Fondamentali maestre

“Ieri mattina, nella nostra cassetta della posta verde, quella che abbiamo in aula per raccogliere stati d’animo, pensieri e bisogni, ho trovato un biglietto: Maestra, grazie infinite. Ho capito che io non sono inutile. Grazie.”

Enrica Ena

Come stanno i bambini? Cosa pensano? In questo lungo periodo complesso, capita di guardare i loro occhi sopra la mascherina e chiederselo. C’è chi, però, fa la differenza, aiutandoli a formulare la risposta, senza infingimenti, e, soprattutto, prestando attenzione ad ogni dettaglio delle loro parole. Enrica Ena, insegnante nella scuola primaria dell’Istituto Comprensivo Pietro Allori di Iglesias, dimostra ogni giorno, nelle aule in cui incontra i suoi piccoli allievi, all’aperto dove li coinvolge in numerose iniziative ed anche attraverso uno schermo, con la sua forma di DAD speciale, di interpretare un ruolo fondamentale: l’intermediaria dei sentimenti. Questa mattina ha scritto un post, mi ha confessato di aver pensato molto prima di condividerlo, che è una traccia toccante del suo lavoro, dell’amore che ci riversa, necessaria a spingere chi legge a non dare mai per scontata la richiesta di aiuto, palese o sottintesa, espressa dalle donne e dagli uomini di domani. La ringrazio per quanto fa e per avermi consentito di pubblicare il suo racconto.

“Qualche giorno fa, una delle mie bambine, chiamandomi al suo banco, mi ha chiesto se poteva parlarmi un attimo. Io ho pensato a una richiesta comune, perciò mi sono semplicemente avvicinata.

-“ Sai maestra, io mi sento inutile.

” Ho abbandonato ogni cosa e ogni altro pensiero e mi sono messa accanto.

Cosa vuol dire, amore, in che senso ti senti inutile?

Proprio come un oggetto che c’è, ma non serve a nessuno. A volte mi metto anche in un angolo dove mi sento più tranquilla.

Amore – le ho detto io – ma tu non sei affatto inutile, perché ti senti così?

Perché molte volte non capisco le cose, faccio molta fatica.

Ma questo non significa essere inutili. Ognuno ha i suoi tempi e noi tutti non abbiamo fretta e siamo qui per aiutarvi.

Non devi mai sentirti inutile. Pensa che io non riesco a immaginare questa classe senza di te. Senza la bellezza che ogni giorno porti con la tua gentilezza verso tutti, senza quello che tutti noi impariamo da te. A me non interessa se non sai fare tutto subito. Io voglio solo cercare sempre la strada per aiutarti.

E le ho raccontato le tante cose che porta tra noi.

Le sono scese lacrime silenziose.

Le ho detto che ogni regola ha le sue eccezioni, perciò anche se non si potrebbe: l’ho abbracciata stretta.

Lei si è ammorbidita, mi ha detto che questa cosa l’ha rivelata anche ai suoi genitori, che pure loro sono rimasti molto sorpresi.

Visto come mi sono sentita io, da maestra, posso solo immaginare che cosa abbiano provato loro.

Le ho detto di non pensarlo mai, ma che ha fatto bene a dirmi come si sente perché è importante per me sapere che cosa prova e che cosa pensa.”

“È tornata a sedersi. Io sono rimasta lì a pensare a quanto sia difficile, anche quando pensiamo di fare tutto il possibile, capire davvero come possa sentirsi un bambino.

Dopo un po’ si è avvicinata e mi ha detto:

Sono più tranquilla, maestra. Non lo dirò più di sentirmi inutile.

E io le ho risposto:

Non preoccuparti di averlo detto, hai fatto bene. Ciò che desidero è che tu non lo possa pensare mai più. Perché tu sei molto preziosa e come ti senti conta più di ogni cosa.

“Si è messa al lavoro – stiamo affrontando le divisioni in colonna – e le sono stata molto vicina per guidarla con gli strumenti che so esserle d’aiuto.

Mi sono interrogata molto, e lo sto facendo ancora adesso. Se si sente così una bambina amata da tutti noi, in una classe in cui al primo posto abbiamo messo la costruzione di un clima sereno, la cura e l’aiuto dell’altro. Dove non sono mai esistiti voti né giudizi, dove la competizione è tenuta fuori, cosa accade in altri scenari?”

“La verità è che non possiamo mai sapere che cosa senta davvero ognuno. Mi è stato consegnato un pensiero con una franchezza disarmante, come mai mi era capitato. Ma questo chissà quanto è dentro tanti dei nostri bambini, nonostante noi. Perché loro conoscono bene le loro difficoltà, senza bisogno che nessuno gliele mostri di continuo e si confrontano oltre ogni nostro confronto.

