Rita e Marielle, insieme, per tenere accesa la scintilla

“Per me il brutale assassinio di Marielle era stato un colpo al cuore che mi aveva spinto ad agire: uno sfregio dell’anima che mi aveva mosso a regalare una traccia, non gridata e pacifica, della sua lotta per i diritti.“

marielle

Ci sono storie che non si possono dimenticare, anzi, bisogna trovare il modo di imprimerne la memoria , perché è importante che tutti sappiano. C’è chi sceglie come mestiere e come missione dedicarsi alla funzione sociale e civile della diffusione del ricordo, attraverso diversi mezzi e strumenti. Rita Bertoncini è una filologa greca, vive e lavora a Ferrara, dove trasmette ai ragazzi delle superiori la passione per il metodo storico, insegnando loro la differenza tra la ricerca della verità e la rassegnazione alle fake news. Documentarista, come suo nonno Senofonte, stampatore della Scintilla durante la resistenza, conosce il potere delle idee e della condivisione. A lei si deve la realizzazione di un murales dedicato a Marielle Franco, pensato e portato a termine con Alessio Bolognesi, artista di Vidakrei, in una settimana a Via Krasnodar, nella periferia di Ferrara, sulla parete di una casa popolare che si affaccia a Ovest, verso il Brasile. Affinchè chiunque passi si chieda di chi sia quel sorriso o ricordi la forza di Marielle, giovane attivista brasiliana che, con amore, ha portato avanti le sue battaglie per i diritti di bambini, donne e uomini delle favelas, fino al suo brutale omicidio il 14 marzo di quest’anno. Un messaggio colorato, di pace, che si contrappone alla violenza di chi ha provato a spengere quello sguardo brillante, ma Marielle vive perché sono e saranno in tanti a parlare di lei con le sue parole. Marielle è una scintilla che non si spenge anche grazie ad una piccola donna di Ferrara, indignata, ma determinata che ci racconta la storia di questa opera e del suo impegno di verità.  

La traccia: il sorriso di Marielle Franco e il rispetto dell’articolo 3

 

Io non conoscevo Marielle Franco. Mi è capitato di leggere la notizia della sua brutale uccisione il 14 marzo di quest’anno e dal 15 ho cominciato ad occuparmi di lei. Più approfondivo la storia della sua vita, più rimanevo indignata e schifata per quanto le avessero fatto. L’indignazione mi caratterizza, anche se sono piccola e peso solo 48 chili: io mi arrabbio e non riesco a stare ferma quando accade. Marielle aveva appena cominciato una nuova vita serena accanto a Monica Benicio, la sua compagna, e insieme a sua figlia Luyara. E’ stata un’ingiustizia terribile spezzare la sua vita e quella di chi era intorno a lei.

Non potevo tollerarlo: non ho dormito per due settimane. Marielle, la sua forza e la sua fine così inaccettabile, hanno attivato parti di me sopite. Ho deciso che dovevo fare qualcosa di concreto per trasformare, pragmaticamente, la mia indignazione.”

“Mi sono fatta due conti in tasca e ho chiesto l’opinione dei soci della Società di cui sono legale rappresentante, Aidél Sentieri multimediali; ho contattato Alessio Bolognesi, artista del gruppo Vidakrei e in due settimane abbiamo cominciato a programmare la realizzazione del nostro murales di Marielle. Il tutto, con risorse economiche personali e della società Aidél, e con il lavoro gratuito di Alessio che, per completare l’opera, si è preso una settimana di ferie dal lavoro.

Dall’indignazione alla rabbia per arrivare al lavoro che lascia una traccia.”

Verso Ovest

“Abbiamo scelto un quartiere periferico di Ferrara, con un passato un po’ tormentato tanto da essere definito, in passato, il “Bronx” della città, riabilitato e poi di nuovo trascurato. Abbiamo trovato la parete perfetta di una casa popolare, rivolta verso ovest, verso il Brasile: così il sorriso di Marielle è esposto verso il suo Paese.

