordarlo insieme. So che a breve inaugureranno un parco pubblico in piazza della Moretta, davanti al Virgilio e il nuovo campo da basket della scuola: sono contento che si valorizzino i luoghi nei quali siamo cresciuti e che difficilmente dimenticheremo. Potrebbe essere un’occasione perfetta per ricordare Claudio, il giornale, il circolo, e gli anni nei quali, dal Liceo, siamo stati formati per poter dare il nostro contributo al mondo.”

La traccia volante: Lo scopo della scuola è quello di formare i giovani a educare sé stessi per tutta la vita.

Robert Maynard Hutchins

Per il sorriso di Ahlam

Il sogno di Ahlam è studiare: studiare in Italia per riscattare il proprio destino ed affermarsi come donna indipendente.

Per aiutare a realizzarlo, si può contribuire alla raccolta lanciata dai reparti ospedalieri dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna.

Ahlam ha 18 anni. A 14 ha lasciato Baghdad: è fuggita poco prima che nel suo paese iniziassero i bombardamenti. Da sola, nonostante avesse una grave deformazione della colonna vertebrale, è salita su un barcone e ha affrontato il viaggio fino in Sicilia. Da alcune settimane è ricoverata nell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna dove è stata sottoposta a due interventi.

Ancora non si sa se riuscirà a tornare a camminare, ma non si arrende. Il suo sorriso, espressione di una forza che ama la vita più del dolore, colpisce chi l’ha curata. Il dottor Gisberto Evangelisti, medico chirurgo, ha condiviso questa emozione inattesa.

Giorni fa le ha chiesto come stesse, come procedesse la fisioterapia, Ahlam ha risposto, gioiosa:

“tutto bene dottore! Leggo molti libri, così non penso troppo e passo il tempo. Sai cosa mi piacerebbe? Imparare a suonare il pianoforte!”

Chi convive con la sofferenza, provando quotidianamente ad alleviarla, sa cosa significa ricevere un dono di speranza. La Onlus Agito, che si occupa principalmente di sensibilizzare sui tumori ossei rari degli adolescenti e di migliorare le condizioni psicofisiche dei pazienti durante le cure, si è mobilitata immediatamente: ha messo a disposizione di Ahlam una pianola e una app per ricevere lezioni di musica.

La presidente Sabrina Bergonzoni, ha precisato:

questa attività è fuori mission, poiché Agito si è costituita per attività di supporto ai pazienti oncologici, quindi non è stata sostenuta dall’associazione, ma volontariamente da alcuni soci. Perché siamo umani.”

I volontari non sono i soli che vogliono aggiungere altri capitoli di riscatto e bellezza alla storia di Ahlam: troppe le pagine di dolore, solitudine e paura. I due reparti, chirurgia del rachide e chirurgia vertebrale oncologica che l’hanno accolta, curata, quasi adottata, hanno pensato di organizzare una raccolta per creare un piccolo fondo per lei.

Chiunque può contribuire.

Il periodo storico che stiamo attraversando è difficile, ma condividere la prospettiva di una giovane donna che non ha perso il sogno nemmeno dopo aver vissuto gli incubi reali, può nutrire la speranza di tutti.

La salute presente e futura di Ahlam è ancora incerta, ma lei vuole studiare, provare a diventare un medico, accompagnata dalla musica.

Non conosciamo molto altro della sua storia e abbiamo paura a chiedere, ma confidiamo nel tempo di raccogliere qualche altro tassello di un puzzle tanto complesso grazie alle lezioni musicali a distanza. Intanto abbiamo visto un sorriso meraviglioso che per ora preferiamo non condividere ma, fidatevi, scaldava il cuore.”

Scrivono nell’appello, coloro che hanno assistito alla semplice magia della forza d’animo di questa ragazza di Baghdad.

Ahlam, intanto suona dal suo letto d’ospedale: sono note di una sinfonia che possiamo comporre insieme per sentirci meno soli e restare umani.

Angel

“Non scapperemo, ma non versate il nostro sangue!”

Kyal Sin, soprannominata Angel

Correva per la vita libera del suo popolo. Era convinta, come lo si è a 19 anni, che sarebbe andato tutto bene, tanto da indossare l’auspicio sulla sua maglietta.

Kyal Sin, soprannominata Angel, la portava anche mercoledì 3 marzo, quando è stata uccisa durante un corteo a Mandalay, la seconda città del Myanmar. Le hanno sparato alla testa, mentre insieme a moltissimi, coetanei e non, protestava per chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi, presidentessa, democraticamente eletta, destituita da un colpo di stato.

Da settimane a chi lotta per il ripristino della legalità e per la pace, risponde una repressione durissima.

54, la cifra che il regime ha fatto filtrare, sarebbe il numero dei morti.

Kyal Sin non voleva certo essere tra questi, ma consapevole dei rischi, aveva scritto i dettagli del suo gruppo sanguigno su Facebook e chiesto che i suoi organi fossero donati nel caso fosse morta.

“Se non sono in buone condizioni non salvatemi, donate i miei organi e contattate mio padre”.

Kyal Sin era una ballerina e praticava arti marziali. Al suo funerale in migliaia l’hanno accompagnata: simbolo di una rivolta dimenticata nel rumore del mondo, angelo di chi continuerà a portarla avanti.

 19 anni, amava la vita, correva per la libertà, non l’hanno fermata i proiettili: il suo cuore batterà nel petto di un altro.  

Non dimentichiamola!

Di fatto uguali

“Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, non vogliamo che le donne italiane aspirino ad una assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere le proprie forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese.”

Teresa Mattei, costituente

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

E’ tutto nell’articolo 3 della Costituzione, alla cui redazione hanno contribuito fortemente 21 donne, tra cui Teresa Mattei la più giovane donna eletta all’Assemblea Costituente. E’ lei che volle venisse aggiunta la locuzione rafforzativa “di fatto”.  

Per celebrare la Giornata internazionale per i diritti della donna, provando a superare l’odiosa retorica della festa, che da festeggiare non c’è proprio nulla, scelgo le parole della partigiana “Chicchi”: traccia da non dimenticare e diffondere.

Teresita Mattei, nata a Genova, il 1° febbraio 1921, a 17 anni, venne espulsa dal liceo classico Michelangelo di Firenze e radiata da tutti gli istituti del Regno perché, dopo aver ascoltato in classe l’intervento del professor Santarelli, inviato nelle scuole a far propaganda razzista, si alzò in piedi e disse: «Io esco perché non posso assistere a queste vergogne». Combattente dei nazi fascisti nei Gap, si laureò in filosofia il 3 giugno del 1944, in fuga dai tedeschi dopo aver fatto saltare in aria un convoglio carico di esplosivo nascosto in un tunnel. In prima fila a battersi per i diritti delle donne. C’è lei dietro la mimosa diventata il simbolo della festa delle donne: “Scegliamo un fiore povero, facile da trovare nelle campagne” suggerì a Luigi Longo nel lontano 8 marzo 1946, insieme a Teresa Noce e a Rita Montagnana.