Che male!”

Come passerotti

Lentamente si spensero: le palpitanti A, le sbadiglianti B, le luminose G, le chiassose M, le curiose S. pronte a ritrasformarsi in occhi, sorrisi, mani alzate, domande inopportune, risate e silenzi liberi.  

Oggi, per i bambini della scuola materna e primaria, potrebbe essere l’ultimo giorno della DAD: la famigerata, angosciante, inevitabile, didattica a distanza. Tra adulti ci si è divisi, scontrati, attaccati, offesi e rassegnati. Ma se si guardasse a queste giornate da una prospettiva diversa, più piccola? Ho tentato. Con la fantasia, strumento di sopravvivenza unico, democratico e garantito, ho trasformato, giusto un poco, la realtà, rendendo persino la DAD un ricordo più allegro. Protagonisti quegli eroi, colorati e flessibili dei bambini. Il risultato è un piccolo racconto, disegnato con il cuore da Anne, che dedico a: Luca, Valeria, Francesco, Viola; ai loro compagni di classe e non; alle maestre, ai maestri, tante e tanti che hanno superato l’impresa con passione; a noi genitori, pesanti ma resistenti; ai nonni, anche in questa occasione, un prezioso aiuto. Buona primavera di sole dalla finestra o in strada, a tutti. Dopo Pasqua, forse, si torna in classe!

“Maestra: Stefano c’era, forse è andato in bagno!”

Le letterine coloravano il buio dello schermo, celando le voci e gli occhi dei venti alunni della I D della scuola primaria Camilla Cederna. Da qualche settimana, ogni mattina, si trasformavano: la A diventava Alba; la B sbadigliava in Bruno; la G brillava come Gemma; la M rideva da Massimo; la S di Stefano chiacchierava sempre.

Non si trattava di magie tecnologiche: era semplicemente la DAD.

Si sapeva che, purtroppo, non per responsabilità delle corse furtive nel cortile, o per lo scambio sacrilego di un temperino, una terza ondata del virus avrebbe portato all’inevitabile blocco delle lezioni in presenza. Già il giorno dopo la comunicazione ufficiale del Ministero, era pronto il nuovo orario per gestire italiano, matematica, persino motoria, a distanza. I bambini ne erano quasi entusiasti; gli insegnanti si mostravano più disinvolti nell’utilizzo del mezzo; i genitori, tendenzialmente, si dimostravano affranti.

Il programma era stato intenso: ripassate le paroline con MB e MP; imparato le lettere straniere dell’alfabeto J, Y, X, K, W; disegnato gli oggetti legati ai cinque sensi; confezionato maracas con i ceci;  innescato gare di addizioni e sottrazioni; per finire, ritmato i movimenti di canzoncine inglesi.

Puntuali, alle nove, le letterine si schiudevano  in domande inopportune “maestra hai fatto già la cacca?”; in sfide all’ultima alzata di mano virtuale “l’ho detto prima io, ti ho fregato!”; in curiosità esterne “ma dov’è il cane di Giacomo? Paola, ci fai vedere tuo fratello piccolo?”. Ultimamente, però, avevano iniziato a perdere sfumature e ridurre suoni. La presenza dei genitori diventava fondamentale per spengere, accendere, ridurre e “resisti, dai è quasi finita!”.

La maestra Enrica aveva capito; la collega Mara provava ad inventare nuove strategie di coinvolgimento; mentre l’inflessibile Wanda, continuava nelle sue interminabili ore, intervallate dal grido “rifaccio l’appello, guai a chi si distrae!”.

Stava accadendo anche quella mattina.

“Stefano ci sei, sei andato via, rispondi o ti metto assente!”

La S, di norma, era la prima ad animarsi, con uno sfondo sempre diverso: lo sguardo vispo sbucava tra fuochi d’artificio o palme di isole esotiche. Pronto a rispondere, non si faceva mancare dubbi e proposte. Si era dovuto assentare il giorno prima: motivi famigliari avevano scritto i genitori nel registro elettronico. La mamma aveva comunicato alla maestra Enrica che si era ammalato il nonno e doveva partire per andare ad accudirlo.

Forse, non riuscirà a connettersi, magari sarà un po’ agitato, confido in lei”, aveva aggiunto, caricando, la già sensibile insegnante, di una ulteriore responsabilità.

I sentimenti dei bambini erano rimasti l’àncora silenziosa di ogni casa. Potevano esserci problemi economici, di lavoro, attriti, dolori, distanze prolungate, ma loro, i guerrieri flessibili, non mollavano, mostrando il più largo dei sorrisi per scavalcare ogni difficoltà, evitando di trasformarsi in una di esse.

