Disordinata cronica

Si potrebbe definire disordine congenito, una sindrome con cui convivo senza pudore, consapevole della necessità di porre rimedio, certa dell’impossibilità di cambiare un’indole distratta e accumulatrice.

caos tavoloIl mio ufficio è in cucina. Un tavolo di legno, grandezza media, ricoperto di carte, quaderni, fogli e agende che si fanno strada tra scatole di merendine ricolme di caramelle, sacchetti del pane, cestini di frutta, all’occorrenza il piatto con i resti del pasto, consumato al computer, adagiato sui libri miei e quelli dei compiti dei bambini. Un singolare, forse inenarrabile, caos. Si potrebbe definire disordine congenito, una sindrome con cui convivo senza pudore, consapevole della necessità di porre rimedio, certa dell’impossibilità di cambiare un’indole distratta e accumulatrice.  

A volte, a salvare l’esplosione, affiora l’imbarazzo del giudizio altrui, ma sono parentesi in un brano intenso di parole scritte di fretta, senza spazi e punteggiatura.

“Mamma possono venire alcune amiche domani pomeriggio? “ “Prima o poi dovremmo ricambiare l’invito a cena dei ragazzi!” “Il prossimo venerdì arrivano a miei!” Semplici, innocenti richieste; intenzioni socialmente utili; avvertimenti minatori che bastano a creare un momentaneo impeto di ordine.

Il tentativo sembra un’esigenza incontrollata, rispetto alla reale natura anarchica che propenderebbe per un “ma chissene importa, basta una riordinata superficiale, mica devono venire a vivere qui!” Poi affiorano alla memoria le immagini dei salotti dei graditi ospiti: pavimenti lucidi, parquet o marmi immacolati, mensole sconosciute alla polvere, vasi con i fiori freschi, giochi ordinatamente riposti per grandezza e scopo. Penso che anche quando sono capitata, per caso, alle cinque di un pomeriggio in mezzo alla settimana, sembrava che avesse appena preso il thè Mastro Lindo, eppure si sono scusati per quel disordine che, riportato nella nostra casa, costituirebbe l’utopistica perfezione.  

Non mi tiro indietro: scatta l’operazione nascondino. Celo dentro ad ogni tipo di antro, offerto o improvvisato nelle stanze, in ordine sparso: documenti che poi non ritroverò più; blister di medicine che ricomprerò con il dubbio di averne da qualche parte; pupazzi, macchinine, pennarelli con tappi diversi dai rispettivi. Negli armadi le cataste di panni da stirare; dentro al letto contenitore, lenzuola, asciugamani e drappi, lavati e piegati, ma fermi come arredi alternativi su sedie e cassapanche. L’apparenza sembra reggere, se non fosse che c’è sempre quel parente simpatico che commenta: “certo avete tante cose!”, sottintendendo che per quanto tu possa aver provato, c’è un sottovuoto pronto ad esplodere. L’amica dal bagno idrofobo, dove le gocce evaporano senza lasciar traccia dopo la doccia, che, davanti alla scatola di pettini, spazzole, phon, ovatta e assorbenti, rigorosamente aperta vicino al lavandino, esclama: “che meraviglia questa sovrapposizione, sembra quasi una scultura, io non potrei mai arrivare ad un tale casino!”.

La sovrapposizione, che hai voglia a considerarla creativa, raggiunti i 40 anni, è una stratificazione impossibile da estirpare, un elemento caratteriale, nocivo, ma peculiare, come l’ansia per il destino degli altri o l’idiosincrasia per i tacchi. Puoi fingere, ma te la tieni e chi, ti ama, la riconosce e tollera. Il caso ha poi voluto che incontrassi un altro disordinato cronico, con un’apparenza più insospettabile. Gian che reputa la valigia un comodino, con una parte del guardaroba, risultato di una interessante operazione mnemonica vantante cimeli universitari come la maglietta dell’Erasmus a Saragozza e i pantaloncini etnici dei primi anni 80. Gian, teorico del “se si riordina deve resistere almeno un mese!”; il nostalgico che, ogni volta si provi a buttare un vecchio gioco dei bambini, ricorda commosso il momento in cui è stato comprato o regalato e lo ripone, dove capita. Il nostro sogno comune, ancora non realizzato è la predisposizione di una stanza come camera dell’oblio, dove tutto possa essere nascosto, chiuso, dimenticato, ma presente.

Nel grande appartamento di via Portuense, avevamo adibito a tale scopo, un angolo dell’ingresso appositamente coperto con un separè raffigurante la raffinata Audrey Hedprun, dietro: l’Aleph. Un universo di stagioni, abitudini, conoscenze di queste e altre vite, nostre e di tutti quelli che avevamo incontrato. Con alcuni amici, quelli che ci conoscono  bene, una volta ci avventurammo in un rapido inventario degli oggetti smarriti. Quanta meraviglia nel trovare: ricoperto dai costumi di carnevale di Viola neonata, uno snowboard per adulti intonso; tomi di geologia ( ancora mi chiedo quando e perché me ne sia interessata o a chi appartenessero); corsi completi di lingua spagnola; sentenze di processi; racchette da tennis e una pesantissima pentola wok che poi abbiamo utilizzato.

