Gli alberi di Iacopo

“Ho scelto di donare personalmente un albero ogni mese, per tutta la durata del mio mandato di Consigliere regionale: vorrei fosse un gesto di speranza e di ripartenza, di cura verso gli altri e il nostro territorio.”

Iacopo Melio

Ci sono piccole notizie che lasciano tracce preziose da seguire. Tra le tante che ha disseminato negli anni Iacopo Melio, comunicatore, consigliere regionale, difensore dei diritti della comunità, sognatore concreto, mi ha colpito l’ultima, lanciata oggi dal suo profilo social:  ha donato tre alberi al Comune di Firenze. Ne regalerà uno al mese per tutta la durata del suo mandato.

Un segno di rinascita che solo la natura riesce a rappresentare con tanta pienezza, arricchendo di senso un gesto poetico e politico insieme. Iacopo, noto per aver dato voce a chi ha sempre reputato di averne meno, non l’ha risparmiata neanche durante la degenza in ospedale. Contagiato dal virus, nonostante tutte le precauzioni prese, ha raccontato quanto fosse ancor più difficile per chi ha delle disabilità affrontare in solitudine la paura e le incertezze continue della malattia.

Ha appena ripreso le forze e subito ha trasformato questa ennesima esperienza ardua, vissuta sulla sua pelle, in occasione per ribadire diritti necessari. Insieme ai suoi colleghi consiglieri ha definito una risoluzione che impegna la Giunta Regionale della Toscana a vaccinare quanto prima, non solo le categorie “estremamente vulnerabili”, come definite nel piano vaccinale, ma anche i loro familiari e più in generale i caregiver che se ne prendono cura. Ha contribuito a rendere legge, la sacrosanta richiesta di centinaia di famiglie italiane, prima che se ne accorgesse il Ministro preposto, contro cui si è schierato apertamente, accogliendo, anche in questo caso, le obiezioni di chi si è stancato di sentirsi una riserva speciale da proteggere.

Bisogna ripartire dai diritti e dalla bellezza, unici e condivisi. Alberi piantati per riportare gioia nei territori feriti, per ricordare chi ha sofferto, chi non c’è più, chi ancora sta patendo il virus e chi non ha mai smesso di sostenere ammalati e famigliari nelle corsie degli ospedali.

Scrive Iacopo:

“Due di questi alberi li dedico a Franco Giacomelli e Pina Finocchiaro Scaccia, cari amici che a causa del Covid hanno improvvisamente lasciato la comunità dove vivo. Il terzo è per ricordare l’impegno straordinario di tutto il personale dell’Ospedale S. Giuseppe di Empoli, che con amore e passione sostiene chi affronta i momenti peggiori.”

Le piante verranno messe a dimora nei pressi dell’Oratorio di San Luca a Quaracchi. C’è la possibilità di partecipare all’iniziativa, andando sul portale “Dona un albero” nel sito del Comune di Firenze (dove si trova la mappa degli alberi già piantati e degli spazi liberi da poter piantare).

“Se volete piantarne uno anche voi, con dedica, scrivetemi in privato e vi aiuto!”

E’ l’invito di chi semina un’ennesima traccia di speranza felice lungo il suo percorso. ⠀

Lavorare non stanca

“Non sono più, solo, la mamma di Lorenzo: sono Debora, una Operatrice socio sanitaria che ha una famiglia, lavora e riesce a staccare, da un ambito all’altro, per rientrarci con il sorriso.”

“Hai i figli piccoli, puoi stare a casa ad occuparti serenamente di loro!” Quante volte le donne si sono viste rispondere in questo modo: in periodi di crisi nel proprio ambiente di lavoro, nei quali si chiede di fare passi indietro per il bene collettivo; o mentre sono alle prese con la ricerca di una professione che possa, semplicemente, conciliare le esigenze di cura e di realizzazione personale. E’ la conclusione inevitabile ancora di più per coloro che si trovano ad avere un terzo ruolo: caregiver di un figlio, una figlia o un genitore. Lavorare con un disabile in famiglia sembra quasi un ossimoro, peccato lo diventi, realmente, qualsiasi avverbio o aggettivo che indichi una serenità possibile quando viene negato. Debora Coradazzi ha deciso di provare a mostrare come possa essere naturale e necessario rompere lo stereotipo per la madre di un ragazzo autistico. E’ stata spesso protagonista delle tracce: per come ha gestito la disabilità di suo figlio, inventandosi con il marito Luigi, la pratica terapeutica dei viaggi in camper; per la creatività messa al servizio anche degli altri con la predisposizione dei materiali didattici adatti a chi ha difficoltà simili a quelle di Lorenzo; per essere riuscita a far diventare il suo condominio una comunità solidale. Oggi lo è come OSS, operatrice socio sanitaria di una struttura di riabilitazione, fiera di aver cominciato ad esercitare nel periodo mondialmente più complesso, ma felice di dimostrare che si può fare: si può essere la mamma di Lorenzo e una professionista, assicurando competenze professionali specifiche e un benessere nuovo a tutta la famiglia.

“Ho preso il diploma come OSS nel 2010, ma avevo Lorenzo piccolo, Luigi che lavorava in ufficio: non riuscivo ad organizzarmi. Lo scorso anno, proprio all’inizio della pandemia, a fine febbraio, sono stata assunta dalla struttura riabilitativa dove avevo svolto il tirocinio: avevo mandato il curriculum, quando avevo sentito fosse arrivato il momento per riprendere in mano l’altra parte della mia vita.

In tanti, costretti a casa per evitare i contagi e i rischi del virus, mentre io, finalmente, potevo uscire.

Contratto a tempo determinato, turni di 7 ore, niente notti, in servizio nel reparto di psichiatria.”

“Lorenzo ha 14 anni, ma frequenta la prima media. Da settembre la sua scuola non si è mai fermata, abbiamo avuto qualche piccolo problema solo con gli assistenti domiciliari, perché a volte sono dovuti rimanere in quarantena, ma tutto superabile. Luigi ha deciso di diventare libero professionista, gestendo gli orari degli appuntamenti e gli incontri con le aziende in modo che si incastrino con le mie disponibilità. Finora avevo fatto qualche servizio domiciliare, lavoricchiavo, non provavo quella sensazione difficile da spiegare, che si sprigiona nel momento in cui si pronuncia la frase: “esco, vado a lavorare.” Per molti è normale, per me non. Significa avere una cura diversa di sé, prepararsi ogni mattina o ogni pomeriggio; incontrare i propri colleghi; chiacchierare anche di stupidaggini; dedicarsi a ciò per cui si è studiato; tornare, stanchi, ma soddisfatti.”