Nel Comitato dei 18 che, il 27 dicembre 1947, consegnò nelle mani del Capo dello Stato, Enrico De Nicola, il testo della Carta Costituzionale.

Questo il suo intervento in aula da far stampare e imparare a memoria a figlie e nipoti (ringrazio il sito della Fondazione Nilde Iotti da cui l’ho tratto).

“Noi salutiamo quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne carta costituzionale nazionale. Nasce e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquista pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nostra Repubblica. Ancora poche Costituzioni nel mondo riconoscono così esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. Le donne italiane lo sanno e sono fiere di questo passo sulla via dell’emancipazione e insieme dell’intero progresso civile e sociale. E’, questa conquista, il risultato di una lunga e faticosa lotta di interi decenni. […] In una società che da lungo tempo ormai ha imposto alla donna la parità dei doveri, che non le ha risparmiato nessuna durezza nella lotta per il pane, nella lotta per la vita e per il lavoro, in una società che ha fatto conoscere alla donna tutti quei pesi di responsabili e di sofferenza prima riservati normalmente solo agli uomini, che non ha risparmiato alla donna nemmeno l’atroce prova della guerra guerreggiata nella sua casa, contro i suoi stessi piccoli e l’ha spinta a partecipare non più inerme alla lotta, salutiamo finalmente con un riconoscimento meritato e giusto l’affermazione della completa parità dei nostri diritti. […] La nostra esigenza di entrare nella vita nazionale, di entrare in ogni campo di attività che sia fattivo di bene per il nostro paese, non è l’esigenza di affermare la nostra personalità e qui contrapponendola alla personalità maschile. […] Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, non vogliamo che le donne italiane aspirino ad una assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere le proprie forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese. Perciò riteniamo che il concetto informatore della lotta che abbiamo condotta debba stare alla base della nostra nuova Costituzione, rafforzarla, darle un orientamento sempre più sicuro. E’ nostro convincimento che nessun sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile”.

Con lo sguardo e le parole di Lucio

“Vorrei volare sopra i tetti della città, incontrare espressioni dialettali, fermarmi sopra il naso dei vecchi mentre leggono i giornali” 

Lucio Dalla, Le Rondini

Da oggi anche Bologna è zona rossa: chiusi scuole, bar, ristoranti, negozi. La città è spaventata, il virus è tornato a colpire più forte della prima ondata. Il 4 marzo è la data scelta per fermarsi: per provare a riprendere il respiro. Lo stesso giorno in cui, nel 1943, in piazza Cavour numero 2, nacque chi ha reso immortali strade, colori ed emozioni: Lucio Dalla. Viene voglia di credere che l’amore di chi ha vissuto e cantato intensamente l’anima della dotta, possa proteggerla e diffondere il potere di rinascita nel resto del paese. La memoria della sua genialità proverà a farlo, a partire alcuni luoghi della città resa spettrale dal blocco.

Fondazione Lucio Dalla, insieme al Comune di Bologna, a Bologna Welcome, a Confcommercio Ascom e al Consorzio degli Esercenti di Via D’Azeglio Pedonale, hanno deciso di condividere un omaggio che consentirà di incontrare Lucio “in giro per Bologna”, attraverso una serie di scatti del 1967. Grandi manifesti con tre soggetti straordinari messi a disposizione per l’iniziativa dall’Archivio Pressing Line per unire la città in un sorriso: l’intento è portare un poco di leggerezza in un momento tanto pesante per tutti. Gli esercenti, gli stessi o gli eredi dei posti frequentati nelle passeggiate quotidiane da Dalla, hanno abbassato la saracinesca, ma sulle vetrine, spente, sarà affissa la fotografia di chi li ha raccontati in un verso.  Inoltre, grazie alla partecipazione di Galleria Cavour le immagini verranno proiettate sul maxi schermo del cuore dell’eleganza bolognese tra il 4 e il 7 Marzo, accompagnate dalle canzoni, colonna sonora della Galleria in queste giornate.

Andrea Faccani, Presidente di Fondazione Lucio Dalla, ha descritto cosa ha portato alla scelta di questa modalità di ricordo: “in attesa delle condizioni che ci consentiranno di realizzare le tante attività progettate e sospese per la situazione sanitaria, abbiamo dato vita ad un’iniziativa che consentisse a Lucio di essere comunque presente in tutta la Città, suscitando nei bolognesi il ricordo delle tante volte in cui lo hanno incontrato a passeggio o fermo ad osservare e magari ad immaginare una canzone che avrebbe raccontato le loro vite”.

Bologna c’è stata dall’inizio alla fine della storia artistica e umana del cantautore. In un contesto di distruzione che aspettava la fine della guerra nasceva come uno speciale “Gesù bambino”. Con questo titolo, considerato eccessivo per i tempi, cantò per la prima volta un inno memorizzato da generazioni, nel Teatro Duse. Era il 1970. Alla sua piazza Cavour dedicò, invece, Piazza Grande, raccontandola come il rifugio per chi dorme sull’erba e per gli innamorati, in una città nella quale “non si perde neanche un bambino almeno che non sia di Berlino”. L’ironia vivace degli arancioni intensi delle facciate dei palazzi con il sole che scherza attraverso i portici, brilla nei testi, resi indimenticabili dalla voce che continua a risuonare nella testa e nel cuore di chiunque ne percorra le rumorose e allegre geometrie.

Bologna luogo dell’anima per studenti e viaggiatori, culla della cultura, del diritto e della gastronomia. Semplice e complessa da scoprire, impossibile da dimenticare.

I piccoli gesti quotidiani si fanno rime.  

Vorrei girare il cielo come le rondini

E ogni tanto fermarmi qua e là

Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici

E come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità

La speranza è certezza nelle poesie cantate, come nell’Anno che verrà. Le parole della canzone con cui si sono salutati pure i 365 giorni peggiori del nuovo secolo con fiducia, hanno illuminato le vie del centro durante il Natale del 2018. Grazie all’asta con cui sono state vendute una volta dismesse dalle strade, si è potuto restaurare il reparto day hospital di oncologia del Policlinico Sant’Orsola. Nuove illuminazione, porte, arredi per due sale d’attesa e di terapia, insieme alla realizzazione di stanze-giardino sui balconi con 90 fioriere e impianto per la diffusione della musica nelle sale, hanno ottenuto l’obiettivo di rendere accogliente un posto nel quale circa 150 pazienti, ogni giorno vengono visitati e curati.

