Piccola grande Emma

“Volevo fare i complimenti a mio padre che è riuscito a vincere questo premio anche se non c’è più”

Emma Torre 

E’ salita sul palco con la forza dell’emozione contagiosa dei suoi dodici anni, seppur avvolta dalla struggente disperazione che pochi potevano comprendere. Emma Torre, figlia di Mattia e di Francesca, ha ritirato insieme a sua mamma il David di Donatello, assegnato a suo padre per la migliore sceneggiatura originale del film  “Figli”.

Ha preso fiato, quasi chiesto il permesso, prima di accostarsi al microfono e dare un senso diverso, reale alla cerimonia, al cinema celebrato, ai talenti premiati, alla genetica stupefacente dell’arte.

I ringraziamenti non hanno saltato nessuno di quelli che devono essere stati abbracci, supporti, sguardi presenti e vivi da quando il suo papà l’ha lasciata per sempre.

Da tutta via Beccari ai suoi amici, nome per nome: un appello di sentimenti non retorico.

Non c’è stato bisogno del foglietto, stritolato nelle mani di sua madre, neanche per pronunciare, nitida, la dedica di quella statuetta che è sembrata illuminare la sala più di tutte le altre fino a quel momento consegnate.

“Dedico questo premio al mio fratellino Nico, che mi fa ammazzare dalle risate, e a mia mamma che non si arrende mai. “Figli” parla di famiglia sole e di bambini che nascono, per questo ringrazio anche le ostetriche che fanno nascere nuove vite e i medici che si impegnano a non far volare via le persone. Bravo papà». 

Emma Torre, a cui è stata tributata una necessaria standing ovation, ha dimostrato con i suoi dodici teneri e temerari anni, quanto valore abbia la traccia che solo l’amore puro sa imprimere.

Se il cinema italiano avesse bisogno di energie da cui ripartire, sono negli occhi e nelle parole di questa ragazza, figlia di una donna che fa venire alla luce i bambini e di un uomo che ha reso immortale il sentimento che si prova per loro.

“I figli ti fanno ripiombare, con una forza che neanche l’ipnosi, nel tuo passato più doloroso e remoto: l’odore degli alberi alle otto del mattino prima di entrare a scuola, la simmetrica precisione dell’astuccio, la catena sporca della bici, le merendine, la ghiaia, le ginocchia sbucciate. Questi ricordi, non so dire perché, sono la mazzata finale. La vita stessa, che credevi di aver incasellato in categorie discutibili ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin-tonic hanno smesso di darti l’illusione dell’eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, e siccome siamo in Italia, l’ingranaggio è vecchio, arruginito e si muove a fatica. D’altra parte, il tuo cuore non è mai stato così grande. “

Dal monologo “I figli ti invecchiano” di Mattia Torre

Luana

Non se ne è accorto nemmeno il collega che era alle sue spalle, forse neanche lei se ne è resa conto. Inghiottita dal rullo di un macchinario con il quale lavorava ogni giorno da un anno in una fabbrica tessile della provincia di Prato.

Così è morta, ieri mattina, 3 maggio 2021, alle 11,  Luana D’Orazio, 22 anni, mamma di una bambina piccola.

Hanno trovato solo foto sorridenti per illustrare la tragica notizia: bastano questi scatti ad imprimere nell’anima l’assurdità della tragedia.

Oste di Montemurlo è un paesino di case basse, in passato era conosciuto per l’artigianato: quasi in ogni famiglia si respirava la tradizione di filati, stoffe e orditi. Una delle eccellenze del centro Italia produttivo, sviluppata con garbo e rispetto: l’industria sembrava essersi incastonata nella grazia dei panorami e non aver condizionato nemmeno i rapporti sociali. Il romanzo si è fermato già da parecchio, omologandosi al resto delle cronache occupazionali che purtroppo dipingono la realtà attuale. Se si è fortunati, si riesce a strappare un contratto in una delle aziende, attive in capannoni sorti lungo le strade, dove la qualità delega alla quantità: si deve produrre tanto e in fretta, forse, tralasciando anche i diritti minimi alla sicurezza.

Eppure Luana sorrideva: i colleghi e i parenti intervistati, dicono fosse felice di aver trovato il modo per garantire un presente ed un futuro al suo piccolo amore. Era bella, tanto che l’imperfetto apre un’altra ferita profonda. Viene da immaginarsi le sue giornate, per molti una alienante monotonia di gesti e abitudini faticose: la sveglia presto; il tempo di lasciare la figlia all’asilo o da una nonna; la corsa in fabbrica; il turno; la chiacchiera con i vicini di posto; la pausa pranzo magari saltata per staccare prima e tornare dalla sua bambina di cui prendersi cura, poi, forse, finalmente, qualche piccolo svago e il meritato riposo. Luana è cittadina, anzi, era, onoraria di quel popolo silenzioso che non si rassegna: va avanti nella vita come può, trovando tesori nascosti nell’inatteso che non fanno mai spengere la luce nello sguardo.

Il 1 maggio non hanno palchi da cui parlare, non li cercano, non hanno voglia di ascoltare parole: le energie le tengono semmai per un ultimo ballo felice prima di crollare stanchi.

Qualcuno, nella stessa assenza di clamore, cercherà giustizia per Luana, proverà a spiegare a sua figlia che è accaduto perché non succeda più in futuro ad altri. Nessuno riuscirà a farglielo accettare.

“Gli eroi sono tutti giovani e belli” cantava Guccini. La vita non è un romanzo, non è una canzone, non è ballo: dovrebbe essere tutto insieme, ma rimane solo un filo di stoffa che non asciuga le lacrime.

Luana non è una eroina, i suoi occhi troppo allegri per piangere.

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