“Non sono più, solo, la mamma di Lorenzo: sono Debora, una Operatrice socio sanitaria che ha una famiglia, lavora e riesce a staccare da un ambito all’altro per rientrarci con il sorriso. Credevo non fosse possibile lasciare mio figlio, sono stata sempre presente da quando è nato: parte stessa di ogni ambiente e di ogni momento, indissolubilmente legati. Invece, in maniera naturale, come sembrava esserlo stare in continuazione insieme, ho capito che potevo anche io lasciarlo, e lui avrebbe resistito, non ero indispensabile. Anzi, ora, credo che Lorenzo percepisca il mio ritorno e manifesti la sua gioia nel rivedermi. E’ giusto per entrambi iniziare a sperimentare il distacco: spero di trovare per lui un luogo dove trascorrere ore in autonomia, rispetto a noi, dove possano capirlo altri oltre a me che ne so intuire ogni impercettibile sfumatura dello sguardo e dargli la voce che non ha.”

“So di essere in una situazione che non è comune a tanti che vivono nella mia stessa condizione e non possono gestirla, come è normale sia, che con un compagno attento e con un sistema sociale che comprenda e funzioni. Per questo sento di condividere la mia esperienza per chi come me, ha paura: bisogna superarla per provare a non sentirsi viva solo per il proprio figlio, figlia o genitore, ma anche per sè stessa e per le proprie giuste aspirazioni.

Stare con le persone che assisto mi fa stare bene: non ho capacità diverse dai miei colleghi, dettate dalla mia esperienza personale a contatto con la disabilità mentale, posso però contare su un’empatia spontanea.”

“Domani farò il vaccino, spero che presto si capisca che oltre a medici, infermieri, insegnanti lo debbano fare anche gli educatori: in questo caso parlo nella mia doppia veste di madre e di operatrice socio sanitaria.”

L’identità della memoria

“Sono proprio felice, oggi: la stanchezza delle miei gambe ha trovato un senso in più.” Ha commentato mamma, dopo aver firmato la proposta per la Legge di iniziativa popolare contro la propaganda fascista e nazista.

Questa mattina, per la prima volta dopo tanto tempo, io e Anne siamo uscite con nostra madre, non per accompagnarla a fare terapie, controlli o visite: siamo andate negli uffici del Comune per apporre la nostra firma all’elenco delle 50 mila necessarie a portare in Parlamento la LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE CONTRO LA PROPAGANDA FASCISTA E NAZISTA.

Depositata in Cassazione il 19 ottobre del 2020 dal Comitato Promotore, presieduto dal Sindaco di Stazzema, Maurizio Verona, la proposta è finalizzata a disciplinare pene e sanzioni verso coloro che attuano propaganda fascista e nazista con ogni mezzo, in particolare tramite social network e con la vendita di gadget. C’è tempo fino al 31 marzo 2021 per firmare.

Noi non vedevamo l’ora di farlo.

Il sole ha illuminato la fierezza dei nostri occhi mentre compivamo un gesto che ci ha fatto sentire l’orgoglio della cittadinanza e dell’appartenenza alla democrazia. Ci ha colto l’emozione di mostrare, alla sorridente impiegata, il documento, per registrare la volontà di non tacere l’impegno a difendere la storia di libertà e bellezza che ci ha donato chi ci ha preceduto.

“Sono proprio felice oggi: la stanchezza delle miei gambe ha trovato un senso in più” ha commentato mamma. Non si può nascondere l’amarezza per la necessità di lottare, nuovamente, per affermare le basi della società che sembravano acquisite.

Nei mesi, nei quali, improvvisa, ha colto tutti l’epidemia, si cantava Bella Ciao dalle finestre e si applaudivano gli eroi civili nelle corsie e nelle autoambulanze, per mostrarsi uniti dalla solidarietà, dalla riconoscenza, dall’attenzione ai più fragili. Ora, invece, nonostante, si sia ancora avvolti nell’incubo, molti hanno acuito un senso di rabbia e di cecità, accentuato dall’egoismo della paura che rende facili prede di propagande oscurantiste.  L’urgenza della attualizzazione delle norme già esistenti, inserendo l’attenzione alla diffusione di simboli, messaggi di odio e attacchi che si rifanno al nazi fascismo, attraverso i social media, è dolorosa cronaca.

Solo ieri, il paese ringraziava l’ulteriore testimonianza generosa della Senatrice Liliana Segre, promotrice della campagna di vaccinazione della Regione Lombardia, tra le prime a farsi iniettare la dose. Già nel pomeriggio, sotto la bellissima foto che la ritraeva proprio insieme all’operatore sanitario, si è riversato un fiume di calunnie antisemite che non meritano di essere citate. E’ fondamentale, però, che gli autori non restino impuniti. Dal 2019 la senatrice che porta la sua memoria viva nelle scuole e riempie di senso gli scranni della politica, è sotto attacco di chi, ignorando o peggio conoscendo quanto ha subito, ne insulta l’integrità passata e presente. Colei che ha affrontato l’orrore di Auschwitz ha saputo rispondere con forza invidiabile, ma non è accettabile che non si utilizzi ogni mezzo per mostrare quale sia il volto, quali le parole e la storia che si vogliono trasmettere nel futuro.

Sono quelle di Antonella Bundu, consigliera del comune di Firenze. Ieri è stata invitata dal British Institute a tenere una conferenza sul partigiano nero, comunista ed ebreo Alessandro Sinigaglia, organizzatore dei primi Gruppi di Azione Patriottica, fondamentali per sconfiggere il nazi fascismo. Appena ha cominciato a parlare, alcuni haters l’hanno attaccata, inneggiando ad Hitler ed offendendola personalmente, tanto che si è dovuto interrompere il collegamento. Il direttore del British Institute, dopo circa 20 minuti, ha fatto riprendere la diretta, proteggendola da altre invasioni. In perfetto inglese ha pronunciato l’equivalente di “non possiamo darla vinta a quei fascisti”. Lo racconta nei suoi profili social la consigliera, ringraziando chi si è ricollegato e l’ha seguita fino alla fine. Non manca però il rammarico: ”Mi dispiace solo che mia madre abbia dovuto assistere a questo schifo, ma alla fine abbiamo fatto l’incontro che ha avuto, se possibile, un significato ancora più importante.”

Un’altra figlia ha dovuto difendere una madre da pari violenza squadrista. E’ Sara De Benedictis, intervenuta dopo che sua mamma, la giornalista Lia Tagliacozzo, ha subito un raid su zoom, durante la presentazione online del suo libro “La generazione del Deserto”, organizzata dall’Istoreto, l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza, e dal Centro studi ebraici di Torino. In questo caso anche, invece di dare visibilità alla crudeltà anti storica del veleno lanciato sulla piattaforma, è importante che si presti il massimo supporto istituzionale e legale alle parole pronunciate da Sara.