Il disordinato sa di esserlo, si accetta, senza capirne le conseguenze. Prova a migliorare, ma poi cede alla ineluttabilità dell’accatastamento e del pigro abbandono.

disordinata meAppendere il cappotto quando rientro a casa è un’abitudine mai professata. Nell’ultimo trasloco abbiamo persino predisposto un’anta di armadio, all’esterno, vicino la porta, doveva servire pure come esempio pratico per i bambini: “quando si torna, si prende la stampella, oppure si piega e si mette qui!”.  Già dopo un mese non si riusciva più ad aprire, se lo si fa, ora, si viene investiti da attrezzature per la neve ( non facciamo una settimana bianca da almeno 4 anni); campionari di cappelli, sciarpe e guanti (rigorosamente singoli); i giubbotti di varie generazioni, anche di cugini acquisiti.

“Ora butto tutto!” E’ il grido dell’esasperazione massima del disordinato, nella speranza che il vuoto possa evocare un’esigenza di ordine esteriore e interiore e non l’improrogabile voglia di riempirlo immediatamente. “Non trovo più nulla! Perché!” E’ invece l’imprecazione quotidiana al mancato reperimento di occhiali da sole, chiavi, documento, carica batteria, nel tempo passato i ciucci (hanno l’anima più crudele, si mimetizzano ovunque), bollette pagate e da pagare, utensili specifici, il sale e il lucido per le scarpe.

Gli oggetti per i disordinati sono inseparabili compagni di vita, ma anche subdoli nemici, pronti a nascondersi quando più ti servono.

Nel “perché” dell’imprecazione c’è il senso di una vita che non si vuole fermare a ragionare sull’inaccettabile presenza dei calzini sul tavolo del salotto e delle prese accatastate nel cassetto del bagno vicino all’aerosol.

E cosa dire ai bambini, incolpati di ogni smarrimento, quando ritrovo i miei occhiali dalle lenti rigate in terrazza sullo stendino o le chiavi, nella tasca della giacca messa a lavare in lavatrice, “in effetti si sentiva uno strano suono…” C’è sempre una borsa piccola, nascosta in quella più grande, dove è occultato il tesserino del bancomat, non per sicurezza.

Tocca sperare in una ribellione al contrario. E’ vero, a mia discolpa, che ho cercato di predisporre nei mobiletti dell’Ikea, in bauli antichi o scatole di converse, i giochi divisi per genere o i materiali scolastici e di ipotizzare nei loro armadi una possibile gerarchia di indumenti per cassetti. Ogni due mesi provo un’opera di controllo che mi provoca febbre ed emicrania perché non riconosciuta dal mio corpo. Poi, però, tutto implode: i mobiletti straboccano; le scatole si rompono e si accumulano; i bauli rimangono aperti come pure i cassetti. I ragazzi dovrebbero quindi essere stimolati al cambiamento e posso immaginare le loro case future, minimali e rassettate.

La giustificazione, l’ultima a cui appigliarsi, davanti all’occhio rassegnato e teneramente nauseato di mia mamma o al commento affettuoso di mia zia Rita che, entrando nella vecchia casa ha sentenziato “dai pensavo peggio, come magazzino è ordinata”, è che: è tutto pulito. L’igiene è garantita.

I piatti non sono sporchi nel lavandino, ma lavati, asciugati, impilati in piramide di ceramica sbeccata, sopra la lavastoviglie, in attesa di collocazione. Indumenti e biancheria abbandonati senza criterio, sono anche stirati, oppure messi solo una volta, ancora intrisi del profumo del sacchetto alla lavanda degli straboccanti cassetti. A terra ci sono testine di lego, ruote di macchine, scarpe di barbie, penne, pinze, mascara, ma giacciono su pavimenti sui quali passo lo straccio e, almeno una volta a settimana, il prodotto specifico. Il bagno è un bazar di shampoo, deodoranti, bagnoschiuma, cerchietti, lacche, in confezioni e formati misti, ma odora di Cif e Glassex. La pulizia fa coppia, in un ossimoro inaccettabile per gli ordinati, con la confusione imperante, un connubio puro di opposti che spesso litigano e a volte provano a mentirsi.

spiderman nella legnaMi arrendo. Avrò ancora agende cominciate su agende cominciate su agende cominciate; segnerò su calendari appuntamenti scarabocchiati da far decifrare ad esperti epigrafisti; incastonerò i pagamenti dell’ordine tra i libri, nelle mensole ricolme di barchette di legno, pile e foto ( così me li ricordo, tanto poi c’è il santo commercialista fraterno che conserva tutto); infilerò i calzini 34 di Viola, i soli appaiati tra i miei; apparecchierò tra i libri di scuola e quel vaso etnico bello che non ha mai contenuto fiori, ma ci trovi ogni marca di pastello e colore ad olio; comprerò l’ennesimo dentifricio, spray per la gola e temperino con il serbatoio. Soprattutto, mi rassegnerò alle richieste continue di Gian e i bambini, a cui io proprio non so dare risposta. “Dov’è che era l’orologio di mio nonno?” “Mamma il diario?” “L’astronave degli Atomicron?”

“Guardate se fanno compagnia alla collanina di corallo, al preventivo per le porte, alle scarpe nere lucide. E se avessimo buttato tutto?”

“Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”, sicuramente Nietzsche non pensava al mio salotto astratto, ma chi sono io per contraddire l’evidenza della genialità di uno Spiderman sporco di sabbia che ozia nella cassa della legna, davanti al camino, ad agosto.

L’immagine centrale è il mio ritratto, realizzato, sempre da mia sorella Annelise, ma come regalo per i miei 30 anni.

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