Abbiamo agito secondo le procedure e ottenuto il patrocinio del Comune di Ferrara, ma sin dal suo nascere, è stata tutta una iniziativa privata. A chi, passando, si lamentava che i soldi pubblici finanziassero un’”opera” che imbrattava un muro o, peggio, un’opera dedicata ad “una negra lesbica”, mostravo il bonifico dal mio conto corrente e quello dalla mia società. Le proteste sono state comunque poche. Noi lavoravamo dalle nove di mattina alle nove di sera, in maniera silenziosa, senza la ricerca di clamore, perché stavamo rispondendo ad un nostro dovere personale, ad un “imperativo categorico”.

“Per questo, quando è stato creato un evento parallelo – una sorta di sit-in in omaggio a Marielle nei pressi del murales – al quale era stato invitato il vice Sindaco e di cui io non sapevo nulla, sono rimasta sorpresa. Noto con stupore che, quando si parla di diritti umani, ognuno si affretta a difendere quelli che insistono nel proprio campicello, senza preoccuparsi di costruire ponti e creare sinergie con gli altri attivisti. Marielle non difendeva solo i diritti delle persone LGBT, ma difendeva i diritti della “persona umana” (come è scritto nella nostra Costituzione). Ci ha fatto piacere la presenza istituzionale, e il ringraziamento del vice Sindaco per avere donato l’opera alla città. Ci premeva sottolineare, tuttavia, come ogni cittadino si può muovere autonomamente con le proprie sostanze per difendere e diffondere i diritti nei quali crede, senza aspettare il sostegno pubblico.”

 

“Io ero sulla gru e riprendevo Alessio mentre lavorava, ho visto arrivare il gruppo con le bandiere arcobaleno – che tra l’altro mi appartengono, per una serie infinita di ragioni. Sono scesa e mi sono avvicinata al gruppo, ho rifiutato il megafono, li ho fatti avvicinare e ho parlato, spiegando loro che per me il brutale assassinio di Marielle era stato un colpo al cuore e che mi aveva spinto ad agire: uno sfregio dell’anima che mi aveva mosso a regalare una traccia non gridata e pacifica della sua lotta per i diritti.“

“Per rispondere a chi usa una comunicazione aggressiva e violenta, non si può usare la stessa metodologia e lo stesso vocabolario. Marielle stessa, rispondeva alle aggressioni verbali con decisione, ma senza mai offendere o umiliare le persone. E anche dalla famiglia di Marielle, dalla sua compagna Monica Benicio, non sono mai arrivate parole di odio, anzi, unitamente alla richiesta di giustizia, continuano a diffondere istanze e messaggi di amore e rispetto, quello che chiamano “fare politica con affetto”. Quello che non sento in Italia.”

Un’operazione di cittadinanza attiva

piazza dei poeti“Devo ammettere però che a fare polemica sono stati pochi, siamo riusciti invece a realizzare un’azione di animazione di strada, coinvolgendo il quartiere. Abbiamo ascoltato le opinioni delle persone: ad esempio, la titolare del baretto di Piazza dei Poeti, il nostro faro durante la settimana di realizzazione del murales, aveva molte proposte per animare la piazza, perciò abbiamo cercato di fare da tramite tra lei e l’amministrazione comunale, per organizzare eventi e spettacoli. Ci sono stati anziani e ragazzi che hanno presentato le loro idee per riattivare la zona. E’ stata un’operazione di cittadinanza attiva, ci siamo ispirati all’attività di Marielle, nella consapevolezza che per noi non c’era alcun rischio, perché viviamo ancora in un Paese democratico dove non dobbiamo schivare, nei quartieri dove viviamo, le famose “pallottole vaganti” di polizia ed esercito, come invece accade nella favelas brasiliane.”