Illuminare il buio riempiendo irreali silenzi. Lucio ci è riuscito anche nel Natale più oscuro che non solo Bologna ricordi. La sua Futura ha acceso via Massimo D’Azeglio, grazie alle installazioni realizzate dall’artista Pablo Echaurren. Uno dei tanti amici che la città ha unito davanti ad un bicchiere di vino e un piatto di gramigna al sugo di salsiccia, gustati nelle osterie mitiche che presto torneranno a diffondere profumi nell’aria.

In questo 2021, iniziato incerto, la Fondazione Lucio Dalla ha voluto ricordare una di queste amicizie tra bolognesi speciali nel documentario “Imprendibili” , nel quale si racconta del legame tra Dalla e Massimo Osti, designer, stilista innovatore, fondatore di marchi storici come la Stone Island. Realizzato da Fondazione Lucio Dalla insieme a C.P. Company, verrà pubblicato da oggi 4 marzo sui canali FLD e C.P. Company (50.cpcompany.comwww.fondazioneluciodalla.it).

Sodalizi umani e artistici che, prima della diffusione del virus, rivivevano nelle sale della Casa Dalla, l’ultima abitazione del cantautore nella quiete di Piazza dei Celestini, resa museo dalla Fondazione. Qui, interpreti, autori, suoi colleghi, collaboratori, allievi ed eredi si sono ritrovati da quel maledetto 2012 che lo ha portato via, per rinnovarne la memoria attraverso la condivisione della meraviglia dell’arte.

I più giovani lo faranno anche oggi con Back to futura, progetto prodotto dall’Associazione Culturale per gli Incontri Esistenziali insieme a Fondazione Lucio Dalla, con il sostegno di Illumia. Esponenti della scena musicale italiana contemporanea, scelti per ricchezza ed originalità della proposta artistica, dialogheranno dalle stanze della casa del Maestro, con il giornalista musicale Luca Franceschini: il confronto sarà arricchito da set acustici.  Stasera alle 21 sul canale You Tube Incontri Esistenziali (https://www.youtube.com/channel/UCvlv0SgVb0sLWCNeGfzX0wQ) ci saranno come protagonisti Bonetti, svegliaginevra, Apice ed Elasi.

Memoria e futuro: i due regali che Lucio ha lasciato non solo alla sua amata città. Doni che mai come in questo periodo confortano. In una delle sue ultime canzoni, sembrò voler salutare le sue piazze, le strade, le abitudini:

Cantava in Dark Bologna:

Lungo l’autostrada da lontano ti vedrò

ecco là le luci di San Luca

entrando dentro al centro,

l’auto si rovina un po’, Bologna, ogni strada c’è una buca

Per prima cosa mangio una pizza da Altero

c’è un barista buffo, un tipo nero

Bologna, sai mi sei mancata un casino.

“Mentre qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio“, da Bologna, incontrando lo sguardo ironico di Lucio, ascoltando la sua voce, verrà voglia di far credere all’intero paese che “ritornerà la luce, sentiremo una voce e potremo aspettare senza avere paura, domani.

Le donne che raccontano le donne

“Mantenere alta l’attenzione sul potere femminile di muovere il mondo, anche nei mesi più difficili. Questo è il piccolo contributo che vogliamo portare, organizzando e celebrando la forza delle donne, espressa attraverso la scrittura.”

Wanda Tramezzo, presidente del Premio Internazionale La Donna si Racconta

Spazi liberi, gestiti da semplici regole, dove sprigionare e mettere alla prova la creatività lirica e narrativa: i premi letterari. Tre anni fa decisi di partecipare alla mia prima competizione, da scrittrice, insieme alla mia amica Nikki Guelfi. Conoscendo bene le sue quotidiane battaglie al femminile per il riconoscimento e la difesa dei diritti, scelsi per il nostro libro “La Zampata della Tigre”, il Premio letterario internazionale “La donna si racconta”. Il pomeriggio del 28 ottobre del 2018, nel Teatro Sperimentale di Pesaro, durante la cerimonia di premiazione, ero così presa dalla responsabilità di aver sottoposto al giudizio di una giuria il racconto intimo della malattia di Nikki, che non riconobbi subito le pagine recitate. Fu la fedele Anne a distogliermi: “guarda che è la Zampata!” Salii a ritirare la targa con un impeto proprio della vittoria di un Oscar: ringraziai l’organizzatrice, Wanda Tramezzo, la giuria e soprattutto Nikki che, tra le tante emozioni, mi aveva donato anche quella. Nei mesi successivi, prima che dilagasse il virus, Wanda, scrittrice, poetessa, presidente del Premio dal 2008, mi chiese di entrare nell’organizzazione della XXI edizione. Ci sono stati degli incontri con le altre donne coinvolte, scambi di opinioni e racconti, da cui è emersa, ancora più chiara, la storia e il radicamento dell’iniziativa nella mia città di adozione. Trasmisi le sensazioni, orgogliosa, a Nikki, aggiungendo che avrebbe potuto concorrere con il seguito del nostro libro a cui stava lavorando. A marzo abbiamo capito che non avremmo potuto gestire nessun evento pubblico di presentazione o di premiazione; che sarebbe stato complesso coinvolgere le scuole, nel frattempo chiuse; impossibile far arrivare ospiti da fuori ed estendere il bando oltre i confini nazionali. A luglio Nikki ci ha lasciato, aprendo vuoti dell’anima incolmabili, come a decretare, con il suo saluto discreto al mondo, il reale fermarsi di emozioni e prospettive nel cuore di coloro che continuano ad amarla. Quando Wanda, due settimane fa, ha inviato una mail nella quale comunicava che il Premio stava ripartendo, ho percepito un altro segnale di come la forza delle persone meravigliose rimanga in chi ha avuto il privilegio di stare loro accanto. Quasi con lo stesso piglio con cui salii sul palco il 28 ottobre del 2018, ho risposto a Wanda che ero pronta anche io a lavorare per l’edizione diventata triennale, anzi le ho chiesto di raccontarmi la traccia che in questi anni ha deciso di imprimere ad un evento che non si arrende alla terza ondata, accogliendo nuovamente la volontà di condividere sentimenti, gioie e dolori, dalla voce alle pagine. Il Premio Internazionale “La Donna si racconta” ed il Premio “Juniores Study”, ritornano, promossi dall’associazione culturale “La donna si racconta” con i patrocini di Fidapa Bpw Italy, del Consiglio regionale delle Marche, della Provincia di Pesaro e Urbino, del Comune di Pesaro e dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, in collaborazione con l’emittente televisiva Rossini TV. C’è tempo fino al 15 aprile per inviare la propria opera. La presidente, Wanda Tramezzo, spiega perché è importante non farsi più fermare dalle difficoltà che verranno superate, come le donne sanno sempre fare.

La traccia: Il Premio La Donna si racconta

“Ho sempre coltivato la passione della scrittura, anche mentre facevo un altro lavoro. Non ho rimpianti perché non ho mai negato il mio amore per le parole scritte e lette. Quando ho potuto, ho lasciato la mia professione per dedicarmici completamente, sia scrivendo, sia promuovendo autrici.”