Sono nipote di sopravvissuti alla Shoah, la mia famiglia è stata dilaniata e dimezzata dalle persecuzioni razziali, vivo tutt’ora nella casa dove i nazisti vennero a bussare e a portare via la mia famiglia, compresa Ada. Una bambina dai capelli scuri e il viso dolce, potevo essere io – dice – Sono temi della mia quotidianità. Vivo immersa nella coscienza della seconda generazione. Mia mamma scrive di questo e mio nonno gira per le scuole a parlare di shoah. Sono conversazioni frequenti in casa mia. Ci sono ‘abituata’. Non mi sconvolge parlare dei miei morti. Ma quello che è successo oggi mi ha sconvolta. In altri contesti “non ebraici” mi era già successo di trovarmi in situazioni di tensione e anche di scontro con gruppi fascisti e neonazisti. Questa volta è stato diverso. Questa volta era diretto proprio a me, proprio a “noi”, per il fatto di essere ebrei. Io seduta nella mia stanza ad ascoltare mia madre e questi stronzi sono riusciti in questo modo ad entrare nella mia casa, un’altra volta. Non mi era mai successo. Non così. Non mi hanno mai augurato di finire nei forni. Non davanti alla mia mamma”.

Per chi ancora crede sia anacronistico fermare il dilagare di violenza e ignoranza, in grado di travolgere le nuove generazioni; a chi reputa le priorità siano altre, bisogna ribadire che le soluzioni, anche delle crisi più dure del paese, sono state frutto di una collaborazione basata sulla condivisione dei valori fondamentali della comunità.

La difesa della memoria è cura del presente e indicazione preziosa per il futuro.

A Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto del 1944, vennero trucidati donne, anziani, bambini innocenti, in fuga dai bombardamenti, vittime della barbara e vigliacca violenza nazi fascista. 560 nostri nonni, nonne, madri, padri, fratelli e sorelle, uccisi, lasciando una traccia di vita indelebile nel territorio che li ha visti martiri. Maurizio Verona, sindaco del comune che ne celebra e difende il ricordo, ha lanciato la raccolta firme perché quanto accaduto non sia mai dimenticato, mentre i simboli delle più fosche pagine della follia contemporanea siano rimossi per sempre e non possano più essere utilizzati come strumento di oppressione delle coscienze.

Serviranno 50 mila firme per portare la legge in Parlamento: basta recarsi nei comuni di residenza o ai banchetti organizzati nel rispetto delle norme di sicurezza.

Questa mattina con mia madre e Anne abbiamo apposto le nostre, è stata una bella giornata di sole, impegno e libertà.

Tutte le informazioni sono sul sito www.anagrafeantifascista.it o si possono ricevere, scrivendo a info@anagrafeantifascista.it.

La memoria è la nostra identità: difendiamola insieme.

La speranza dei melograni

Per la Giornata Mondiale della lotta contro il cancro infantile, il regalo più atteso: la riapertura del Reparto di Oncologia Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma. Una luce in fondo al tunnel per riaccendere la fiducia di tutti coloro che stanno soffrendo e di chi è loro accanto.

Il tumore non è più un male incurabile: negli ultimi decenni la ricerca ha compiuto passi fondamentali per aumentare le certezze di sopravvivenza di chi si ammala. Rimangono ancora molti obiettivi da raggiungere per cui è necessaria una puntuale informazione e una sensibilizzazione dell’opinione pubblica, soprattutto per quello che riguarda i tumori pediatrici. La malattia non deve essere uno stigma che piccoli pazienti e famiglie siano costretti a vivere in silenzio, ma coinvolgere l’intera società. Ci sono medici, infermieri e volontari che ogni giorno si impegnano per non spengere i sorrisi più intensi che sono quelli dei bambini.

Il 15 febbraio, per loro, per i malati e per le famiglie, non fa la differenza nelle abitudini e nelle ansie quotidiane, ma per chi si batte affinchè non siano soli è una giornata speciale: la XX mondiale contro il cancro infantile. La data, scelta dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) impegna le associazioni dei familiari di bambini e adolescenti colpiti dal cancro, unite nel network globale Childhood Cancer International – CCI, a dare vita a iniziative scientifiche e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. In Italia la FIAGOP (Federazione italiana associazioni genitori oncoematologia pediatrica, socio fondatore CCI) in collaborazione con l’AIEOP (Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica) organizza la terza edizione di “RADICI ALLA SPERANZA, PIANTIAMO UN MELOGRANO”. La messa a dimora di un albero, il cui frutto è simbolo dell’unione dei tanti chicchi che costituiscono l’alleanza terapeutica che sostiene i pazienti.

Un sostegno ed una speranza che in questo lungo anno di pandemia è sembrato mancare ad alcuni di loro, come i piccoli pazienti del reparto di Oncologia pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma. Chiuso da fine febbraio dello scorso anno, per il timore di diffondersi di contagi, trasferendo chi era in cura al Bambin Gesù, si è fermata una delle eccellenze per l’accoglienza e le terapie. Per riaprire quello che è un polo di riferimento, non solo per la capitale, si sono mosse da subito le associazioni che coadiuvano il lavoro dei medici nelle corsie. Donne, uomini, soprattutto ragazze e ragazzi che hanno ricreato un ambiente più simile ad una casa che ad un ospedale per garantire a chi entrasse di non perdere il contatto fondamentale con l’esterno. Questa la caratteristica principale delle attività dell’associazione Amici di Marco d’Andrea: dalla merenda alla scuola, dalla cura delle esigenze pratiche delle famiglie ai regali di Natale. Tutto quello che è possibile organizzare per superare due gravi effetti della malattia: la paura e la solitudine.

Dopo 20 anni di sfide quotidiane, non si poteva certo fermare il cuore dell’associazione, non lo hanno fatto i volontari e soprattutto non si è bloccata mai la forza della Presidente, Anna Maria Abruzzetti. Questo 15 febbraio assume, per coloro di cui lei ha continuato a difendere i diritti, un significato ancora più profondo se verrà dato seguito alle dichiarazioni del nuovo direttore sanitario: la riapertura del reparto. Fabrizio D’Alba, che dal 12 gennaio è alla guida del policlinico universitario lo ha affermato durante l’audizione del 5 febbraio scorso in commissione Sanità regionale. Nell’immediato è previsto anche l’arrivo di tre medici, ma, come ha sottolineato il direttore: “il tema dell’organizzazione e della presa in carico dei pazienti è il problema da affrontare in modo complessivo”.

Parole preziose per Anna Maria.

“Non ho mai smesso di lottare in questi mesi perché si potesse accogliere nuovamente i pazienti e le loro famiglie. In 20 anni di attività con l’associazione, ho stretto la mano e purtroppo spesso chiuso gli occhi a tanti di loro. L’amore che mi hanno dimostrato anima la mia forza a continuare ad impegnarmi per il nostro comune obiettivo soprattutto per coltivare la memoria di chi non c’è più. Non ho bisogno di concentrarmi per ricordare ognuno dei loro nomi, delle loro storie: chi è entrato qui, spaventato, non ha mai perso la voglia di vivere, nemmeno negli ultimi istanti.!