Porta questo a nonno e digli che appena sta bene ci giochiamo insieme!”

L’aereoplanino di carta di Stefano era un prodigioso origami, perfetto per far arrivare a destinazione un bagaglio di immagini allegre da far tornare la voglia di stare in forma.

La prima l’aveva caricata la maestra, rassicurando la mamma.

Non si preoccupi, suo figlio è una forza della natura, sono certa che troverà il modo per continuare a sottoporci le sue domande più bizzarre.”

Un incoraggiamento da riportare all’orgoglioso nonno che aveva trasmesso il gene della curiosità e della scoperta al nipote.

Nel frattempo, la responsabilità educativa era passata al padre. Era riuscito ad installare classroom, facendosi guidare dai messaggi solidali nella chat, aveva messo sulla scrivania, schierati: tutti i libri, i quaderni, la matita, i colori temperati e la gomma.

Dalla stanza, in cui squillava di continuo il telefono, riusciva a vedere la postazione.

Stefano, aveva acceso la sua espressione ironica dietro la S., a metà della lezione, però si era spostato. Poco, giusto, qualche metro, tanto da lasciare un frammento riflesso nello schermo nel quale non aveva creato sfondi speciali.

C’è, maestra, non lo vede: è in un angolo!”

Lo aveva notato solo Alba, innamorata di ogni dettaglio del suo compagno.

“Stefano! Ste! Biondino! Ohiii!”

Si accesero tutti i microfoni, anche quelli delle letterine spente. L’insegnante ordinò di tacere.

Smettetela! E tu torna davanti la videocamera! Cosa è questo mormorio?”

Un cinguettio, poi due, tre: una melodia improvvisa irruppe in DAD.

Ma chi continua a cantare?

 Le note non si erano fermate. Solo tre palline azzurre si muovevano oltre a quelle dell’alterata docente.

Insomma basta!”

La S verde si spense per pochi secondi, il tempo di riaccendersi davanti al sorriso di Stefano con in mano un passerotto.

“Guardate, è venuto a trovarmi! Nonno sta sicuramente meglio!”

“Certo, tesoro, è bellissimo!”

La maestra Enrica aveva preso in mano la situazione.

Che nome diamo a questo nuovo amico?”

Dadino, Lo Ste, Lyon, Primo, Wanda!”

A turno le letterine avevano ripreso a brillare.

“E voi: chi e cosa vorreste trovare fuori dalla finestra?

Il sole, il pallone, i gelati, il mare, le corse insieme, i cuginetti di Torino, la nonna da Palermo, le lezioni di judo, l’allegria, i clacson, i bomboloni al bar, la strada senza paura…”

L’ora passò velocissima, come non era mai successo prima. Non ci fu bisogno di chiedere di partecipare o di tacere: a turno, i sentimenti dei bambini della I D della scuola Camilla Cederna, mostrarono di essere ben presenti e di voler essere condivisi.

Adesso ci salutiamo: niente compiti! Tanto, dopo Pasqua si torna a scuola insieme!”

Evvai!

Le urla attirarono il padre di Stefano: si accorse della finestra aperta e della postazione piena di piume.

“Ma che hai combinato! Ero al telefono con mamma, nonno è uscito dall’ospedale. Se non metti a posto non ti faccio portare il regalo che ti ha fatto, sicuramente, comprare!”

“Io ce l’ho già! Guarda papà: lasciamolo volare via insieme!”

Lentamente si spensero le palpitanti A, le sbadiglianti B, le luminose G, le chiassose M, le curiose S. pronte a ritrasformarsi in occhi, sorrisi, mani alzate, domande inopportune, risate e silenzi veri.  

Stefano e il papà liberarono nel cielo colorato di primavera il passerotto dai tanti nomi.

Claudio e la scuola che c’era

“Al Liceo Virgilio abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica, ma anche coinvolti in una vita semplice di partecipazione e condivisione.”