“Sono grata ad Anna Mici, fondatrice del Premio “La Donna si racconta” che decise di affidarmi la sua creatura. La misi subito in mani sicure, organizzando la mia prima edizione con la FIDAPA, (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) di cui aprii una sede a Pesaro. Era lo stesso anno in cui pubblicai la mia raccolta di poesie Come le foglie al vento edito da Neftasia (nel 2017 Wanda ha pubblicato Il Posto delle Fragole Verdi con Linea Edizioni ndr). Ho sentito, forte, la responsabilità di una iniziativa storica e molto radicata nella città, ma con una prospettiva internazionale, per questo decisi di rendere il premio biennale: avevo bisogno di maggior tempo e possibilità di raccogliere adesioni.”

“La ventunesima edizione purtroppo è diventata triennale, a causa del virus che ha impedito potessimo realizzarla nel 2020. Quest’anno, però, non ci fermeremo: con la giuria abbiamo deciso di partire con il bando, prevedendo una premiazione all’aperto a fine maggio o più probabilmente d’estate.”

Il Premio mantiene la sua caratteristica internazionale: possono partecipare donne italiane o straniere con una o più opere edite o inedite a tema libero nelle sezioni “Poesia” e “Narrativa”. E’ previsto anche un “Premio speciale della Città di Pesaro” per elaborati di alto contenuto culturale/ umanitario. Il riconoscimento “Juniores Study” (Sezioni “Narrativa” e “Poesia”) è, invece riservato a studenti e studentesse delle scuole secondarie di primo e secondo grado delle Marche e vede anche la collaborazione della “Rete di scuole di Pesaro e Urbino” nella divulgazione. Nella stessa sezione sono compresi anche due premi speciali “Premio Città di Pesaro” da assegnare a studenti e studentesse che presentino un elaborato di narrativa o poesia sul tema: “Confrontarsi su ciò che sta succedendo, fornendo un’interpretazione del clima e del momento, all’interno di un universo interconnesso e globale”.

“Mi ha colpito come, non appena sia girata la notizia, mi abbia iniziato a squillare il telefono: tante le interessate ad avere maggiori informazioni e a voler partecipare. Per motivi logistici, legati alla sicurezza, non riusciamo a far arrivare le autrici dall’estero: negli anni passati organizzavamo anche questo, grazie ai rapporti di collaborazione con le ambasciate. Non vogliamo rinunciare agli studenti delle scuole medie e superiori della Regione. Stiamo cercando di capire come superare le difficoltà poste dalla DAD, ma ci teniamo proprio a conoscere come le ragazze e i ragazzi stiano vivendo e riportando questo periodo.”

“Sono felice che tra le prime a chiamarmi e inviarmi la loro opera siano state un gruppo di infermiere di un ospedale del Nord. Hanno raccontato con spontaneità le giornate a stretto contatto con il virus, i malati e le famiglie. Era la prima volta che scrivevano. Leggerle è emozionante, come lo è capire quanto, nella scrittura, molti abbiano proiettato ciò che mancava anche a livello mediatico: il senso di leggerezza e di gioia. I racconti e le poesie, finora ricevute, hanno un tono di spensieratezza che rende appieno la necessità di sfuggire all’angosciante quotidianità.”

“Il mio sogno di scrivere in un giardino pieno di fiori si è realizzato, anzi ha rappresentato il modo attraverso il quale ho resistito e sto resistendo durante questi mesi di chiusura. Scrivo nella mia casa in collina, raccontando le mie sensazioni in quelli che diventeranno, a breve, un nuovo libro di poesie ed uno di narrativa. Ho percepito come sia stata una strada percorsa anche da altri: rifugiarsi nelle parole, veicolo degli stati d’animo. “

“Nell’ultima edizione avevamo aperto anche agli uomini che scrivono delle donne, ma questo aspetto, benchè ci avesse piacevolmente sorpreso per la sensibilità trovata nei testi proposti, non lo abbiamo ripreso. Vogliamo che ci sia attenzione e visibilità massima sulle donne. Normalmente organizzavamo convegni e momenti di riflessione puntuale sul tema della violenza, purtroppo mai attuale quanto oggi. La sensazione angosciante è che non si siano fatti passi avanti rispetto ad una mentalità patriarcale che si rifà al delitto d’onore. Alcuni uomini continuano a considerare compagne, mogli, figli come oggetto di possesso senza rispetto. Non c’è mattina che non preghi per i bambini e le donne, vittime della violenza barbara di coloro che dicevano di amarli. Vorrei una legge con delle pene severe fino all’ergastolo per chi si macchia di questi orribili delitti. Abbiamo riflettuto sul modo per inserire anche in questa edizione il tema che è stato centrale in molti testi ricevuti nelle edizioni passate: storie vere che muovevano l’anima. Ho paura che ne arrivino. Temo però, allo stesso tempo, che ci sia uno stato di sottomissione delle vittime, soprattutto a livello economico, per cui si sentano sconfitte in partenza rispetto al proprio carnefice. Chi denuncia percepisce segnato il proprio destino, al punto che non si ha più la forza nemmeno di raccontare. Lo Stato deve fare di più, invece: offrire un reale percorso alternativo di emancipazione e di salvezza per le donne e per i loro figli.”

“Noi vogliamo dare il nostro piccolo contributo, centrando l’attenzione sui sentimenti emersi dagli scritti delle donne, motore del mondo anche durante questi mesi così difficili. Non sarà una edizione semplice, ma questo obiettivo ci motiva a superare ogni possibile inciampo. Sarà un’altra testimonianza del potere femminile. Serve ribadire come le donne siano coloro che modificano e salvano l’uomo.”

“Finchè potrò, mi dedicherò al premio, poi troverò a chi passare il testimone: colei che sarà pronta a riceverlo con pari passione ed impegno. Per il momento sto raccogliendo le adesioni e predisponendo i premi: sono aspetti collegati. Mi piacerebbe coinvolgere anche gli alberghi per consegnare alle vincitrici un soggiorno a Pesaro non appena si potrà tornare a villeggiare con serenità. Non mancheranno i buoni della libreria Campus Mondadori per gli studenti. Viaggi reali e della mente per rimanere connessi e continuare ad evadere attraverso la scrittura.”

La traccia volante: “Non vi è una sosta se non sulla cima.” E’ una frase che mi porto dietro dalle mie letture di autori russi nel periodo adolescenziale. La scrivo nella pagina iniziale di ogni mia agenda e diario. La cima non l’ho ancora raggiunta, continuo a cercarla.

Gli alberi di Iacopo

“Ho scelto di donare personalmente un albero ogni mese, per tutta la durata del mio mandato di Consigliere regionale: vorrei fosse un gesto di speranza e di ripartenza, di cura verso gli altri e il nostro territorio.”