Il nuovo direttore dell’ospedale ha fatto dichiarazioni importanti, mostrandosi realmente interessato a riaprire. Ci conforta il cambio di stile e di approccio rispetto a chi l’ha preceduto. Non sono una che si crea problemi a riportare la realtà dei fatti. C’è chi non ha risposto nemmeno alla lettera di un ragazzo in fin di vita che chiedeva di sapere se poteva trascorrere le giornate che rimanevano nel luogo in cui si sentiva più protetto; chi non ha voluto mai offrire un cenno di accoglienza alle nostre richieste di chiarimenti e informazioni. D’Alba, nominato da meno di un mese, ha subito dato rassicurazioni al nostro rappresentante legale circa le possibilità concrete di far riprendere le funzioni del reparto, consapevole delle problematiche complesse da affrontare, ma soprattutto della necessità di farlo.”

Certo non mi accontento: ogni giorno mando un messaggio ai miei referenti in Regione e porto avanti la quotidianità dell’associazione che non ha mai smesso di essere vicino ai piccoli pazienti e ai loro famigliari. In accordo con la responsabile dell’accoglienza del Bambin Gesù, dove sono stati trasferiti, organizziamo delle video chiamate per continuare a mantenere un contatto attivo tra volontari e ragazzi. E’ proseguito l’aiuto economico ai genitori in difficoltà: chi ha perso il lavoro, chi deve venire da fuori, non manca per loro il nostro bonifico. Poco, ma c’è. E’ diminuito il numero dei volontari, ce lo aspettavamo, ma la squadra resiste, forte come la mia Inter. Soprattutto i più giovani sono motivati a riprendere il lavoro in reparto, hanno proseguito anche i corsi di formazione.”

“Appena si riapre, noi siamo pronti a riprendere le nostre abitudini che sono mancate soprattutto ai pazienti. A loro è stato creato il danno più grande. Quando ci si ammala, si ha bisogno di un ambiente accogliente dove essere curato, seguito, pure coccolato come facevamo noi con il carrello delle merende, i giochi, i regali. Le agenzie che diffondevano le dichiarazioni del nuovo direttore, ci hanno fatto arrivare messaggi di speranza e di incoraggiamento. Ci auguriamo che in Primavera si possa dare questo fondamentale segno di riapertura e di rinascita.”

“Intanto per celebrare la giornata mondiale contro il cancro infantile, ieri abbiamo piantato un melograno a Riano davanti la sede dell’associazione e oggi ci siamo ritrovati a fare la stessa operazione, davanti l’ingresso della clinica pediatrica del Policlinico. Vediamo un po’ di luce in fondo al tunnel: vogliamo prendere ogni piccolo raggio per far riempire l’albero di frutti che siano speranze per tutti coloro che stanno soffrendo e per chi è loro accanto.”

Per partecipare da casa, se si ha un giardino oppure un balcone, l’invito è quello di comprare una pianticella di melograno e metterla a dimora, oppure dare vita ad una nuova pianta da una talea di un alberello già a disposizione, seguendo i semplici passaggi illustrati in un tutorial diffuso da Fiagop sui suoi social, insieme a quelli di tante ricette gustose a base di melagrana. Per tutti l’invito è quello di scattarsi un selfie accanto al proprio alberello oppure fotografare o filmare la propria creazione culinaria per poi condividere il tutto sul social preferito utilizzando gli hashtag #diamoradiciallasperanza #ICCD2021 #iostoconfiagop.

Tracce di numeri da non dimenticare
 400.000 bambini e adolescenti sotto i 20 anni nel mondo, ogni anno, ricevono una diagnosi di cancro.
– 80% dei malati pediatrici vive nei Paesi a basso reddito e l’80% di loro muore di cancro, perchè non avrà una diagnosi corretta, né possibilità di cura.
100.000 malati ogni anno potrebbero guarire se anche a loro fosse garantita una tempestiva diagnosi e l’accesso alle cure al pari dei loro coetanei dei paesi più sviluppati.
– Ogni tre minuti nel mondo un bambino muore di cancro.
– 1500 bambini e oltre 900 adolescenti ogni anno, si ammalano in Italia di tumore (linfomi e tumori solidi) o leucemia.  
– 44.000 persone in Italia hanno avuto un tumore da bambini e la loro età media è attualmente attorno ai 30 anni.
– 80% circa dei malati guarisce. Negli ultimi anni si sono raggiunti eccellenti livelli di cura e di guarigione per le leucemie e i linfomi, ma rimangono ancora basse la guarigione per i tumori cerebrali, i neuroblastomi e gli osteosarcomi.
– Il 50% dei farmaci attualmente usati per combattere i tumori pediatrici, che si manifestano in oltre 60 tipi e sottotipi diversi, non è autorizzato per l’uso pediatrico, ed è usato “off label” (senza registrazione pediatrica), adattando ai bambini medicine per adulti.
– Negli ultimi 10 anni in Europa, a fronte della sperimentazione di nuovi farmaci anticancro per gli adulti, sono ancora pochissimi quelli studiati per l’età pediatrica.  

(dati dal Ministero della Salute)  

La percezione del freddo

Trovare lungo i sentieri, resti di vestiti, chiaramente appartenuti, a bambini, ha aggiunto brividi. Se i dati si leggono e analizzano, le sensazioni si può solo tentare di evocarle con le immagini.

Senza Corpo sono pantaloni, felpe, scarpe, magliette, calzini che coprivano gambe, braccia, piedi di donne, uomini e bambini. Vestiti privati del loro contenuto umano, abbandonati nei boschi della rotta balcanica da coloro che li indossavano, nell’estremo tentativo di non essere riconosciuti attraverso di essi. Abiti che conservano l’identità e la storia dei migranti in viaggio: tracce di una tragedia contemporanea che non può essere ignorata. Non lo ha fatto Anna Elisabetta Raffin, artista friulana, che ha deciso di raccogliere gli indumenti lasciati lungo il passaggio nella Val Rosandra, al confine con la Slovenia. Li ha presi, fotografati e trasformati in un singolare progetto virtuale “Senza corpo”. Un sito, una mostra, una provocazione artistica, un esperimento sociologico, una sensibilizzazione e una raccolta di fondi a favore di Linea d’Ombra, organizzazione umanitaria triestina che dal 2019 si occupa del sostegno concreto di chi riesce a superare la frontiera. Anna Elisabetta, 33 anni, una laurea in lettere all’Università di Padova, una in Arti dello spettacolo a Lione, sa che grazie al lavoro delle associazioni, degli attivisti e dei giornalisti è impossibile ignorare la realtà di quei corpi rinchiusi in campi senza alcuna prospettiva futura, in condizioni igienico-sanitarie degradanti, privati di dignità, picchiati e umiliati dalla polizia croata, continuamente respinti, morti, impazziti, traumatizzati a vita. Ha voluto aggiungere alle informazioni, la rievocazione di sensazioni per trasmettere il vissuto di un fenomeno troppo spesso catalogato senza analizzare l’anima dei protagonisti. Donne, uomini e bambini che, apparentemente, nel lavoro di Anna Elisabetta, sembrano non esserci, ma sono citati con la presenza ancora più forte dei loro indumenti, simbolo di identità che si vorrebbe annientare in stereotipi generalizzanti, per dimenticare che si tratta di esseri umani a cui è dovuto il rispetto della storia, cultura, religione e dei diritti fondamentali.

