La violenza urla

Il video di un padre che urla, si dimena scomposto per difendere un figlio che è accusato di aver commesso l’odioso crimine di stupro è violento. Sono immagini che urtano la sensibilità e andrebbero quasi censurate, se non fosse che vederle, sentirle, restituisce quella che è ancora, purtroppo, una convinzione diffusa ad ogni livello culturale e sociale: la donna se la va sempre a cercare.

Quatto ragazzi che saltellano in mutande con il pisello di fuori si possono al massimo reputare coglioni, mentre la ragazza che partecipa, più o meno consapevole, all’euforia collettiva, non solo è meritoria di epiteti che ledono la sua dignità complessiva, ma è anche una vigliacca, bugiarda, al punto di arrivare a nascondersi dietro accuse infamanti, non si sa per quali benefici.

“Arrestate me – grida con tempi teatrali perfetti, il difensore mediatico degli allegri satiri danzanti – mio figlio è innocente!”. In un perverso gioco di sapienti intrecci comunicativi vuole smuovere la compassione dei genitori: l’ego di “innocenti” madri e silenziosi padri che hanno visto infangare l’onore dei propri rampolli per quella che rimane una bravata.

La giovane fanciulla, sola con quattro ragazzi perché così aveva voluto, consapevole del rischio che finisse coinvolta in un’orgia, è andata a fare surf il giorno dopo, “evidente fosse serena e consenziente”. La tesi di colui che, si ignora con quale ruolo giudiziario irrompa in quello che sarà un processo vero, è lapalissiana per chiunque non abbia mai vissuto un trauma così forte da lacerare ogni percezione naturale.

Il corifeo aizza le folle, occupando ogni anfiteatro visibile per un minuto e 39 nel quale si perde, sarà un lapsus, solo quando deve pronunciare la parola “consensualità” che assomiglia nell’eloquio ad una bofonchiante “conseguenzialità”. Non ci sono dubbi: se si decide di andare in una villa con quattro coglioni, la conseguenza è che berrai fino a perdere i sensi, come minimo sarai afferrata per i capelli e ti presterai ai giochi che il gruppo deciderà per te.

Violenza, ignoranza, incitazione, rischio, paura. Rimangono sensazioni nette e stridenti in chi non ha subito ciò che è toccato in sorte alla ragazza stuprata e ai suoi genitori, ma ha un figlio maschio ed una figlia femmina. Sento urlare, sì, la responsabilità di ribadire ancora una volta, senza la possibilità di platee infinite che: No, no, no e ancora no! Se un’amica o una semplice conoscente decide di venire a bere e a divertirsi con te, non significa in automatico che puoi approfittare di lei. Se lo fai, non sei un coglione, sei uno stupratore, commetti un reato per cui è giusto che ne paghi le conseguenze. E ancora: no, no, e no, se sei allegra e vuoi passare una serata con un ragazzo che hai appena conosciuto, non devi aspettarti che sia naturale ti prenda per i capelli e ti violenti. Soprattutto non è colpa tua, ma sei vittima ed è sacrosanto che denunci, con i tempi che servono per elaborare la paura e la delusione.

Finite le riprese della sciagurata performance, si ha la sensazione che il protagonista, asciugata la saliva eccessiva prodotta, si beva un bicchiere d’acqua e chieda, a chi lo ha immortalato nel suo ennesimo show di pessimo gusto, se sia andato bene, per poi tornare a riprendere le sue normali attività.

A noi donne resta invece la rabbia, la stessa che provano anche tanti uomini non coglioni, non criminali, non stupratori, perché toccherà continuare a dire a sé stesse, a figlie, amiche e sorelle: “state attente a chi incontrate, perché ad ogni livello sociale e culturale, se non rimarrete sempre vigili, diverrete doppiamente colpevoli, difficilmente vittime, e ancora più difficilmente libere.”

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