Era il 16 ottobre di 78 anni fa

Nel 2019 Carla Di Veroli, pubblicò nel suo profilo questa pagina del libro scritto da sua zia Settimia Spizzichino, unica superstite del rastrellamento di Roma del 16 ottobre 1943. La chiamai per chiederle se potessi condividere anche io nel blog. Fu molto gentile nel darmi il consenso. Purtroppo Carla, che è stata memoria vivente della sua famiglia, ci ha lasciato improvvisamente la scorsa estate. Oggi, forse sarebbe in piazza a unire la sua voce alle tante che si leveranno contro qualsiasi possibile rigurgito di fascismo, di certo non avrebbe tralasciato di ricordare l’importanza di questa giornata nella storia della città, per cui mi permetto di pubblicare nuovamente questa sua traccia.

“Il 16 ottobre, all’alba, ci stavamo svegliando tutti. Bisognava alzarsi presto per mettersi in fila per trovare da mangiare, o le sigarette o qualunque altra cosa. C’era un gran silenzio per le strade, perché con il coprifuoco non si poteva uscire. Mia sorella Ada e i miei cognati scesero al portone ad attendere la fine del coprifuoco. Mio cognato portò con sè suo figlio Davide. A casa restammo io, i miei genitori, le mie sorelle Giuditta e Gentile, la bambina di Gentile, Letizia e la piccola di Ada, Rosanna. Sentimmo passare dei camion e poi dei passi pesanti, passi militari. Pensammo a delle esercitazioni. Non sapevamo che stavamo circondando il Ghetto. All’improvviso la Piazza esplose. Sentimmo ordini in tedesco, grida, imprecazioni. Ci affacciammo alla finestra. Vedemmo i soldati tedeschi che spingevano la gente fuori dalle case e l’avviavano in lunghe file verso il Portico d’Ottavia.

“Prendono gli ebrei!” – sussurrò mio padre. Scappare non si poteva, i tedeschi stavamo arrivando in direzione della nostra casa. Allora papà ci fece entrare in una stanzetta e accostò la porta, ordinandoci di stare nel silenzio più assoluto; poi andò ad aprire la porta di casa lasciandola spalancata.

“Penseranno che siamo scappati” – disse piano, tornando.

Forse ce l’avremmo fatta. Ma Giuditta perse la testa quando udì i passi dei tedeschi per le scale. Scappó via, si diresse proprio verso i “soldati”. Se li trovò davanti, si voltò e tornò da noi. Così ce li portò lì, dove eravamo nascosti. Ci fecero uscire dalla stanza, ci dettero un biglietto di istruzioni: avevamo 20 minuti per prepararci e prendere con noi oro, gioielli e cibo per otto giorni di viaggio. Cominciammo a raccogliere quel po’ di cibo che c’era in casa; mi ricordo che presi un pezzo di pecorino e qualche scatola di peperoni acquistati alla borsa nera. Intanto mi rivolsi all’ufficiale che comandava il gruppo e indicai Gentile: “Lei non c’entra, è la donna di servizio. Lasciate che se ne vada con le sue bambine”. Ci credette; fece un cenno con la testa a Gentile, indicandole la porta. Fortunatamente lei capì; prese la figlia e la nipotina e se ne andò.”

Da “Gli anni rubati” di Settimia Spizzichino e Isa Di Nepi Olper.

Ringrazio Carla Di Veroli, nipote di nonna Gentile, figlia di Letizia per aver pubblicato oggi questo ricordo di sua zia Settimia Spizzichino, l’unica donna sopravvissuta al rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e per averlo reso condivisibile.

Tracce da non dimenticare.

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