Il teatro è una cosa seria

Uno scrittore può aspettare l’ispirazione davanti ad una pagina bianca. Un attore, per indole o per necessità, dopo poco non resiste: deve tirar fuori quanto ha dentro da esprimere.

Un attore vive ogni giorno la sua arte: nei passi con cui cammina lungo una strada; nel sorriso attraverso il quale saluta coloro che incontra; negli occhi che osservano e si ispirano; nella voce, naturalmente cadenzata al ritmo delle situazioni che affronta. Il palcoscenico da una piazza diventa la scenografia in una sala, il pubblico incantato si ferma, diventando anch’esso parte di una magia che si chiama teatro. Guido Ruvolo era un attore. Dal mimo, al circo, al meta teatro, da Carmelo Bene a Shakespeare, alle opere scritte e auto prodotte sulla base delle esperienze direttamente vissute. Persona e personaggio, senza mai celare le emozioni, scavate nel profondo, anche quando indossava una maschera o un trucco pesante. Il teatro è fermo da troppo tempo, lui non poteva farlo: ha continuato a scrivere, interpretare, suonare la sua armonica fino all’ultimo giorno. Lo racconta sua figlia Clio, stessa luce nello sguardo, sfidante e vittoriosa contro ogni avversità, caratteristica nutrita da una famiglia, cresciuta nell’arte e impegnata a divulgarne la bellezza. La sua traccia è un passo nel percorso che la porterà a dedicare a suo padre lo spettacolo che merita, affinché non si dimentichi mai come deve essere un vero attore.  

La traccia: Guido Ruvolo, padre, attore

“Da quando sono nata, l’ho seguito in teatro. Mio padre è sempre stato molto presente nella mia vita. I miei genitori sono stati insieme 18 anni, si sono separati che io ne avevo quattro e mezzo: fino a che non sono diventata maggiorenne hanno condiviso ogni decisione che mi riguardasse. Li ho sempre visti in armonia: è stato fondamentale per creare con entrambi un rapporto forte, speciale, di fiducia e di complicità.

Il primo ricordo da bambina è legato ad uno spettacolo. Avevo circa tre anni, papà portava in scena One man Show. Era solo sul palco con indosso un asciugamano: mi sono arrampicata su una poltroncina e ho cominciato a chiamarlo a squarciagola. Ne ha approfittato per una improvvisazione: padre e figlia. E’ continuata così la nostra storia: con il teatro al centro. Da che ho imparato a leggere, mi dedicavo a ripetere a memoria le battute dei suoi spettacoli anche quelle dei suoi compagni, in modo da poterlo aiutare con le prove a casa. Spesso aspettavo, sveglia, di notte, che tornasse perché mi raccontasse come fosse andato lo spettacolo. Ero e rimango gelosa della sua valigia dell’attore. Ancora oggi racchiude la sua anima: costumi, attrezzi, foto di tutti i personaggi che ha interpretato. Era la sua inseparabile compagna di lavoro. Io attendevo con ansia di rivedere entrambi: parti inscindibili dello stesso mondo magico.

“Credo di aver rappresentato per lui anche un’ottima assistente: non che fosse semplice. Papà passava dal Riccardo III a personaggi comici. Con la Compagnia di Pippo Di Marca collaborò a progetti di Meta teatro: a sei anni mi fece assistere ad una versione di Aspettando Godot che ancora non ho capito. D’altronde a 7 anni mi ha fatto vedere Blade Runner. Alternava il racconto di fiabe meravigliose: prima di addormentarmi, ero spettatrice unica di reinterpretazioni indimenticabili di leggende, favole, aneddoti inventati, sempre nuove e originali.”

“Sono stata plasmata per molti aspetti dalle sue passioni: in particolare dal teatro e dal mare. Mio nonno aveva ricoperto un ruolo importante nella Marina Militare durante la seconda guerra mondiale, tanto che a mio padre toccò seguire le sue orme. Aveva tre fratelli: uno è frate francescano, una sorella è diventata cuoca e costumista, la seconda ha scelto un’altra professione, rimaneva solo lui da arruolare in Marina. Ha resistito dai 17 ai 23 anni, poi è scappato dalla Sicilia a Roma. Qui ha iniziato a studiare da autodidatta, incontrando e apprendendo da personalità uniche come quella di Carmelo Bene. Il grande pregio di papà è stato anche un suo limite: aveva un carattere forte, istrionico che non cedeva mai a compromessi. Era bellissimo, bravo, molto apprezzato e ricercato, ma se non era convinto di quanto gli veniva proposto, non ascoltava lusinghe.”

“Questo lo ha reso il mio eroe: un uomo, un attore che ce l’ha fatta da solo. Il teatro per lui era vita. Il personaggio Guido e la persona Guido erano un tutt’uno. Ogni esperienza che gli capitava, diventava un atto da portare in scena, così reale da crederci. Penso ai suoi racconti giornalieri sui suoi incontri quando andava a fare la spesa al mercato. Le origini della zuccheriera acquistata ad un banco dell’antiquariato, si trasformavano in versi di un’opera da ascoltare, concentrati. La ferita che si era provocato cadendo in bicicletta, per tutti era la conseguenza del morso di uno squalo. I nostri giri in vespa per Roma rimangono pagine di romanzo tratte da vicoli, monumenti, insegne di negozio. Nell’ultimo periodo che ha dovuto vivere senza stare tra la gente per il virus, gli mancava tanto non prendere autobus e metropolitana: erano fonti continue di ispirazione.