Iacopo Melio

Ci sono piccole notizie che lasciano tracce preziose da seguire. Tra le tante che ha disseminato negli anni Iacopo Melio, comunicatore, consigliere regionale, difensore dei diritti della comunità, sognatore concreto, mi ha colpito l’ultima, lanciata oggi dal suo profilo social:  ha donato tre alberi al Comune di Firenze. Ne regalerà uno al mese per tutta la durata del suo mandato.

Un segno di rinascita che solo la natura riesce a rappresentare con tanta pienezza, arricchendo di senso un gesto poetico e politico insieme. Iacopo, noto per aver dato voce a chi ha sempre reputato di averne meno, non l’ha risparmiata neanche durante la degenza in ospedale. Contagiato dal virus, nonostante tutte le precauzioni prese, ha raccontato quanto fosse ancor più difficile per chi ha delle disabilità affrontare in solitudine la paura e le incertezze continue della malattia.

Ha appena ripreso le forze e subito ha trasformato questa ennesima esperienza ardua, vissuta sulla sua pelle, in occasione per ribadire diritti necessari. Insieme ai suoi colleghi consiglieri ha definito una risoluzione che impegna la Giunta Regionale della Toscana a vaccinare quanto prima, non solo le categorie “estremamente vulnerabili”, come definite nel piano vaccinale, ma anche i loro familiari e più in generale i caregiver che se ne prendono cura. Ha contribuito a rendere legge, la sacrosanta richiesta di centinaia di famiglie italiane, prima che se ne accorgesse il Ministro preposto, contro cui si è schierato apertamente, accogliendo, anche in questo caso, le obiezioni di chi si è stancato di sentirsi una riserva speciale da proteggere.

Bisogna ripartire dai diritti e dalla bellezza, unici e condivisi. Alberi piantati per riportare gioia nei territori feriti, per ricordare chi ha sofferto, chi non c’è più, chi ancora sta patendo il virus e chi non ha mai smesso di sostenere ammalati e famigliari nelle corsie degli ospedali.

Scrive Iacopo:

“Due di questi alberi li dedico a Franco Giacomelli e Pina Finocchiaro Scaccia, cari amici che a causa del Covid hanno improvvisamente lasciato la comunità dove vivo. Il terzo è per ricordare l’impegno straordinario di tutto il personale dell’Ospedale S. Giuseppe di Empoli, che con amore e passione sostiene chi affronta i momenti peggiori.”

Le piante verranno messe a dimora nei pressi dell’Oratorio di San Luca a Quaracchi. C’è la possibilità di partecipare all’iniziativa, andando sul portale “Dona un albero” nel sito del Comune di Firenze (dove si trova la mappa degli alberi già piantati e degli spazi liberi da poter piantare).

“Se volete piantarne uno anche voi, con dedica, scrivetemi in privato e vi aiuto!”

E’ l’invito di chi semina un’ennesima traccia di speranza felice lungo il suo percorso. ⠀

Lavorare non stanca

“Non sono più, solo, la mamma di Lorenzo: sono Debora, una Operatrice socio sanitaria che ha una famiglia, lavora e riesce a staccare, da un ambito all’altro, per rientrarci con il sorriso.”

“Hai i figli piccoli, puoi stare a casa ad occuparti serenamente di loro!” Quante volte le donne si sono viste rispondere in questo modo: in periodi di crisi nel proprio ambiente di lavoro, nei quali si chiede di fare passi indietro per il bene collettivo; o mentre sono alle prese con la ricerca di una professione che possa, semplicemente, conciliare le esigenze di cura e di realizzazione personale. E’ la conclusione inevitabile ancora di più per coloro che si trovano ad avere un terzo ruolo: caregiver di un figlio, una figlia o un genitore. Lavorare con un disabile in famiglia sembra quasi un ossimoro, peccato lo diventi, realmente, qualsiasi avverbio o aggettivo che indichi una serenità possibile quando viene negato. Debora Coradazzi ha deciso di provare a mostrare come possa essere naturale e necessario rompere lo stereotipo per la madre di un ragazzo autistico. E’ stata spesso protagonista delle tracce: per come ha gestito la disabilità di suo figlio, inventandosi con il marito Luigi, la pratica terapeutica dei viaggi in camper; per la creatività messa al servizio anche degli altri con la predisposizione dei materiali didattici adatti a chi ha difficoltà simili a quelle di Lorenzo; per essere riuscita a far diventare il suo condominio una comunità solidale. Oggi lo è come OSS, operatrice socio sanitaria di una struttura di riabilitazione, fiera di aver cominciato ad esercitare nel periodo mondialmente più complesso, ma felice di dimostrare che si può fare: si può essere la mamma di Lorenzo e una professionista, assicurando competenze professionali specifiche e un benessere nuovo a tutta la famiglia.

“Ho preso il diploma come OSS nel 2010, ma avevo Lorenzo piccolo, Luigi che lavorava in ufficio: non riuscivo ad organizzarmi. Lo scorso anno, proprio all’inizio della pandemia, a fine febbraio, sono stata assunta dalla struttura riabilitativa dove avevo svolto il tirocinio: avevo mandato il curriculum, quando avevo sentito fosse arrivato il momento per riprendere in mano l’altra parte della mia vita.

In tanti, costretti a casa per evitare i contagi e i rischi del virus, mentre io, finalmente, potevo uscire.

Contratto a tempo determinato, turni di 7 ore, niente notti, in servizio nel reparto di psichiatria.”

“Lorenzo ha 14 anni, ma frequenta la prima media. Da settembre la sua scuola non si è mai fermata, abbiamo avuto qualche piccolo problema solo con gli assistenti domiciliari, perché a volte sono dovuti rimanere in quarantena, ma tutto superabile. Luigi ha deciso di diventare libero professionista, gestendo gli orari degli appuntamenti e gli incontri con le aziende in modo che si incastrino con le mie disponibilità. Finora avevo fatto qualche servizio domiciliare, lavoricchiavo, non provavo quella sensazione difficile da spiegare, che si sprigiona nel momento in cui si pronuncia la frase: “esco, vado a lavorare.” Per molti è normale, per me non. Significa avere una cura diversa di sé, prepararsi ogni mattina o ogni pomeriggio; incontrare i propri colleghi; chiacchierare anche di stupidaggini; dedicarsi a ciò per cui si è studiato; tornare, stanchi, ma soddisfatti.”

