90 giorni, 9 mesi, un anno

Avrei avuto tanto da raccontarti sui mesi nei quali abbiamo provato paura, ansia, nostalgia, distanze e voglia di stare insieme, di nuovo. Saresti stata il pensiero di luce che racchiude la speranza anche nelle storie più buie.

Durante la prima ondata del virus, la città di Pesaro venne colpita duramente. Fu tra le province già rosse a fine febbraio del 2020: chiusa dopo un innalzamento imprevisto dei contagi, dovuto anche ad un torneo di basket nazionale che aveva fatto arrivare tifosi da varie parti del paese, prima che venissero adottate le norme di sicurezza. L’ospedale cittadino, il San Salvatore, coadiuvato dal Santa Croce di Fano, cercò di far fronte all’emergenza: medici, infermieri, operatori sanitari non poterono più rispettare turni che divennero infiniti. Il suono delle ambulanze si sostituì a quello delle campane delle tante chiese del centro e alle note del Conservatorio. Persino il mare sembrò fermarsi davanti alla paura, il dolore, l’angoscia che colpì ognuno di noi, costretto a vivere, direttamente, in un’atmosfera a cui non si può essere preparati. A maggio, quando pareva essere fuori dal periodo più duro, alcuni scrissero, provando a lasciare traccia della bufera vista dalla propria prospettiva. L’ho fatto anche io, grazie alla richiesta di Paolo Pagnini animatore di eventi culturali, scrittore, che insieme a Stefano Giampaoli ha raccolto 38 racconti, compreso quello del sindaco Matteo Ricci, nell’antologia Scritti pesaresi della tempesta virale. Nella giornata che si è deciso di dedicare al ricordo delle vittime della pandemia, un numero che purtroppo continua a crescere, mentre siamo nuovamente in zona rossa, ho riletto le mie pagine e deciso di condividerle anche qui. Uscita dalla tempesta, pensai di tornare alla vita, doppia: mi inventai il modo per descrivere cosa era accaduto in quei novanta giorni a chi fosse arrivata dopo nove mesi. Non è diventata realtà, ma nella fantasia, le parole continuano a trasmettermi un senso di speranza, oggi più che mai necessario: un piccolo contributo che dedico a chi non c’è più, a chi ha curato, a chi ha resistito, a chi è ancora in mezzo alle onde e ai tanti bambini, simbolo della fiducia in un futuro di libertà possibile.

Se tu ci fossi stata ti avrei raccontato

Ho accarezzato spesso la pancia in questi ultimi dieci giorni. Credevo che da questa pandemia fossi uscita doppia. Terrorizzata dall’idea di riprendere un’impresa senza sonno, con la schiena a pezzi, di nuovo di fronte all’azzeramento dell’illusione di una vita indipendente, continuavo a provare l’insensata ebbrezza di poterti raccontare il tempo sospeso nel quale eri stata concepita. Sì: sentivo, altrettanto irrazionalmente, che saresti stata una femmina.

Ci immaginavo davanti al mare, a gennaio: facendo i calcoli, saresti arrivata con il freddo. Camminando lungo viale Trieste, in una di quelle mattinate di sole che provano a confondere le stagioni, ti avrei parlato di come ci eravamo ritrovati tutti insieme, per la prima volta, in casa, per un lungo periodo. Non un fine settimana o i dieci giorni di una vacanza estiva, ma oltre tre mesi: io, papà, tua sorella Viola e tuo fratello Luca.

Avrei cominciato, mimandoti gli aneddoti su tuo padre che lavorava dal computer in cucina, mentre tutti noi strisciavamo dietro la sedia per andare a bere o a prendere qualcosa in frigorifero, cercando di non essere visti dai colleghi in diretta video.

Nata digitale, avrei dato per scontata la spiegazione dei dettagli tecnologici: di sicuro tua sorella ti avrebbe già reso protagonista delle sue infinite storie social, anche durante i nove mesi dell’attesa. Lei che era diventata una regista della quarantena. I suoi progressi nel montaggio di scene e nell’apprendimento di effetti speciali andavano di pari passo con le mie cocenti e coerenti delusioni in cucina: il mondo in quei tre mesi si era scoperto panificatore, da noi l’indigestione da pizza mal lievitata aveva rappresentato il rischio concreto di finire in ospedale.  Te ne saresti accorta a breve con le mie pappe dai colori fosforescenti e la consistenza cementizia. Eppure eravamo ingrassati, tanto da farmi considerare la trasformazione del mio corpo per farti posto, una normale evoluzione del percorso di merende a base di nutella e salame nelle ore più improbabili della mattina e della sera.