La strada era la sua scena: con suo cugino Nino Montalto ha fatto il mimo, accompagnato dalla sua armonica. Ha partecipato a Festival del Circo con i suoi pantaloni larghi a pois e il viso truccato. Io non ero ancora nata, ma mi ha raccontato: mi faceva vedere le foto, sempre estratte dalla sua preziosa valigia. Erano parte di un percorso che aveva dentro.”

“Continuava ad ispirarsi ai personaggi della realtà per questo riusciva a trasmettere così tanto in maniera naturale. Interagiva continuamente con il suo pubblico: assistere ad un suo spettacolo spesso equivaleva a farlo. Un rapporto che proseguiva oltre il palco: gli volevano bene tutti, dal fruttivendolo all’impresario. Strappava sorrisi pure nei momenti più impensabili. Non manifestava mai paure, riuscendo a trasmettere un senso di protezione unico, intriso di gioia e di leggerezza.

Ho il ricordo nitido di quando andò a fare uno spettacolo al Corviale, vicino la biblioteca, durante una serata organizzata da alcuni suoi amici.

“Ahò, ma se nun ce piaci?” gli urlarono dagli spalti. “E se nun me piacete voi?” rispose, conquistandoli.

Aveva una dizione perfetta, ma riusciva ad entrare in ogni dialetto: siculo napoletano, vissuto molto in Liguria, poteva passare da trasteverino senza problemi.

Era il re dell’improvvisazione. Amava la musica, suonando, a modo suo, tromba e armonica. Aveva partecipato in questo modo a spettacoli di blues. Tutto diventava facile quando si trasformava in teatro nella sua accezione totalizzante. Pativa per la trasformazione di questo mondo, per le difficoltà sempre maggiori a riempire le sale, ad attrarre gente. Voleva, però, che rimanesse traccia di quanto aveva sperimentato direttamente. Non ero tecnologico, ma aveva iniziato a realizzare dei cortometraggi per raccontare il suo teatro.”

“Per quanto trovasse il buono in ogni cosa, negli ultimi anni era spesso critico verso la televisione: non apprezzava un certo tipo di comicità che si diffondeva dallo schermo. Lui portava a ridere con poesia. Nel teatro tutto era poetico: le luci che si abbassano, i riflettori che si accendono, il palcoscenico prima lontano e poi compreso nella sala. La tv era distanza e frequente conquista di consensi con la volgarità. Papà era alla ricerca continua della sensibilità. Non poteva non scontrarsi con un mondo nel quale vedeva crescere chi abdicava il merito alle conoscenze. Per lui lo spettacolo doveva continuare ad essere frutto di impegno, apprendimento ed empatia. Capitava se la prendesse anche con alcuni esperimenti di teatro amatoriale a cui assisteva: il teatro doveva essere considerato una cosa seria.”

“Stavo quasi per seguire il suo percorso. Grazie ad una casualità, vinsi una borsa di studio per una scuola teatrale. Mi piaceva molto: oltre a quanto mi ha trasmesso papà, anche mia madre e mia nonna con la loro passione per la pittura, mi hanno cresciuto nell’arte. Poteva sembrare inevitabile per me, proseguire in questi contesti. Scelsi di fare altro, forse proprio perché avevo bisogno di esprimere quella sensibilità e quell’amore per gli altri, così nutrito dalla mia famiglia. Ho tenuto la passione per la conoscenza che non mi ha fermato nell’avventura del viaggio per cui sono stata molto tempo lontana a contatto con ambienti e persone diverse. Con capacità genetiche continuo a conservare e farmi arricchire da ogni mia esperienza: nei reparti ospedalieri, dove lavoro come infermiera e sulle onde che cavalco con la mia tavola da surf.”

“Papà, come me, non si è fermato mai. In casa scriveva, non bloccava il genio dentro, lo trasferiva nelle pagine di nuovi spettacoli. A volte capitava che registrasse qualche passaggio di questi lavori. Ho avuto il privilegio di vedere alcuni one man show improvvisati che mi inviava come messaggi quando ero in Australia: ballate, scritte dalla sua penna e suonate con la sua armonica.

Uno scrittore può aspettare l’ispirazione davanti ad una pagina bianca; un attore per indole o per necessità dopo poco non resiste, deve tirar fuori quanto ha dentro da esprimere.”

“Lo ha fatto fino all’ultimo minuto, rallegrando tutti. Mi dispiace: non abbiamo potuto organizzare il saluto che meritava. Una delle sue passioni lo accompagna anche ora, perché lo abbiamo seppellito nel cimitero di Massa Lubrense, affacciato sul mare. Appena sarà possibile, dobbiamo mantenere la seconda promessa: dedicare uno spettacolo alla sua partenza, con musica, parole e sorrisi di coloro che lo hanno amato. Spero che il 15 giugno, giorno del suo compleanno, si possa organizzare in un teatro, devolvendo gli incassi ad associazioni di volontariato. Vorrei proiettare i video in cui è in scena per poi dare la possibilità, a chi voglia, di salire sul palco per raccontare chi fosse Guido Ruvolo, attore, uomo, persona, personaggio. Per me, padre speciale.”

La traccia volante: “Prima di essere mia figlia, tu sei una persona.”

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