“Non sono più, solo, la mamma di Lorenzo: sono Debora, una Operatrice socio sanitaria che ha una famiglia, lavora e riesce a staccare da un ambito all’altro per rientrarci con il sorriso. Credevo non fosse possibile lasciare mio figlio, sono stata sempre presente da quando è nato: parte stessa di ogni ambiente e di ogni momento, indissolubilmente legati. Invece, in maniera naturale, come sembrava esserlo stare in continuazione insieme, ho capito che potevo anche io lasciarlo, e lui avrebbe resistito, non ero indispensabile. Anzi, ora, credo che Lorenzo percepisca il mio ritorno e manifesti la sua gioia nel rivedermi. E’ giusto per entrambi iniziare a sperimentare il distacco: spero di trovare per lui un luogo dove trascorrere ore in autonomia, rispetto a noi, dove possano capirlo altri oltre a me che ne so intuire ogni impercettibile sfumatura dello sguardo e dargli la voce che non ha.”

“So di essere in una situazione che non è comune a tanti che vivono nella mia stessa condizione e non possono gestirla, come è normale sia, che con un compagno attento e con un sistema sociale che comprenda e funzioni. Per questo sento di condividere la mia esperienza per chi come me, ha paura: bisogna superarla per provare a non sentirsi viva solo per il proprio figlio, figlia o genitore, ma anche per sè stessa e per le proprie giuste aspirazioni.

Stare con le persone che assisto mi fa stare bene: non ho capacità diverse dai miei colleghi, dettate dalla mia esperienza personale a contatto con la disabilità mentale, posso però contare su un’empatia spontanea.”

“Domani farò il vaccino, spero che presto si capisca che oltre a medici, infermieri, insegnanti lo debbano fare anche gli educatori: in questo caso parlo nella mia doppia veste di madre e di operatrice socio sanitaria.”

La speranza dei melograni

Per la Giornata Mondiale della lotta contro il cancro infantile, il regalo più atteso: la riapertura del Reparto di Oncologia Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma. Una luce in fondo al tunnel per riaccendere la fiducia di tutti coloro che stanno soffrendo e di chi è loro accanto.

Il tumore non è più un male incurabile: negli ultimi decenni la ricerca ha compiuto passi fondamentali per aumentare le certezze di sopravvivenza di chi si ammala. Rimangono ancora molti obiettivi da raggiungere per cui è necessaria una puntuale informazione e una sensibilizzazione dell’opinione pubblica, soprattutto per quello che riguarda i tumori pediatrici. La malattia non deve essere uno stigma che piccoli pazienti e famiglie siano costretti a vivere in silenzio, ma coinvolgere l’intera società. Ci sono medici, infermieri e volontari che ogni giorno si impegnano per non spengere i sorrisi più intensi che sono quelli dei bambini.

Il 15 febbraio, per loro, per i malati e per le famiglie, non fa la differenza nelle abitudini e nelle ansie quotidiane, ma per chi si batte affinchè non siano soli è una giornata speciale: la XX mondiale contro il cancro infantile. La data, scelta dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) impegna le associazioni dei familiari di bambini e adolescenti colpiti dal cancro, unite nel network globale Childhood Cancer International – CCI, a dare vita a iniziative scientifiche e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. In Italia la FIAGOP (Federazione italiana associazioni genitori oncoematologia pediatrica, socio fondatore CCI) in collaborazione con l’AIEOP (Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica) organizza la terza edizione di “RADICI ALLA SPERANZA, PIANTIAMO UN MELOGRANO”. La messa a dimora di un albero, il cui frutto è simbolo dell’unione dei tanti chicchi che costituiscono l’alleanza terapeutica che sostiene i pazienti.

Un sostegno ed una speranza che in questo lungo anno di pandemia è sembrato mancare ad alcuni di loro, come i piccoli pazienti del reparto di Oncologia pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma. Chiuso da fine febbraio dello scorso anno, per il timore di diffondersi di contagi, trasferendo chi era in cura al Bambin Gesù, si è fermata una delle eccellenze per l’accoglienza e le terapie. Per riaprire quello che è un polo di riferimento, non solo per la capitale, si sono mosse da subito le associazioni che coadiuvano il lavoro dei medici nelle corsie. Donne, uomini, soprattutto ragazze e ragazzi che hanno ricreato un ambiente più simile ad una casa che ad un ospedale per garantire a chi entrasse di non perdere il contatto fondamentale con l’esterno. Questa la caratteristica principale delle attività dell’associazione Amici di Marco d’Andrea: dalla merenda alla scuola, dalla cura delle esigenze pratiche delle famiglie ai regali di Natale. Tutto quello che è possibile organizzare per superare due gravi effetti della malattia: la paura e la solitudine.

Dopo 20 anni di sfide quotidiane, non si poteva certo fermare il cuore dell’associazione, non lo hanno fatto i volontari e soprattutto non si è bloccata mai la forza della Presidente, Anna Maria Abruzzetti. Questo 15 febbraio assume, per coloro di cui lei ha continuato a difendere i diritti, un significato ancora più profondo se verrà dato seguito alle dichiarazioni del nuovo direttore sanitario: la riapertura del reparto. Fabrizio D’Alba, che dal 12 gennaio è alla guida del policlinico universitario lo ha affermato durante l’audizione del 5 febbraio scorso in commissione Sanità regionale. Nell’immediato è previsto anche l’arrivo di tre medici, ma, come ha sottolineato il direttore: “il tema dell’organizzazione e della presa in carico dei pazienti è il problema da affrontare in modo complessivo”.

Parole preziose per Anna Maria.

“Non ho mai smesso di lottare in questi mesi perché si potesse accogliere nuovamente i pazienti e le loro famiglie. In 20 anni di attività con l’associazione, ho stretto la mano e purtroppo spesso chiuso gli occhi a tanti di loro. L’amore che mi hanno dimostrato anima la mia forza a continuare ad impegnarmi per il nostro comune obiettivo soprattutto per coltivare la memoria di chi non c’è più. Non ho bisogno di concentrarmi per ricordare ognuno dei loro nomi, delle loro storie: chi è entrato qui, spaventato, non ha mai perso la voglia di vivere, nemmeno negli ultimi istanti.!

Il nuovo direttore dell’ospedale ha fatto dichiarazioni importanti, mostrandosi realmente interessato a riaprire. Ci conforta il cambio di stile e di approccio rispetto a chi l’ha preceduto. Non sono una che si crea problemi a riportare la realtà dei fatti. C’è chi non ha risposto nemmeno alla lettera di un ragazzo in fin di vita che chiedeva di sapere se poteva trascorrere le giornate che rimanevano nel luogo in cui si sentiva più protetto; chi non ha voluto mai offrire un cenno di accoglienza alle nostre richieste di chiarimenti e informazioni. D’Alba, nominato da meno di un mese, ha subito dato rassicurazioni al nostro rappresentante legale circa le possibilità concrete di far riprendere le funzioni del reparto, consapevole delle problematiche complesse da affrontare, ma soprattutto della necessità di farlo.”