Arrivate alla discesa accanto ai Bagni Tina, avrei osato scendere con la carrozzina sulla spiaggia. Era uno dei motivi per cui avevamo scelto di lasciare Roma. L’orizzonte senza confine del blu tutto l’anno era riuscito a vincere sul tramonto al Gianicolo d’estate. Tu saresti nata nella nostra nuova città. Forse no, non so se ce l’avrei fatta a tradire la tradizione dell’Isola Tiberina come primo sguardo sul pianeta!

Avrei respirato la calma delle acque ferme e limpide del mare di inverno, per confidarti che certi vicoli, scorci, voci di gabbiano e sorrisi di amici di infanzia avevano riempito di nostalgia alcune notti dell’aprile e del maggio passati. Appena possibile, te li avrei fatti conoscere.

Vuoi mettere, però la sensazione della sabbia sotto i piedi con la lana a coprire il resto del corpo! Per la prima volta in quel marzo e aprile così assolati, era stato vietato l’accesso alle spiagge: i granelli lasciati soli, senza nemmeno una zampa a confonderli, giusto la schiuma delle onde ad accarezzare i più fortunati a riva. Il ritmo delle ruote nell’affrontare qualche dunetta, mi avrebbe fatto tornare in mente le canzoncine registrate nei video delle maestre di Luca che non si era mai entusiasmato a sentire, ma io avevo imparato a memoria. Avremo visto passare qualche cagnolino, andati quasi a ruba quando costituivano una strategia per garantirsi un’ora d’aria quotidiana. Avevo ceduto anche io alla tentazione, imponendo a nonno Giorgio di farmi portare la mattina il povero Puck, conteso con zia Anne.

In questo modo avrei potuto descriverti come appariva strano il centro di Pesaro. Deserto e spettrale alle nove di un marzo nel quale erano cominciate a sbocciare le rose tra i cespugli di Piazzale Matteotti; trattenuto, timoroso, con spinte di audacia verso la fine di aprile, quando sparuti ragazzi si arrischiavano a correre intorno alla rocca; timido, ma voglioso di tornare a vivere nel maggio della riapertura, con i rumori dei cucchiaini e delle tazzine nei bar del Corso e il suono dei phon dai saloni di bellezza.

Cresceva la voglia di mostrarsi dopo essersi tanto nascosti.

Non so se a gennaio avrei indossato ancora la mascherina, ma ti avrei mimato i vari modi comici con i quali la portavano coloro che via via ho incontrato durante le file alla Coal. Ero stata scelta per fare la spesa una volta a settimana. All’inizio perché, nonostante la mia proverbiale ipocondria che avresti conosciuto dalle reazioni al tuo primo starnuto, ostentavo un’antipatica leggerezza, considerando troppa esagerata la richiesta di contingentare le uscite alla necessità, quindi mi imponevo di mantenere almeno quella garantita. Ero anche curiosa di osservare i comportamenti degli altri. Quando però, la mattina di un lunedì intuii il terrore negli occhi della cassiera del nostro piccolo supermercato, compresi che il rispetto delle regole sarebbe diventato la sopravvivenza. La mia inutile sciarpa di seta sul viso per entrare mi fece sentire quasi nuda. Appena rientrata, mi misi a cercare in internet ogni dispositivo necessario: disinfettanti, guanti e soprattutto mascherine. Le trovammo grazie ad un’impresa locale che, come fecero in molte, cambiò l’oggetto della propria produzione per adattarsi alle nuove esigenze. Acquistammo dei curiosi becchi di papero in tessuto prima utilizzato per rivestire divani. In poco tempo divenne un oggetto di moda anche quello: c’era chi l’aveva colorata, chi personalizzata con le iniziali, chi in tessuto aderente, vennero inventate quelle trasparenti per consentire di leggere il labiale ai sordomuti.