La traccia: lungo la rotta balcanica

“Vivo in Francia da cinque anni, ma ho trascorso i mesi del lockdown in Italia da mia mamma, in Friuli. Sono originaria di Cordenons in provincia di Pordenone. Essere cresciuta in un piccolo comune di una regione storicamente considerata, separata dal resto del paese, mi ha donato uno sguardo diverso sul mondo, meno distratto, rivolto maggiormente ai dettagli che possono racchiudere il senso complessivo di una prospettiva. Ho posto questa mia modalità di attenzione verso i temi sociali, rendendola insieme barriera all’indifferenza sulle ingiustizie e volontà di trovare la forma giusta per affrontarle. In Francia ho realizzato un reportage in un centro per rifugiati, gestito dal Forum Refugies e fatto volontariato con l’associazione Secours Populaire.”

“Volevo occuparmi da tempo della rotta balcanica, avendo così vicini alla mia zona di origine, i luoghi che ne caratterizzano i percorsi. Non sono una reporter, ma ho studiato e conosco bene il valore delle immagini. In questo periodo sono così mescolate da perdere i reali contorni di ciò che rappresentano. Per questo mi sono rivolta a chi vive, ogni giorno, oltre il tempo di quegli scatti: i volontari e le associazioni che accolgono, curano, sostengono i migranti sul campo. Ho contattato Linea D’Ombra: nutro nei confronti dell’organizzazione la massima stima e fiducia. Chi ne fa parte realmente argina, come può, la fatica di chi riesce a superare il confine. Ho avuto conferma anche dai loro racconti di un particolare che ha acceso la luce sul mio progetto. I boschi attraverso i quali si cerca di sfuggire ai controlli per raggiungere un posto sicuro, sono pieni di resti di indumenti. Appartengono ai migranti che si spogliano dei loro vestiti per indossarne altri che possano renderli meno riconoscibili.”

“Dovevo andare a prendere quelle felpe, magliette, giacche, scarpe per trasformarli in elementi di archiviazione di un fatto storico. Senza osare paragoni azzardati, renderli una traccia come gli occhiali degli ebrei trovati nel campo di Auschwitz. Non era facile anche per via delle restrizioni anti covid: essere in zona arancione mi impediva di muovermi. Ho chiesto all’ufficio turistico della Val Rosandra e ai volontari di Linea d’Ombra dei consigli circa i sentieri. Appena siamo stati promossi zona gialla, sono andata insieme a mio fratello. Ci siamo addentrati nel bosco. Sconvolge la quantità di vestiti appesi, nascosti, erosi dalle piogge, ma ancora ben riconoscibili. Ci ha pervaso una sensazione di freddo mai provata prima. Non ho incontrato le persone, ma i loro vestiti: intatti o logori simboli di una identità perduta. Per questo ho voluto assegnare ad ognuno il riferimento ad una appartenenza fittizia. Potrebbe anche accadere che uno dei reali proprietari riconosca il proprio zaino o la giacca.”

“Ho deciso di legare un nome ad ogni abito per ricordare che quei vestiti sono appartenuti a qualcuno, a differenza della quantità anonima di articoli che siamo abituati ad acquistare sia in negozio, sia online, che molto spesso è prodotta sfruttando manodopera a basso costo, senza garanzie né diritti, in aziende delocalizzate che favoriscono l’impoverimento e la precarizzazione anche delle nostre classi sociali. Questi stessi prodotti, di fatto, rappresentano un capitale che ha molta più libertà e valore dell’essere umano. I vestiti che vedete qui, quindi, benché a primo impatto per la loro organizzazione facciano eco agli e-commerce sui quali compriamo i nostri, sono appartenuti alle persone che attraversano la rotta balcanica. Questa contrapposizione tra il mondo asettico del consumismo e il mondo reale fatto di persone mira a voler riumanizzare la definizione migrante.”

“Oggi i migranti sono considerati come una categoria dal significato fluido: a volte è un problema, a volte una risorsa, a volte una questione politica, a volte una questione ideologica, sociale, economica. Le persone che migrano sono così private del loro ruolo intrinseco di esseri umani, d’individui con diritto alla loro storia, alla loro sensibilità, alla loro unicità, per diventare qualcosa di molto più anonimo, confuso e soggetto a diverse interpretazioni: i migranti, per l’appunto.  Basta pensare che la maggior parte delle volte che se ne parla, non si fa neanche la più banale distinzione tra la provenienza di queste persone e, quindi, un afgano è come un siriano, un siriano è come un bengalese. E questo perché i migranti, prima di essere qualcuno, sono qualcosa.

In quel “migranti”, invece, ci sono molti paesi, molte culture, molte famiglie, molte persone con idee, emozioni, sentimenti, personalità differenti. Ogni dettaglio di quel “migranti” è un individuo, ogni dettaglio di quel “migranti” è in vita. Ci sono i nostri amici, i nostri compagni, i nostri vicini di casa; ci sono i medici, gli artisti, i meccanici, i maestri, i venditori, gli ingegneri di quest’umanità. Ci siamo noi.”

“Ogni capo recuperato (ne abbiamo presi più possibile, temendo, come è poi accaduto che richiudessero di nuovo la zona) portava i segni del vissuto della persona che lo aveva indossato per questo meritava il massimo del rispetto. Ho scattato le foto nel garage di mia mamma, riadattato a studio, e predisposto il sito per veicolare la mia idea. Ho conservato fino all’ultimo calzino, sottovuoto, perché ho in mente, quando si potrà, di esporre tutto realmente in una sala o in un museo. Da qualche settimana sono visibili nella pagina online che sembra veramente una delle tantissime vetrine virtuali di siti di e-commerce. La confusione è ricercata: ho voluto estremizzare l’idea che si potessero acquistare i vestiti abbandonati dai migranti. In realtà è un modo per non limitarmi solo a denunciare, ma anche fare un piccolo gesto concreto: dal sito si possono fare donazioni direttamente sull’iban di Linea d’ombra.

“Non c’è stato un indumento che mi abbia colpito più di altri, tantomeno volevo fare un lavoro statistico che da taglie, materiali e consistenza mi permettesse di risalire ad età, provenienze e tipologie di migranti. Devo ammettere che non è stato automatico afferrare lo scarponcino rosa, uno solo, in buono stato, fermo su una rupe. Ecco, se i dati si possono leggere e analizzare, le sensazioni si può solo tentare di evocarle. Non ho affrontato un tema nuovo e sconosciuto: purtroppo, tanti sanno cosa accade vicino ai nostri confini, non possono non vedere. Ho deciso di non mostrare il dolore provato sui corpi, ma farlo arrivare spogliato da questi. L’assenza del corpo non è solo un richiamo al corpo umano che ha indossato quegli abiti, prima che di fretta fossero sfilati da esso per togliere con loro l’odore pregnante del bosco, della paura e del tragitto spesso violento, che ha vissuto; ma è soprattutto un’allusione al corpo privato di valore umano, di diritti e di ruolo sociale. Vorrei che fosse tangibile e visibile al di là dello schermo. Mi informerò anche in Francia per capire come poterla trasformare in mostra reale. Offrire il senso dell’immagine che va oltre la qualità dell’obiettivo e la quantità di pixel.”