Certo non mi accontento: ogni giorno mando un messaggio ai miei referenti in Regione e porto avanti la quotidianità dell’associazione che non ha mai smesso di essere vicino ai piccoli pazienti e ai loro famigliari. In accordo con la responsabile dell’accoglienza del Bambin Gesù, dove sono stati trasferiti, organizziamo delle video chiamate per continuare a mantenere un contatto attivo tra volontari e ragazzi. E’ proseguito l’aiuto economico ai genitori in difficoltà: chi ha perso il lavoro, chi deve venire da fuori, non manca per loro il nostro bonifico. Poco, ma c’è. E’ diminuito il numero dei volontari, ce lo aspettavamo, ma la squadra resiste, forte come la mia Inter. Soprattutto i più giovani sono motivati a riprendere il lavoro in reparto, hanno proseguito anche i corsi di formazione.”

“Appena si riapre, noi siamo pronti a riprendere le nostre abitudini che sono mancate soprattutto ai pazienti. A loro è stato creato il danno più grande. Quando ci si ammala, si ha bisogno di un ambiente accogliente dove essere curato, seguito, pure coccolato come facevamo noi con il carrello delle merende, i giochi, i regali. Le agenzie che diffondevano le dichiarazioni del nuovo direttore, ci hanno fatto arrivare messaggi di speranza e di incoraggiamento. Ci auguriamo che in Primavera si possa dare questo fondamentale segno di riapertura e di rinascita.”

“Intanto per celebrare la giornata mondiale contro il cancro infantile, ieri abbiamo piantato un melograno a Riano davanti la sede dell’associazione e oggi ci siamo ritrovati a fare la stessa operazione, davanti l’ingresso della clinica pediatrica del Policlinico. Vediamo un po’ di luce in fondo al tunnel: vogliamo prendere ogni piccolo raggio per far riempire l’albero di frutti che siano speranze per tutti coloro che stanno soffrendo e per chi è loro accanto.”

Per partecipare da casa, se si ha un giardino oppure un balcone, l’invito è quello di comprare una pianticella di melograno e metterla a dimora, oppure dare vita ad una nuova pianta da una talea di un alberello già a disposizione, seguendo i semplici passaggi illustrati in un tutorial diffuso da Fiagop sui suoi social, insieme a quelli di tante ricette gustose a base di melagrana. Per tutti l’invito è quello di scattarsi un selfie accanto al proprio alberello oppure fotografare o filmare la propria creazione culinaria per poi condividere il tutto sul social preferito utilizzando gli hashtag #diamoradiciallasperanza #ICCD2021 #iostoconfiagop.

Tracce di numeri da non dimenticare
 400.000 bambini e adolescenti sotto i 20 anni nel mondo, ogni anno, ricevono una diagnosi di cancro.
– 80% dei malati pediatrici vive nei Paesi a basso reddito e l’80% di loro muore di cancro, perchè non avrà una diagnosi corretta, né possibilità di cura.
100.000 malati ogni anno potrebbero guarire se anche a loro fosse garantita una tempestiva diagnosi e l’accesso alle cure al pari dei loro coetanei dei paesi più sviluppati.
– Ogni tre minuti nel mondo un bambino muore di cancro.
– 1500 bambini e oltre 900 adolescenti ogni anno, si ammalano in Italia di tumore (linfomi e tumori solidi) o leucemia.  
– 44.000 persone in Italia hanno avuto un tumore da bambini e la loro età media è attualmente attorno ai 30 anni.
– 80% circa dei malati guarisce. Negli ultimi anni si sono raggiunti eccellenti livelli di cura e di guarigione per le leucemie e i linfomi, ma rimangono ancora basse la guarigione per i tumori cerebrali, i neuroblastomi e gli osteosarcomi.
– Il 50% dei farmaci attualmente usati per combattere i tumori pediatrici, che si manifestano in oltre 60 tipi e sottotipi diversi, non è autorizzato per l’uso pediatrico, ed è usato “off label” (senza registrazione pediatrica), adattando ai bambini medicine per adulti.
– Negli ultimi 10 anni in Europa, a fronte della sperimentazione di nuovi farmaci anticancro per gli adulti, sono ancora pochissimi quelli studiati per l’età pediatrica.  

(dati dal Ministero della Salute)  

La percezione del freddo

Trovare lungo i sentieri, resti di vestiti, chiaramente appartenuti, a bambini, ha aggiunto brividi. Se i dati si leggono e analizzano, le sensazioni si può solo tentare di evocarle con le immagini.

Senza Corpo sono pantaloni, felpe, scarpe, magliette, calzini che coprivano gambe, braccia, piedi di donne, uomini e bambini. Vestiti privati del loro contenuto umano, abbandonati nei boschi della rotta balcanica da coloro che li indossavano, nell’estremo tentativo di non essere riconosciuti attraverso di essi. Abiti che conservano l’identità e la storia dei migranti in viaggio: tracce di una tragedia contemporanea che non può essere ignorata. Non lo ha fatto Anna Elisabetta Raffin, artista friulana, che ha deciso di raccogliere gli indumenti lasciati lungo il passaggio nella Val Rosandra, al confine con la Slovenia. Li ha presi, fotografati e trasformati in un singolare progetto virtuale “Senza corpo”. Un sito, una mostra, una provocazione artistica, un esperimento sociologico, una sensibilizzazione e una raccolta di fondi a favore di Linea d’Ombra, organizzazione umanitaria triestina che dal 2019 si occupa del sostegno concreto di chi riesce a superare la frontiera. Anna Elisabetta, 33 anni, una laurea in lettere all’Università di Padova, una in Arti dello spettacolo a Lione, sa che grazie al lavoro delle associazioni, degli attivisti e dei giornalisti è impossibile ignorare la realtà di quei corpi rinchiusi in campi senza alcuna prospettiva futura, in condizioni igienico-sanitarie degradanti, privati di dignità, picchiati e umiliati dalla polizia croata, continuamente respinti, morti, impazziti, traumatizzati a vita. Ha voluto aggiungere alle informazioni, la rievocazione di sensazioni per trasmettere il vissuto di un fenomeno troppo spesso catalogato senza analizzare l’anima dei protagonisti. Donne, uomini e bambini che, apparentemente, nel lavoro di Anna Elisabetta, sembrano non esserci, ma sono citati con la presenza ancora più forte dei loro indumenti, simbolo di identità che si vorrebbe annientare in stereotipi generalizzanti, per dimenticare che si tratta di esseri umani a cui è dovuto il rispetto della storia, cultura, religione e dei diritti fondamentali.

La traccia: lungo la rotta balcanica

“Vivo in Francia da cinque anni, ma ho trascorso i mesi del lockdown in Italia da mia mamma, in Friuli. Sono originaria di Cordenons in provincia di Pordenone. Essere cresciuta in un piccolo comune di una regione storicamente considerata, separata dal resto del paese, mi ha donato uno sguardo diverso sul mondo, meno distratto, rivolto maggiormente ai dettagli che possono racchiudere il senso complessivo di una prospettiva. Ho posto questa mia modalità di attenzione verso i temi sociali, rendendola insieme barriera all’indifferenza sulle ingiustizie e volontà di trovare la forma giusta per affrontarle. In Francia ho realizzato un reportage in un centro per rifugiati, gestito dal Forum Refugies e fatto volontariato con l’associazione Secours Populaire.”