Avrei agitato le mani e utilizzato ogni espressione delle labbra anche io per illustrarti quando il carnevale senza scherzi durò oltre novanta giorni. Forse proprio in un impeto anarchico a quel punto ti avrei preso per tenerti tra le braccia: il gesto più vietato e difficile da trattenere. Un passo di danza come quello che sembrava facesse zia Anne in una foto che ho conservato: stringeva sè stessa, sperando di fare raggiungere me dal calore che non poteva trasmettermi direttamente. Quanto è stata dura non sfiorare nemmeno la mano di nonna Lucia, quando aumentava il terrore che potesse contagiarsi! Tanto fragile, ma ortodossa e determinata, aveva rispettato ogni disposizione e superato pure la pandemia. Avrebbe accolto la notizia del tuo arrivo, travolta dall’ansia, per poi consegnarmi la certezza che avrebbe trovato il modo di aiutarmi.

Non sarebbe stata la sola, so che avrei potuto contare anche su coloro che sono stati i miei eroi di quei mesi. Viola e Luca come pure Francesco, Valeria Luce e tutti i bambini poco o più grandi di te che hanno resistito e si sono inventati una nuova fantasia. Hanno visto la realtà dalla finestra per novanta mattine, pomeriggi, sere con il sottofondo delle ambulanze, continuando a creare avventure e mondi segreti tra il tavolo e il divano. Le risate dei loro amici erano suoni meccanici dallo schermo, come pure le voci delle maestre e dei parenti lontani: temo si siano abituati a perderne la musicalità per tenere il contatto. Avrei sussurrato, in quel momento che non c’erano, mentre recuperavamo abbracciate la strada verso il centro, che per te, nella città della musica, avrei voluto solo note di violino o pianoforte sfuggite libere dalle finestre del Conservatorio. Mi sarei un po’ rattristata, pensando alle anime allegre e creative di artisti che ci avevano lasciato in quei giorni. Magari avremmo visto un nonno o una nonna spingere un’altra carrozzina, avrei dedicato loro un sorriso sincero, quello che non abbiamo potuto rivolgere ai tanti meravigliosi anziani, patrimonio di memoria, scivolati via nel silenzio, tra le distanze.

Arrivate a via Rossini, però, sarebbe tornato il buonumore: qui ci siamo riviste, senza barriere, io e zia quando abbiamo consegnato le mascherine come volontarie del comune. Pioveva, finalmente una scusa per stringerci sotto l’ombrello. Non c’era ancora nessuno nelle strade, suonavamo ai citofoni e ci aprivano grati, facendoci scoprire altre prospettive di cortili e di sguardi. Io e zia all’inizio avevamo fatto confusione, poi eravamo partite spedite, tornando a casa stanche, ma felici.

La gioia sarebbe stata l’emozione con cui avrei concluso la nostra prima passeggiata in città, magari davanti scuola a prendere Luca, sperando che avessero trovato un modo per riaprirle in armonia. Dipinte sui vetri delle classi della Carducci, ti avrei fatto vedere i disegni degli alberi con la neve, finalmente sarebbero stati coerenti, non come a maggio, dove rimasero impressi, nonostante fossero fioriti i gelsomini nella strada. Tuo fratello avrebbe avuto l’irresistibile espressione scocciata che aveva già all’asilo dopo aver trascorso quattro ore fermo in un’aula e senza play station. Avremmo aspettato al portone, il ritorno di Viola dalle medie. Fin dall’inizio di Via Morselli si sarebbe percepita la sua voce confusa a quella delle sue amiche: ti avrebbe preso subito per mostrarti loro e insegnarti qualche espressione buffa. Forse a casa avremmo trovato papà che non deve più stare fuori tutta la settimana, ma almeno due giorni può addirittura pranzare con noi, tentando di mantenere la dieta.  

Avremmo, sarebbe, forse…

Ho accarezzato la pancia e ti ho salutato una mattina di sole di giugno, quando ho capito che non saresti arrivata. Sono onesta ho tirato anche un sospiro: non so se avrei trovato la forza per quelle notti, la pazienza per i pianti, la cura per i giorni. Avrei avuto però tanto da raccontarti sui mesi nei quali abbiamo provato paura, ansia, nostalgia, distanze e voglia di stare insieme, di nuovo. Saresti stata il pensiero di luce che racchiude la speranza anche nelle storie più buie.

Ah: abbiamo preso un gatto, rosso, non un cane, chiamato Zorba in onore di un eccezionale scrittore che in quei novanta giorni se ne è andato, lasciandoci un patrimonio di parole e di gioia.

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