La traccia volante: fai con quello che hai, ma fai.

Cuccioli da salvare

Non faccio parte di nessuna associazione, ma in tanti mi conoscono: sanno che se c’è un animale in difficoltà, arrivo e me ne occupo. Così ho fatto anche domenica mattina.

All’alba di domenica, in un terribile incidente stradale sulla A14, all’altezza di Pesaro – Cattolica, hanno perso la vita, insieme all’autista di uno dei tir coinvolti nello scontro, due volontari dell’ENPA, Elisabetta Barbieri e Federico Tonin. Erano staffette: accompagnavano cani e gatti dal sud verso le famiglie adottanti al nord. Viaggi che avvengono quotidianamente per unire il paese attraverso l’amore per gli animali. Elisabetta lo faceva da anni, per Stefano era la prima volta. Per onorare il loro impegno, domenica sono intervenuti altri volontari e staffette: si sono presi cura dei gatti e dei cani, prima che scappassero o andassero incontro ad inevitabili conseguenze. Tra loro, tra i primi ad arrivare c’era Patrizia Pagliero. La sua traccia, pubblicata a giugno, raccontava di una quotidianità condivisa con amici miagolanti e abbaianti, soprattutto con quelli che hanno maggior bisogno di attenzioni. Non poteva mancare il suo supporto: come sempre, in prima persona, senza chiedere altro che la gioia di vedere in salvo i cuccioli. Patrizia, che conosceva bene Elisabetta, ha accettato di tracciare le 36 ore di paura, fatica e speranza che ha dedicato alla generosa staffetta di Rho.

L’emergenza è finita ieri sera: con Agnese abbiamo ripreso Isabel, la cagnetta che avevano erroneamente mandato al canile di Pesaro e controllato come stessero le cucciole di maremmano, Orsetta e Masha, ricoverate dal veterinario a Gradara.

36 ore di impegno senza sosta per cercare di salvare tutti i cuccioli: cani e gatti, feriti e spaventati durante l’incidente. Mi hanno chiamato alle sei di mattina di domenica per informarmi di quanto era accaduto: non ci ho pensato nemmeno un minuto. Ho infilato un paio di pantaloni a fiori; per fortuna mi sono ricordata di prendere il giubbotto; ho chiuso solo la porta della camera di letto, ma non quella di casa. Dopo venti minuti ho raggiunto il tir, fermo all’ingresso dell’autostrada, dove gli eccezionali camionisti spagnoli avevano offerto rifugio ai cuccioli. I gatti vagavano nella cabina; i cani erano nella paglia del vano posteriore nel quale erano stati trasportati dei cavalli dall’Andalusia a Matera.

Non faccio parte di nessuna associazione, ma in tanti mi conoscono: sanno che se c’è un animale in difficoltà, arrivo e me ne occupo. Così ho fatto anche domenica mattina. Non c’era tempo da perdere. Con me, oltre a tre guardie zoofile dell’ENPA e agli uomini della stradale, Agnese Sgroia insieme ad un’altra volontaria, arrivate da Bologna e i due ragazzi del tir. Meritano veramente di essere menzionati e ringraziati per la disponibilità, la delicatezza con cui si sono messi a disposizione, offrendoci ore preziose del loro tempo, senza chiedere nulla in cambio. Abbiamo provato a dare loro qualcosa almeno per pagarsi il pranzo: hanno rifiutato.

Il lavoro è stato pesante. Dovevamo parallelamente recuperare i gatti, senza farli scappare, mettendoli nei trasportini e prendere i cani, terrorizzati, nascosti nel letame, per far prestare velocemente le cure a quelli feriti ed evitare contraessero infezioni. Il primo cane che ho preso in braccio era un meticcio di 20 chili con un profondo taglio sulla zampa sinistra. Poi ho sollevato Olivia, la maremmanina di cui non posso dimenticare lo sguardo smarrito e le gengive bianchissime. Abbiamo potuto contare sul supporto della macchina di una coppia che stava andando a Bologna a prendere dei gattini: si sono fermati a Cattolica per aiutarci a portare i cuccioli dal veterinario. Ho chiamato il mio a Gradara: sapevo di trovare qualcuno in clinica per le terapie della mattina. Mi ha risposto Leonardo, già pronto ad accogliere i cani, raggiunto subito da Marco Viviani, il direttore sanitario.

Non ho contato quanti cuccioli siano passati dalle mie braccia, ma di ognuno ricordo la paura e la fiducia con cui si affidavano alle nostre cure. Pit con il muso nero sbiancato dal terrore mi ha fatto venire in mente la mia Glenda, morta a febbraio per un tumore: un colpo al cuore.

E’ stato fondamentale far visitare il prima possibile gli animali , forse se avessimo potuto contare su un numero maggiore di forze in tal senso, avremmo salvato anche il cucciolo che, purtroppo, è morto la notte di domenica a casa della famiglia adottante. E’ andata meglio alle altre tre maremmane: Olivia è partita verso Bologna con Agnese; Orsetta e Masha sono ancora in clinica perché devono essere sottoposte ad altri interventi.

Sorte diversa è toccata a Isabel. Aveva la museruola perché è un cane fobico, questo è bastato a farla portare al canile dove era stata messa in un box. Siamo andate a recuperarla con Agnese ieri sera: abbiamo trovato un altro ragazzo eccezionale che è riuscito a prenderla e a portarla da noi con la dolcezza, senza traumatizzarla, anzi non mettendole nemmeno la museruola.

Nel frattempo sono stati recuperati tutti i gatti, anche Milo, l’ultimo disperso; sono arrivati altri staffettisti che li hanno portati a destinazione. E’ un impegno che si prende con il cuore senza guardare l’orologio. Se penso ad Agnese: è rientrata domenica notte a Bologna, ha curato i suoi cani, ha lavorato fino alle due e mezzo di pomeriggio ed è tornata con me a Pesaro e poi a Gradara. Così era anche Elisabetta. Ho incontrato varie volte lei e suo marito: quando dal sud portavano i cuccioli verso Milano, si fermavano a lasciarmi quelli che poi io consegnavo alle famiglie adottanti della Romagna. Di solito ci vedevamo all’alba, mi colpiva la cura con la quale mi affidavano i cani: li portavano in braccio fino alla macchina, senza mai metterli in pericolo, lasciandoli in strada. Per Elisabetta non era solo rispetto delle procedure che prevedono ci si comporti in questo modo, ma era amore per gli animali e per il suo impegno. Partiva da Rho per raggiungere la Sicilia, la Puglia, la Campania e ripartire, fermandosi giusto poche ore per riprendere energie. Era rispettata da tutto il mondo del volontariato: i ragazzi che dovevano partire con lei per i prossimi viaggi, ora sono disperati.