Professor Francesco Margiotta

Gli anni delle superiori costituiscono capitoli speciali nella vita di ognuno: a volte sono paragrafi da dimenticare, più spesso rappresentano pagine intoccabili, da consegnare a figli e nipoti. I professori che improvvisamente diventano avversari o riferimenti a cui affidare il proprio destino; compagni che sono amici, vicini in diversi momenti fondamentali dell’esistenza; amori, abitudini, scherzi, debolezze, scelte, impegno politico, partecipazione sociale, tensione ludica. Dall’adolescenza alla maturità: nelle aule si cambia, tenendo impressi segni che connoteranno a lungo, forse per sempre, i ricordi legati alla scuola. In queste settimane di DAD nelle quali ragazzi e insegnanti si sforzano di mantenere rapporti umani e ricreare atmosfere dallo schermo di un computer, mi ha colto l’emozione del passato con il racconto di un liceale del 1950. Dalle parole del professor Francesco Margiotta, un curriculum denso di incarichi universitari da Urbino, Parma e Firenze, ho ricostruito stralci di cosa significasse frequentare il Virgilio, liceo storico della capitale, negli anni della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale. A fianco a Francesco, la memoria costante del suo amico di avventure, Claudio Mancini. A lui, redattore del giornale scolastico, presidente della squadra di basket, fondatore del circolo per alunni ed ex allievi, è dedicata la traccia: aneddoti in cui si fonde storia personale e pubblica di un momento storico nel quale si poteva partecipare alla trasformazione della realtà. Si spera di generare un sorriso nei coetanei e infondere fiducia in figli e soprattutto nipoti

La traccia: al Liceo Virgilio negli anni 50

“Dal 1948 al 56 ho fatto sia le medie, sia le superiori al Virgilio.  I miei nonni abitavano a Piazza dell’Orologio, io al Ghetto, a piazza delle Cinque Scole. Le elementari le avevo frequentate, guerra in corso, alternando una settimana di mattina, una di pomeriggio. A Roma c’erano poche scuole attive: bisognava fare i turni. E’ una delle poche similitudini che mi sento di fare con quanto accade oggi. Nell’edifico delle medie del Virgilio siamo stati i primi a rientrare dopo che aveva ripreso la sua funzione: era stato adibito ad ospedale militare, c’erano ancora tutti i simboli fascisti attaccati.”

“La particolarità che unisce il periodo delle medie alle superiori, riguarda gli insegnanti di religione. Erano i parroci delle chiese vicine, creando un collegamento stretto con il territorio. Le parrocchie erano attivissime in quei tempi, ci trovavamo spesso coinvolti in attività sociali organizzate dagli oratori. Penso ai rapporti con gli orfanotrofi: andavamo a portare i regali ai bambini durante le feste. C’ è una vicenda molto dolorosa che porto dentro con un ricordo per fortuna a lieto fine. Ad Ostia trovarono un bambino, seppellito, probabilmente dai genitori naturali, sotto la sabbia: era ancora vivo. Fummo così colpiti da questa storia che chiedemmo al nostro preside di adottarlo: prendercene cura come scuola, benchè venisse affidato ad una struttura. Purtroppo, per quanto la memoria legata a quel periodo sia molto più prolifica di quella a medio periodo, non so quale sia stato poi il futuro di quel ragazzo. Ricordo bene, invece, che avevamo come confessore padre Carresana che condividevamo con il cardinal Montini. Rimase al suo fianco anche quando divenne Papa. Io e Claudio gli ripetevamo che con noi gli era andata male.

Non eravamo cattivi ragazzi, sicuramente venivamo da un periodo difficile, cercavamo di uscirne, vivendo appieno ogni emozione che i giorni ci offrivano, con semplicità, naturalezza e passione. Abitavamo quasi tutti nel centro della città, facevano eccezioni alcuni ragazzi che arrivavano da Monteverde o da Garbatella. Non c’erano differenze, però, tra di noi rispetto alla provenienza: invidiavamo solo chi aveva le merende più succulente.”

“Fino al quinto ginnasio eravamo divisi: maschi e femmine. Poi ci rimisero insieme: le ragazze sempre con il grembiule nero. Vigeva la regola: “mai con le compagne di classe!”. Dopo anni scoprii che una di loro aveva partecipato a Miss Italia, nemmeno la ricordavo. Mia madre, professoressa di latino e greco nello stesso liceo, me lo ribadiva: “niente amori sul posto di lavoro!”. Mio padre pure era stato uno storico insegnante di italiano, ma nel 41 dal Virgilio si trasferì al Visconti.”

“Io e Claudio eravamo nella sezione A: la migliore, la più tosta, con i professori più robusti e ostici. Il prof. Virginelli di italiano, era stato a Fiume con D’Annunzio; Nosei di latino e greco era uno dei responsabili, curatori dell’Enciclopedia Treccani. Solo per citarne due, matematica non mi sovviene il nome, non era la mia materia preferita. Il rispetto era massimo, ma i rapporti erano connotati da umanità e simpatia. Passavamo la maggior parte delle nostre giornate a scuola con loro e tra di noi.”