“Abbiamo raccolto istanze e riempito diari di bordo, raccogliendo espressioni che ci hanno stupito. Come il bambino che, osservando dipingere Alessio, ha esclamato che il bianco del muro “risplendeva”, anche la sera. O la donna ucraina che ci ha tenuto a rivelarci come vedere, già tra gli alberi, il sorriso di Marielle la tranquillizzasse: “Sono sicura che ci proteggerà.”

Io osservavo, ascoltavo e filmavo: sono una documentarista. E’ stata un’esperienza splendida. Le ragazze e i ragazzi di Amnesty Ferrara, ci hanno supportato per alcuni giorni e hanno raccolto firme per la petizione che chiede giustizia per Marielle (https://www.amnesty.it/appelli/giustizia-per-marielle/).”

marielle memoria“Non ci siamo fermate al murales di Ferrara, ma stiamo preparando anche un funky (la musica preferita da Marielle) scritto dalla musicista bolognese Emanuela Napolitano, in collaborazione con la cantante Nilza Nascimento Costa. Attraverso Amnesty Brasile e per completare questo nostro piccolo progetto musicale, stiamo cercando di contattare una rapper di favelas che è stata un elemento chiave nella storia d’amore tra Marielle e Monica.  Ma non sveliamo troppo, altrimenti roviniamo la sorpresa, il regalo che stiamo preparando per Monica Benicio, un abbraccio per lei da questa Italia che pare stia perdendo l’umanità.”

La storia che chiama

“Il mio destino mi lega a loro e anche al Brasile. Sono appassionata della storia della Seconda Guerra Mondiale e ho scoperto che in Italia giunsero circa ventimila soldati brasiliani e che qui vicino, sull’Appennino bolognese, liberarono una collina da una terribile mitragliatrice tedesca. Di questa loro impresa, i soldati brasiliani, che avevano una banda, lasciarono una traccia musicale. Emanuela Napolitano ha ritrovato la relativa documentazione e ha composto un brano in cui, in una maniera leggera, allegra e scanzonata, accosta il suono della mitragliatrice a quello della macchina da cucire della fidanzata di uno di dei soldati, che in Brasile faceva appunto la sarta. Poco dopo il racconto di Emanuela (avvenuto dopo la realizzazione del murales di Marielle), ho fatto un’altra stupefacente scoperta. A Mantova, nel museo sotterraneo di un mio lontano zio, appassionato di storia della Prima e Seconda Guerra Mondiale, ho trovato tracce e reperti del famoso “cobra che fuma”, un omaggio molto ironico dei soldati brasiliani al loro presidente Getullio Vargas che, allo scoccare della Seconda Guerra Mondiale, disse che sarebbe stato “più facile che un cobra fumasse la pipa che un soldato brasiliano andasse a combattere contro le forze dell’Asse”.cobra che fuma

“C’è un filo diretto che mi lega al Brasile e anche, soprattutto, a Marielle e Monica Benicio. Per rispetto del dolore della sua famiglia non ho mai pensato di scrivere loro per informarle del nostro lavoro e del nostro affetto (anche se continuo a fare ricerche e a seguirle attraverso i social). Lo hanno saputo ugualmente, per le strane strade traverse del destino. In estate c’è stata una grande manifestazione per i diritti delle persone LGBT a San Paolo, cui ha partecipato una ragazza ferrarese che ha la fidanzata brasiliana. Durante il corteo ha incontrato Monica Benicio e le ha mostrato le foto della nostra opera. Qualche giorno dopo, questa ragazza mi ha inviato una foto di lei con Monica che sorride dopo aver visto le foto del murales di Marielle, della donna che amava e che le sorrideva a sua volta, da migliaia di chilometri di distanza. “

“Il ricordo e la memoria di Marielle devono continuare a diffondersi. Nel mio piccolo, dal 15 marzo, ho fatto stampare alcune magliette con la grafica ufficiale del gruppo politico di Marielle e le indosso sempre, per portare ovunque il suo messaggio (ad es. ”Io sono perché noi siamo”): abbiamo bisogno di molte donne come lei, anche qui in Italia.”