Le staffette non si sono fermate nemmeno durante il lockdown. Adesso c’è chi critica ciò che fanno, ma si ricorda poco che riescono, per pochi euro, a salvare cuccioli, gatti o cani più adulti, senza far salire il costo del viaggio sulle famiglie adottanti. Io mi muovo con la mia micra per la Romagna, solo una volta sono andata in Campania: è stato faticosissimo. E’ una stanchezza sempre ripagata dall’amore degli animali. L’anno scorso mi sono ritrovata con 34 micini in casa. Ero quasi decisa a dichiarare che chiudevo per ferie, causa allergia. Mi ha subito dissuaso l’arrivo di una gattina a pelo lungo e dopo poco il ritrovamento di un siamese e un meticcio bianco meravigliosi. Ho faticato a separarmi soprattutto dal bianco che aveva come una linea di kajal intorno agli occhi. L’ha preso una ragazza dolcissima che ha adottato tutti e tre i nuovi arrivati.

Domenica sera sono rientrata a casa alle undici di sera. Aveva piovuto, i miei sette cani avevano scorrazzato tra il giardino e il salotto riempiendolo di fango; nella zona notte, tra la camera e il bagno mi aspettavano invece i nove gatti. Mi sono seduta solo un minuto, poi ho dato loro da mangiare: li ho accarezzati tutti, pensando ad Elisabetta e a chi continuerà ogni giorno a dedicare il proprio tempo libero a queste creature meravigliose, in grado di accendere un sorriso anche dopo una giornata lunga, triste e faticosa.

Oltre le Torri

Storie di Torri lunghe più di un metro”, ovvero parole che si stagliano dall’aria di via dell’Archeologia a raccontare l’eccezionale normalità, per mesi, mancata ad ogni latitudine.

Evocare la realtà attraverso la fantasia in storie di quotidianità eccezionale. A Tor Bella Monaca questa è stata la strategia che hanno messo in atto durante la prima lunga quarantena, grandi e piccini, riuniti dal progetto Storie di Torri lunghe più di un metro. Voluto da Roma Best Practices Award – Mamma Roma e i suoi figli migliori di Paolo Masini; sostenuto dall’associazione Libriamo Torbella, rappresentata da Isabella Cocco  e ideato da Alessandra Laterza, anima di Booklet Le Torri: il risultato di mesi di scambi e confronti, scandite da video chiamate puntuali e sempre attese, è diventato un libro, edito dalla Casa Editrice Efesto.

134 pagine nelle quali si snoda il viaggio immaginario di un’intera comunità: le esperienze di donne, uomini e bambini, forti delle loro identità e di quella del loro quartiere, insieme alla libraia di Torbella, spiccano il volo e riescono a trasformarsi nel racconto di amici, nonni, innamorati, compagni di classe, vissute in ogni angolo del paese e del mondo.

Potere della favola che una volta, anche solo inventata, in una notte di stelle, diventa patrimonio del cielo intero. Le parole si stagliano dall’aria di via dell’Archeologia e dai tetti delle Torri, ma, più spesso, si ispirano a quella normalità che per tre mesi è mancata ad ogni latitudine.

Tanti gli spunti da scegliere, da seguire fino in fondo o da assaggiare poco alla volta, per assaporare la fragranza che il libro imprime alle idee. Espediente contro la “pochite”, malattia che affligge Pio e i cittadini. protagonisti della storia che apre la raccolta: privati della fucina di immaginazione della libreria, riprendono a sognare solo grazie al ritorno della libraia. Potere della carta, collante più forte dello schermo, per famiglie che accendono la luce sul grigio di giornate tutte uguali come accade in “Mino e il libro magico”. “Attenti ai libri” richiama al rispetto che proprio per questo meritano: i testi offesi per i maltrattamenti subiti, attaccano e addolciscono il carattere di bambine capricciose come Zelda. Libri che fanno superare le paure per salire e scendere da un albero: lo dimostra la storia di Claudia e Tommy, “In due è meglio.ì”.

Leggere le “Storie di Torri lunghe più di un metro” apre porte su temi universali, con la leggerezza di chiavi semplici che pure non sempre si riescono a trovare, persi nella ricerca della complessità che deforma anche la bellezza di un’amicizia.

Di amici ce ne sono tanti. I compagni di classe di Marcellino, “fantasmi” nella scuola organizzano un bentornato speciale, pronti a sfidare i rimproveri della preside per rendere più felice il rientro di un amico. Chi non ha avuto l’amica del cuore e quanti vorrebbero averla sempre al proprio fianco? Lory e Giulia con una “Caccia al tesoro” scoprono il segreto di un legame intenso che univa anche le loro madri. Le amicizie che diventano amori dopo aver affrontato le difficoltà reciproche come per Eric e Lucia, avvicinati da “Un vecchio telefono” o Silvia e Luca, insieme sin dalla scuola media nei “Ricordi prima di…”. L’amicizia come grimaldello contro la diffidenza generata dalle differenze che diventano, invece, un dono per tutti: lo è Andy nel “Regalo più bello” e Gobena in “Strada facendo”.

Amici preziosi sono i nonni, protagonisti di molte delle storie: riconquistano il ruolo di guida e compagni di giochi negato dalla pandemia. Roberto a pagina 29 prende un treno con suo nipote Marco, mostrandogli quanto poco importi a volte la meta finale, rispetto al viaggio; mentre da pagina 89, Lara con sua nonna inventa favole per trascorrere giornate indimenticabili nella solitudine condivisa della campagna. E se una nonna rimane sola, può arrivare il gatto Totò a riempirle le giornate.

Dalle storie scritte da Roberto Bragalone, Stefano Cippitelli, Teresa La Neve, Alessandra Laterza, Marina Nasti e Isabella Vinci ( rigorosamente in ordine alfabetico) si sprigionano anche profumi particolari come quelli del cioccolato e della pizza di Martino ( il racconto preferito di mio figlio Luca) e del pane unico del forno di Riccardo.

Da Tor Bella Monaca si viaggia grazie ai petali di un tarassaco o “soffione magico” che fa volare la mitica Ginevra a Londra, tra le Torri si ritorna con le suggestioni di Maternità e di Lavori in corso. Il senso di una comunità in 133 pagine, nelle quali si respirano le ore che l’hanno unita, eliminando le distanze senza infrangere regole, per condividere un’attesa che ha rafforzato l’impegno di un contratto non scritto tra le generazioni. La figlia di Lavori in Corso esclama al padre :“Papà, come sarebbe bella Tor Bella Monaca colorata!” E lui risponde: Noi l’abbiamo costruita, ai colori, pensateci voi.” Lo ribadisce la poesia di Teresa La Neve, nei versi finali: “Mancava il colore per risparmiare, ma c’è tanto amore e l’aria buona da respirare.”