“Con Claudio ci conoscevamo dalle medie, ma al Liceo siamo diventati amici: non compagni di banco, di più. Abbiamo condiviso l’avventura de La Fronda, il giornale che realizzavamo, controllando persino le virgole nella tipografia che lo stampava, vicino a scuola. Non lo dirigevamo, ma scrivevamo noi due quasi tutti gli articoli, principalmente recensioni di libri e film. Lo distribuivamo nei corridoi e in cortile, mi sembra che ci facessimo pure pagare le copie. Una volta il preside, il mitico Dall’Oglio, ci chiamò per un pezzo su Giovanni Gentile: ci accusò di essere fascisti perché pareva ne parlassimo quasi bene, non era proprio possibile in quegli anni. Chiarimmo e continuammo ad uscire. Non si incrinarono nemmeno i rapporti con il preside, tanto che Claudio si fece assegnare un’aula, entrando, al piano terra, a destra, dove fondò il circolo del Virgilio. Era uno spazio di ritrovo molto utilizzato dagli studenti per riunirsi, studiare, confrontarsi che poi accolse anche gli ex liceali per mantenere la memoria storica. In questo modo Claudio era il collante tra passato e presente. Ci venivano a trovare l’archeologo Filippo Coarelli, Rosa Russo Jervolino, Linda Germi, Andrea Ginzburg.”

“Oltre al giornale e al circolo, Claudio si dedicava con particolare passione alla squadra di pallacanestro, tanto da organizzare campionati e tornei anche quando frequentava l’Università. Era l’unico sport che praticavamo durante le ore di educazione fisica, rigorosamente divisi: noi in palestra al piano terra, le ragazze in quella dell’ultimo. All’uscita andavamo a prendere le studentesse del professionale Colomba Antonietti a Piazza della Quercia. Non essendo compagne di classe, era consentito corteggiarle. Il pomeriggio si studiava a casa dell’uno o dell’altro per poi ritrovarsi, di nuovo tra ragazzi, a giocare a calcio in piazza Farnese.

Un po’ di sport a scuola, le passeggiate nel quartiere, l’impegno sociale con la parrocchia e politico con i primi movimenti giovanili dei partiti. C’erano poche eccezioni di svago degne di memoria. Penso alle prime televisioni in casa, attorno a cui ci ritrovavamo. Paola Amendola, della storica famiglia omonima, fu la prima in classe ad averne una. Andavamo da lei, all’Aventino, a seguire i programmi che iniziavano a trasmettere. Leggevamo molto, comprando e vendendo ai banchetti dell’usato a Santa Lucia.”

“Era una scuola viva, la nostra, indimenticabile come i rapporti che si crearono nelle aule, tra i banchi. Con Claudio abbiamo proseguito il percorso di studi insieme. Ci siamo iscritti alla stessa facoltà: giurisprudenza. Non eravamo studenti “signorini”: lavoravamo, facendo pratica, quindi non frequentavamo. Claudio però continuava a gestire il circolo e i tornei al Virgilio, oltre a commentare le partite fino al 63 (era diventato pure corrispondente del Tempo). Continuavamo a vederci per gli esami. Poi lui si è trasferito a Ceccano, dove è diventato un riferimento culturale come insegnante e in qualità di fondatore dell’Inclito rompi club: lo spirito attivo del Liceo non lo lasciava mai. Io pure non mi sono fermato: ho girato in varie città con i diversi incarichi universitari, ma non ci siamo mai persi del tutto.”


“Abbiamo condiviso un periodo unico della nostra vita, forse anche di quella del paese. Il referendum del 48 aveva diviso le famiglie. Noi eravamo in mezzo, inevitabilmente, alla politica. Ne eravamo attratti, ogni partito aveva il suo movimento giovanile a cui aderire per partecipare alle trasformazioni della realtà. Purtroppo è un aspetto che ho visto scemare sempre di più, osservando i miei ultimi studenti all’università. So che Claudio fino al 2005 ha continuato a frequentare il circolo ex allievi da lui fondato. Io sono andato in pensione nel 2011. Non conosco bene i ragazzi di oggi, mi piacerebbe essere smentito, ma temo che questo tipo di impegno non ci sia.”

“Non frequento i giovani del 2021, ed è tanto tempo che non torno in centro a Roma. Da anni vivo a Firenze. Mi è dispiaciuto non aver potuto salutare Claudio: con sua figlia Beatrice ci siamo promessi che, non appena finiscono le restrizioni del virus, ci rivedremo per ricordarlo insieme. So che a breve inaugureranno un parco pubblico in piazza della Moretta, davanti al Virgilio e il nuovo campo da basket della scuola: sono contento che si valorizzino i luoghi nei quali siamo cresciuti e che difficilmente dimenticheremo. Potrebbe essere un’occasione perfetta per ricordare Claudio, il giornale, il circolo, e gli anni nei quali, dal Liceo, siamo stati formati per poter dare il nostro contributo al mondo.”