“Volevo occuparmi da tempo della rotta balcanica, avendo così vicini alla mia zona di origine, i luoghi che ne caratterizzano i percorsi. Non sono una reporter, ma ho studiato e conosco bene il valore delle immagini. In questo periodo sono così mescolate da perdere i reali contorni di ciò che rappresentano. Per questo mi sono rivolta a chi vive, ogni giorno, oltre il tempo di quegli scatti: i volontari e le associazioni che accolgono, curano, sostengono i migranti sul campo. Ho contattato Linea D’Ombra: nutro nei confronti dell’organizzazione la massima stima e fiducia. Chi ne fa parte realmente argina, come può, la fatica di chi riesce a superare il confine. Ho avuto conferma anche dai loro racconti di un particolare che ha acceso la luce sul mio progetto. I boschi attraverso i quali si cerca di sfuggire ai controlli per raggiungere un posto sicuro, sono pieni di resti di indumenti. Appartengono ai migranti che si spogliano dei loro vestiti per indossarne altri che possano renderli meno riconoscibili.”

“Dovevo andare a prendere quelle felpe, magliette, giacche, scarpe per trasformarli in elementi di archiviazione di un fatto storico. Senza osare paragoni azzardati, renderli una traccia come gli occhiali degli ebrei trovati nel campo di Auschwitz. Non era facile anche per via delle restrizioni anti covid: essere in zona arancione mi impediva di muovermi. Ho chiesto all’ufficio turistico della Val Rosandra e ai volontari di Linea d’Ombra dei consigli circa i sentieri. Appena siamo stati promossi zona gialla, sono andata insieme a mio fratello. Ci siamo addentrati nel bosco. Sconvolge la quantità di vestiti appesi, nascosti, erosi dalle piogge, ma ancora ben riconoscibili. Ci ha pervaso una sensazione di freddo mai provata prima. Non ho incontrato le persone, ma i loro vestiti: intatti o logori simboli di una identità perduta. Per questo ho voluto assegnare ad ognuno il riferimento ad una appartenenza fittizia. Potrebbe anche accadere che uno dei reali proprietari riconosca il proprio zaino o la giacca.”

“Ho deciso di legare un nome ad ogni abito per ricordare che quei vestiti sono appartenuti a qualcuno, a differenza della quantità anonima di articoli che siamo abituati ad acquistare sia in negozio, sia online, che molto spesso è prodotta sfruttando manodopera a basso costo, senza garanzie né diritti, in aziende delocalizzate che favoriscono l’impoverimento e la precarizzazione anche delle nostre classi sociali. Questi stessi prodotti, di fatto, rappresentano un capitale che ha molta più libertà e valore dell’essere umano. I vestiti che vedete qui, quindi, benché a primo impatto per la loro organizzazione facciano eco agli e-commerce sui quali compriamo i nostri, sono appartenuti alle persone che attraversano la rotta balcanica. Questa contrapposizione tra il mondo asettico del consumismo e il mondo reale fatto di persone mira a voler riumanizzare la definizione migrante.”

“Oggi i migranti sono considerati come una categoria dal significato fluido: a volte è un problema, a volte una risorsa, a volte una questione politica, a volte una questione ideologica, sociale, economica. Le persone che migrano sono così private del loro ruolo intrinseco di esseri umani, d’individui con diritto alla loro storia, alla loro sensibilità, alla loro unicità, per diventare qualcosa di molto più anonimo, confuso e soggetto a diverse interpretazioni: i migranti, per l’appunto.  Basta pensare che la maggior parte delle volte che se ne parla, non si fa neanche la più banale distinzione tra la provenienza di queste persone e, quindi, un afgano è come un siriano, un siriano è come un bengalese. E questo perché i migranti, prima di essere qualcuno, sono qualcosa.

In quel “migranti”, invece, ci sono molti paesi, molte culture, molte famiglie, molte persone con idee, emozioni, sentimenti, personalità differenti. Ogni dettaglio di quel “migranti” è un individuo, ogni dettaglio di quel “migranti” è in vita. Ci sono i nostri amici, i nostri compagni, i nostri vicini di casa; ci sono i medici, gli artisti, i meccanici, i maestri, i venditori, gli ingegneri di quest’umanità. Ci siamo noi.”

“Ogni capo recuperato (ne abbiamo presi più possibile, temendo, come è poi accaduto che richiudessero di nuovo la zona) portava i segni del vissuto della persona che lo aveva indossato per questo meritava il massimo del rispetto. Ho scattato le foto nel garage di mia mamma, riadattato a studio, e predisposto il sito per veicolare la mia idea. Ho conservato fino all’ultimo calzino, sottovuoto, perché ho in mente, quando si potrà, di esporre tutto realmente in una sala o in un museo. Da qualche settimana sono visibili nella pagina online che sembra veramente una delle tantissime vetrine virtuali di siti di e-commerce. La confusione è ricercata: ho voluto estremizzare l’idea che si potessero acquistare i vestiti abbandonati dai migranti. In realtà è un modo per non limitarmi solo a denunciare, ma anche fare un piccolo gesto concreto: dal sito si possono fare donazioni direttamente sull’iban di Linea d’ombra.

“Non c’è stato un indumento che mi abbia colpito più di altri, tantomeno volevo fare un lavoro statistico che da taglie, materiali e consistenza mi permettesse di risalire ad età, provenienze e tipologie di migranti. Devo ammettere che non è stato automatico afferrare lo scarponcino rosa, uno solo, in buono stato, fermo su una rupe. Ecco, se i dati si possono leggere e analizzare, le sensazioni si può solo tentare di evocarle. Non ho affrontato un tema nuovo e sconosciuto: purtroppo, tanti sanno cosa accade vicino ai nostri confini, non possono non vedere. Ho deciso di non mostrare il dolore provato sui corpi, ma farlo arrivare spogliato da questi. L’assenza del corpo non è solo un richiamo al corpo umano che ha indossato quegli abiti, prima che di fretta fossero sfilati da esso per togliere con loro l’odore pregnante del bosco, della paura e del tragitto spesso violento, che ha vissuto; ma è soprattutto un’allusione al corpo privato di valore umano, di diritti e di ruolo sociale. Vorrei che fosse tangibile e visibile al di là dello schermo. Mi informerò anche in Francia per capire come poterla trasformare in mostra reale. Offrire il senso dell’immagine che va oltre la qualità dell’obiettivo e la quantità di pixel.”

La traccia volante: fai con quello che hai, ma fai.

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