La sfida viene affidata a ragazzi e bambini, citati nella dedica iniziale quali “custodi della memoria e responsabili del futuro del mondo”. Parte con i disegni: in copertina quello realizzato da Francesca Miza del Liceo scientifico Amaldi; in chiusura un album di illustrazioni tratte da fogli e quaderni. Immagini a colorare le storie di un quartiere che è una città e un intero paese, capaci di raggiungere con la fantasia della realtà il cuore di chiunque le legga.

Sul corpo delle donne

Il pensiero a quella ragazza, spaventata ma risoluta, riemerge senza dolore, con rabbia ogni volta che viene messa in discussione, giudicata e resa complessa la possibilità di godere di un sacrosanto diritto, sancito per legge.

Non avevo ancora compiuto 21 anni. La ginecologa fece una domanda precisa, a cui risposi, tentennando. “Ma siamo stati attenti! Mi sembra che il ciclo mi sia venuto lo scorso mese.” Il test, le analisi del sangue: l’ormone HCG confermò che così tanto accorti non eravamo stati e che sbagliavo a non segnare le date sul calendario. Non ho memoria dello stati d’animo di quei minuti nei quali l’avventatezza romantica divenne realtà non gestita, ma ricordo bene l’immediatezza con la quale giungemmo all’unica decisione possibile. Entrambi studenti, innamorati, ma da pochi mesi insieme, senza prospettive chiare: diventare genitori era un’ipotesi che non prendemmo mai in considerazione.

Alle sette di mattina del giorno successivo alla notizia, ero già davanti alla vetrata del sottoscala del San Camillo per prenotare i controlli e seguire i procedimenti per l’interruzione di gravidanza. Con me, mia sorella Anne e la mia amica Nico. Mi muovevo in maniera automatica senza dare peso alle parole: “è alla quinta settimana: ha dieci giorni per pensare, poi fissiamo la data per l’intervento.” La sintesi del ginecologo che fece l’ecografia non smosse alcuna riflessione. Passò il periodo previsto per legge: una leggera nausea, molta stanchezza e la prudenza di non osare mai posare nemmeno un dito sulla pancia. Gli amici del tempo sapevano, ma non affrontarono mai l’argomento: solo uno provò a rimproverarci per essere arrivati a quel punto, senza provocare in me nessuna reazione. Il giorno stabilito impedii a mamma di accompagnarmi: era triste perché sperava che continuassi a difendere un diritto di noi donne nelle manifestazioni, ma non dovessi mai viverlo sulla mia pelle. Anne e Nico mi lasciarono all’ingresso, la seconda parte coinvolta nella vicenda arrivò in ritardo, ma non me ne importò nulla. Entrai con la mia borsetta: una vecchia camicia da notte, pantofole e assorbenti. Non parlai con la mia compagna di stanza, nessuna delle due ne aveva voglia. Mi diedero delle gocce, misero la farfallina al braccio per la flebo di anestetico. “Conta da uno a dieci…” Devo essermi addormentata al sei. Sentii solo delle fitte alla pancia quando mi svegliai. La vicina di letto voltata di spalle.

Mi segnarono un farmaco da prendere per i tre giorni successivi. Tornata a casa, mamma mi abbracciò forte. Mangiai poco e mi riaddormentai. Dopo un anno da quel giorno la mia storia d’amore era finita per un banale tradimento, pertinente con l’età, meno con la mia idea dei sentimenti eterni che poi sarebbe realisticamente e fortunatamente mutata con il passare del tempo e delle esperienze. Mi ritrovai a scrivere un racconto, forse uno dei primi a riempire le pagine con un inizio e una fine precisa. Una donna con un vestito rosso che incontrava un ragazzino con un berretto dello stesso colore ad un bar del Gianicolo. Alcuni dialoghi neanche troppo fluidi e alla fine la scoperta: “ma sei Tommaso? Scusa!”

Sembrava automatico: decidere, ritrovarsi davanti allo sportello della 194 senza tenere uno striscione, sdraiarsi a fare un’ecografia, girando lo sguardo allo schermo, preparare una borsa, contare da uno a sei, stare a riposo un paio di giorni. Non ho mai avuto rimpianti per quanto fatto, ho sempre ringraziato invece chi aveva lottato anni prima, permettendo che potessi scegliere e godere di un diritto, libera di gestire il mio corpo e anche di soffrire silenziosamente, senza alcuna necessità di giustificarmi.

Ho rifatto test e analisi dieci anni dopo: un giorno di ottobre, aspettando l’esito, tremante di gioia. Gian ne dovette ricomprare tre, sbagliavo per la tensione che non uscisse la seconda linea benedetta. Brindammo al livello di HCG nel sangue. Avevamo deciso di avere Viola, di crescerla felice e libera. Nove mesi senza nausea, con lo sguardo brillante e le mani sempre ad accarezzare la pancia. La borsa preparata con cura; Gian in sala parto pure prima che portassero me; mamma, Anne e Nico ad aspettarmi in stanza festanti; giornate successive faticosamente felici.

Il pensiero a quella ragazza di quasi 21 anni, spaventata ma risoluta, riemerge senza dolore, con rabbia ogni volta che viene messa in discussione, giudicata e resa complessa la possibilità di godere di un sacrosanto diritto sancito per legge. Si accende davanti alle campagne violente dei sedicenti movimenti per la vita che riescono a farsi breccia laddove vengono prese decisioni per la collettività.

E’ accaduto nel consiglio regionale delle Marche, la scorsa settimana, quando un rappresentante politico della maggioranza ha motivato il divieto di somministrare la pillola abortiva RU486 nei consultori del territorio, per salvaguardare “il popolo italiano dalla sostituzione etnica”. Oltre la gravissima manifestazione di razzismo, si è impunemente affermato e decretato che le donne “contenitore della futura razza italica”, non possano accedere ad una delle linee guida previste dal Ministero della salute all’interno della legge 194. Si è quindi limitato il diritto ad auto determinarsi, creando un precedente pericoloso. Lo sanno bene le donne polacche che sono scese in piazza, dopo l’approvazione di una legge nazionale che arriva, di fatto, a vietare l’interruzione volontaria di gravidanza. Per ribadire la presunta identità di una nazione si è deciso di speculare sul corpo femminile, definendone il presente e il futuro, senza alcun rispetto per la dignità e la volontà dei singoli.  

In quei cortei so che c’è quella ragazza di quasi 21 anni e vorrebbe partecipare anche la donna che è diventata, la madre che prova a crescere una figlia ed un figlio nel rispetto degli altri, nessuno escluso.

Dovremo essere in tanti, donne e uomini, insieme, a chiedere che venga abolita la discriminazione legislativa della regione Marche e ad incitare l’intervento della Comunità Europea contro il governo polacco. A chiedere scusa a sorelle, nonne, madri, figlie per chi ancora si permette di poter giudicare, teorizzare, speculare e decidere sul loro corpo.

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