La traccia volante: Lo scopo della scuola è quello di formare i giovani a educare sé stessi per tutta la vita.

Robert Maynard Hutchins

Fragilità in sfida

Ragazzi di nuovo fermi in casa contro anziani da due anni reclusi; malati spaventati contro disabili e caregivers terrorizzati; lavoratori in crisi contro medici esausti. La gestione del virus spariglia: mette in gara le debolezze della società in uno scontro all’ultima salvezza. In fase di sconfitta la comprensione, la coscienza, la solidarietà.

Oggi è tornata a casa più tardi del solito: ha accompagnato alcune delle sue amiche; hanno registrato i loro video nei quali sono apparsi anche gli scherzi dei ragazzi per disturbarle. Il tempo si è distratto. Lo zaino pesantissimo, lo abbiamo preparato insolitamente insieme, assonnate, ridendo per la mia confusione sui colori dei quaderni, non l’ha dissuasa a correre per il corso quando si è accorta che era in effetti l’ultima a rientrare. Non l’ho sgridata, non lo faccio mai, al limite mi preoccupo, ma oggi non potevo proprio. .

Da domani Viola frequenterà scuola in didattica a distanza al 100%, lo ha comunicato il Presidente della Regione, senza precisare fino a quando. Data l’esperienza dell’anno passato, i lunghi saluti calorosi alla normalità ci stavano tutti.

Non voglio partecipare al coro, ormai retorico, di quanti recitano l’inno delle sofferenze dei ragazzi, privati della quotidianità scolastica. So che da domani rivedrò mia figlia vestirsi, pettinarsi per accendere il computer e nascondere il suo viso assonato dietro ad una lettera colorata sullo schermo, sostituta della mascherina. All’inizio fingerò di non carpire la sua inevitabile distrazione, se poi dovessi arrivare ad assistere al suo ciabattare stanco, costante, interverrò con incitazioni sociologiche e riferimenti a imparagonabili paralleli storici. Accetto che questo ennesimo passaggio surreale faccia parte della realtà che stiamo tentando di superare da più di un anno. Avrei preferito si trovassero alternative, ma non casco nella trappola in cui stiamo precipitando, molti inconsapevoli: la gara per vincere il diritto a lamentarsi di più.

Ho passato gli ultimi sei mesi, frequentando reparti ospedalieri insieme a mia madre, temendo per lei e ringraziando costantemente ogni singolo rappresentante del sistema sanitario. Li ho osservati: al lavoro senza sosta e respiro, chiusi in tute, camici e svariate mascherine, senza mai abdicare alla professionalità. Ho raccolto e seguo con costanza le testimonianze di amici e amiche terrorizzate dalle conseguenze dell’attacco del virus su figli o genitori cagionevoli, immunodepressi, disabili, costretti a chiedere l’ovvio, ossia che siano vaccinati insieme ai cari che assistono. Ho pianto per chi non ce l’ha fatta: tanti, troppi uomini e donne dalla storia semplice o incredibile, interrotta bruscamente da quella che doveva essere una banale influenza. Provo angoscia per chi ha perso il lavoro, sta cercando di non chiudere la propria attività, di continuare a credere nel proprio percorso e talento: dignitosamente vanno avanti, nel rispetto delle regole e di sè stessi. Vivo il cambiamento continuo delle abitudini mie, del mio compagno e dei miei figli, disabituati ormai a contatti senza filtri, in dubbio sull’opportunità di una passeggiata, uniti più che mai in gruppi ristretti, con la nostalgia, senza confini, dell’ampiezza umana persa.

Ieri mi ha chiamato un’amica per chiedermi come avessi fatto per prenotare il vaccino per mia mamma: voleva procedere per assicurare una dose al più presto al marito affetto da una malattia rara. Senza rendercene conto, nei nostri vocali, abbiamo innescato una pacifica competizione a chi avesse più motivi per superare l’altro vaccinando. Una patologia cardiovascolare vale meno di una oncologica che però scavalca la rara e forse anche la disabilità ( se non altro per la mancata consapevolezza nei riguardi delle ultime due voci). Abbiamo concluso, spaventate, che speriamo di dimenticare come ci ha trasformato questo lungo periodo.

Pensavamo di essere diventati tutti più consapevoli, legati da una fragilità condivisa, ma non uguale. Colpisce, invece, forte l’ineluttabilità del male che ci ha resi ancora più egoisti, ignoranti, superficiali e chiusi.

Oggi era l’ultimo giorno di scuola in presenza per Viola fino a quando non si sa: alla quarta ora li hanno portati in palestra per sottoporli al tampone di controllo. E’ un servizio dato dal Comune di Pesaro, ma anche una lezione di educazione civica: la comunità scolastica controlla se al suo interno ci siano possibili portatori di contagio da tutelare e da isolare per proteggere gli altri. Alcuni genitori ieri chiedevano se avesse senso farglielo fare : “tanto poi da sabato staranno a casa!” . Temo siano gli stessi che continuano a chiedere perché non si possano nemmeno far venire a pranzo gli amichetti o farli incontrare per un po’ di svago, “poveri figli!”.

“Sai mamma, è la prima volta che non sono felice di non andare a scuola: mi mancheranno i miei compagni. Stare con loro: abbiamo i sorrisi coperti da tempo, ma percepiamo il rumore della risata; provare a suggerire durante le interrogazioni con il linguaggio dei segni; persino confrontarci con i professori, soprattutto con quelli che ci chiedono come stiamo e vogliono sapere veramente la risposta. Speriamo duri meno dell’anno scorso e che prestino un computer a R. : durante la quarantena, a novembre, non ha seguito nemmeno un’ora. Almeno potrò andare a trovare nonna, visto che sono negativa.”

Trattengo la malinconia, lasciando il passo alla tenerezza e all’orgoglio davanti alla conferma che non sono gli adolescenti o i colleghi più giovani, i presunti perdenti in questa assurda partita, anzi ci guidano, mirando all’unico vero avversario, per arrivare almeno ad un pareggio, senza lasciare a terra chi è più debole, solo, indifeso, fragile.   

Per loro, tra l’altro, ancora non è stato sintetizzato un vaccino specifico.

Finalmente in classe!

“Ho detto ai ragazzi: “vi autorizzo a farmi urlare “Basta!”, fino a quando proprio non ne posso più della vostra confusione che è ripresa reale alla vita.” Nella gioia del ritorno a scuola mi sembra squisito anche l’orribile caffè della macchinetta.”

Liceo Artistico Ferruccio Mengaroni di Pesaro

Essere adolescenti, dal 2019 ad oggi, ha perso un tassello fondamentale: la condivisione dei banchi, delle ansie da interrogazione, dei successi e dei timori per verifiche e voti, dell’allegria della ricreazione. Ha assegnato loro un segno distintivo dell’era digitale: la Didattica a distanza. Lentamente la maggior parte degli istituti italiani si sono dotati dei mezzi per raggiungere alunne e alunni nelle stanze, in cucina, in spazi stretti o ampi saloni, con il segnale perfetto o ad intermittenza. I professori si sono aggiornati, anche i più restii, si sono adeguati a dialoghi veicolati da schermo e tastiera. La considerazione mediatica sui ragazzi è passata dalla superficiale immagine di sdraiati alle evenienze ad eroi civili per la resistenza alla perdita della convivialità; sugli insegnanti si sono concentrati strali di genitori e altre categorie professionali per dipingerli come passivi esecutori in circostanze che pure garantivano stipendi e comodità. Rare le eccezioni che ne hanno evidenziato gli sforzi per continuare a offrire, proprio ad una generazione di possibili asociali, la quotidianità, il presente e soprattutto la prospettiva perduta. Ieri, finalmente, in alcune regioni, tra cui le Marche, gli studenti delle superiori sono tornati in classe, a tentare di riprendersi l’eccezionale normalità. Il paradosso: sono felici di stare a scuola insieme ai loro professori. Una sensazione di gioia condivisa che illumina le parole del racconto di Roberta Magnabosco, docente di italiano e storia nel Liceo Artistico Ferruccio Mengaroni di Pesaro, uno tra gli istituti più antichi della città e più aperti al dialogo costante con il territorio. La sua traccia prova a dimostrare quanto la cultura, respirata e vissuta insieme, aiuti a superare le asperità, donandoci semplici e preziosi esempi di realtà da recuperare.

La traccia: il ritorno a scuola, in presenza.

“Il Mengaroni è stata la mia scuola come alunna: volevo tornarci da insegnante. Obiettivo raggiunto nel 2009, da quando ho iniziato ad essere la prof. di italiano e storia. Amo il mio lavoro, stare con ragazze e ragazzi, ognuno diverso, osservarli, ascoltare dubbi e reazioni, condividere. Ho cercato anche in questi lunghi mesi di Didattica a distanza di mantenere questo principio.”

“E’ stato un periodo faticoso anche per noi professori. Non abbiamo avuto più orari, si è perso il confine tra vita professionale e dimensione privata. Potevano arrivarci mail di compiti da correggere, domande da risolvere, la mattina come la sera, con la sensazione di rimanere comunque sospesi.  Sempre in servizio, ma difficilmente appagati dall’idea di aver concluso un passaggio come accade dopo lezioni intense in classe o verifiche dal vivo. In DAD si ha a che fare con delle facce spesso stanche, annoiate o peggio con le letterine dietro cui si suppone ci siano i ragazzi. Per quanto ci si ingegni, non si riesce ad avere il polso della classe. Le lezioni io le baso sulle curiosità, gli sguardi, le reazioni: gli stessi argomenti possono cambiare a seconda dei miei interlocutori. Non si può ragionare, seguendo la logica dell’imbuto in cui far passare argomenti, per questo si fa il triplo della fatica a cercare di instaurare uno scambio attraverso lo schermo. Ci sono poi le situazioni problematiche dei singoli ragazzi: noi abbiamo dato la possibilità a chi proprio non avesse le condizioni minime per poter accedere alla DAD, di venire in classe. Ho fatto lezioni con un alunno in aula e il resto dei compagni da casa.”

“Ho sentito e seguito le polemiche che tendevano a descrivere gli insegnanti come privilegiati che potevano lavorare in tutta tranquillità. Chi fa questo mestiere con passione non ha mai goduto di alcun beneficio da questa situazione. Non è stata una pacchia decidere come valutare, come organizzare gli argomenti, come verificare l’apprendimento di chi riesce a seguire e chi non. Nell’incertezza ci siamo dedicati senza limiti, dando la disponibilità a rispondere anche durante i giorni di festa o a notte inoltrata.”

“Ho ricevuto l’ulteriore conferma di come il tempo della scuola sia fondamentale per scandire le giornate dei ragazzi: perderlo, li disorienta. Noi abbiamo garantito che almeno potessero proseguire nei laboratori, per noi cardine della didattica. Ogni 15 giorni avevano a disposizione, in sicurezza, questi spazi per portare avanti una parte dei progetti.”

“Nonostante ciò, appena abbiamo saputo che si poteva tornare in classe, insieme, ci siamo emozionati. Eccitati, sia noi professori, sia loro alunni: come se fossimo al primo giorno di scuola. Abbiamo deciso di far tornare le classi intere in presenza, con una rotazione: tre giorni metà del Liceo, l’altra in DAD e viceversa. Abbiamo spazi grandi, possiamo farlo e non vedevamo l’ora. Dopo aver discusso anche tra noi insegnanti nel collegio docenti abbiamo concluso che per i ragazzi sia importante immaginare di non avere davanti un’intera settimana scolastica da casa, ma pensare che si possa spezzare, alternando giornate in presenza.”

“Ho detto ai ragazzi vi autorizzo a farmi urlare “Basta!”, fino a quando proprio non ne posso più della vostra confusione che è ripresa reale alla vita. Nella prima, sono stati più moderati nel raccogliere l’invito, ma mi hanno dedicato un’attenzione estrema. In terza, l’imperativo, è stato recepito. Abbiamo trascorso ore meravigliose all’insegna del: “Chiacchieriamo, facciamo battute, ridiamo, ritroviamoci!”

“Ha prevalso, però, la voglia di programmare. Hanno manifestato il bisogno di sapere che cosa accadrà durante la settimana: quali lezioni riprenderemo; quali film vedremo; a quali progetti daremo seguito insieme. Vogliono stare a scuola. Ho vissuto direttamente la frustrazione di mio figlio che frequenta la quinta liceo nel vedere uscire i fratelli più piccoli, mentre lui rimaneva a casa, davanti al suo computer.”

“In tanti nel nostro liceo arrivano da Fano o dalla Romagna, prendono pullman e treni: nessuno si è lamentato dei trasporti. E’ normale ci sia qualcuno che deve riprendere il via, ma sono sembrati quasi tutti felici e nessuno preso dal timore che si possa fermare di nuovo la normalità.  Noi insegnanti siamo più spaventati da eventuali chiusure ulteriori, anche se questi giorni voglio godermi la gioia del ritorno. Finchè si può, stiamo in classe insieme. Mi sembra squisito anche il caffè della macchinetta, di solito orribile.”

La traccia volante: ”Ragazzi alzate la voce, perché così non vi sento!”

Per il sorriso di Marco

“Mi hanno contattato le rappresentanti di classe, chiedendomi se potevamo incontrarci nella piazzetta in cui spesso, in questi mesi di lockdown, io e Marco, passeggiavamo da soli. Mercoledì sera, c’erano i suoi compagni ad aspettarlo. Hanno deciso di festeggiare l’ultimo giorno delle elementari, salutando chi non andrà con loro alle medie, ma con cui il rapporto profondo, non è stato interrotto nemmeno dal virus.”  Continua a leggere “Per il sorriso di Marco”

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