rita e ragazzi“Tutto questo mi è chiaro quando, a scuola, lavoro con le ragazze e i ragazzi nei laboratori di linguaggio audiovisivo. Applicando le mie conoscenze di metodologia della ricerca storica – che mi provengono anche da una laurea in filologia greca, cerco di insegnare loro a smascherare le fake news, portandoli negli archivi per poi realizzare insieme brevi documentari, anche contro gli stereotipi di genere. I ragazzi sono affascinati dalla ricerca. Una volta una ragazza, durante una sessione di ricerca presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza, annusando un documento mi disse che sapeva di vecchio, ma non in senso spregiativo. Mi ricordo di avere sorriso e di avere detto a tutta la sua classe: “Toccate, annusate le carte, fatene una esperienza sensoriale”. Le macchie che a volte si trovano sui documenti, sono il legame forte con i protagonisti della storia che dobbiamo ricostruire (ad es. le macchie di sangue sulle lettere dei soldati italiani al fronte)“.

rita e i ragazzi 5“Ci sono curiosità e speranza nei ragazzi, a differenza della rassegnazione, ignoranza e protervia di alcuni loro genitori che, tra l’altro, appartengono alla mia generazione. Alcuni di questi “adulti” tendono ad imporre la loro visione, basata spesso su notizie false e distorte trovate in rete e non accettano nemmeno che i figli prendano coscienza di un’altra realtà. Mi è successo di vedere un “adulto” alzarsi e andarsene durante la proiezione di un video sulla guerra e sul Fascismo, ma anche, nella stessa situazione, di sentire una delle alunne ribadire che in un liceo di scienze sociali è giusto affrontare in maniera seria, responsabile e scientifica tematiche quali Fascismo, razzismo, omofobia, disabilità, diritti umani, violenza di genere. Sono stata orgogliosa di questa ragazza (ce ne sono tante!) che ha avuto la forza e il coraggio di difendere e portare avanti i suoi ideali di rispetto della “persona umana” e la sua volontà di arricchire la propria conoscenza della realtà. Gli archivi sono luoghi preziosi, sono vere e proprie miniere cui gli insegnanti – debitamente formati – dovrebbero riferirsi anche per rendere più appassionanti le loro lezioni, soprattutto in momenti storici come questo, dove ogni giorno viene diffusa la pestilenza delle false notizie per influenzare gli elettorati e conseguire il consenso delle masse.

I ragazzi amano andare a cercare la verità.”

Per l’articolo 3 della Costituzione

“La scorsa settimana abbiamo ritirato un premio alla Camera di Commercio di Ferrara per un video realizzato insieme ad una classe del liceo di scienze sociali “G.Carducci”. Il protagonista del video è Giorgio Caleffi, il vecchio sarto che da sempre lavora nella sua bottega in pieno ghetto ebraico. Rivedendo il video dopo quasi un anno dalla sua realizzazione, mi sono venuti i brividi, perché era già emerso il mio legame con il Brasile, prima della morte di Marielle. Il sarto ci raccontò, infatti, che tanti anni fa, avrebbe dovuto raggiungere lo zio a San Paolo e lavorare nella sua sartoria. Cosa che non fece, perché non si sentì di lasciare Ferrara e la propria famiglia d’origine).”

“Nella nostra città abbiamo accolto gli Ebrei che fuggivano dalla Spagna già nel ’400, abbiamo visto fermarsi il treno carico di Ebrei rastrellati a Roma e diretto ad Auschwitz. Noi abbiamo il dovere di indignarci e di combattere contro tutte le discriminazioni, le ingiustizie e le violenze, come faceva quotidianamente Marielle. Quando esco di casa la mattina, ripeto tra me e me l’articolo 3 della nostra Costituzione (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”), per non dimenticare che il primo principio, nella vita professionale e privata, deve essere il rispetto della “persona umana”. Credo che questo principio sia nel mio DNA , anche se non è stato facile scoprirne le radici, perché In qualche modo mi è stata negata una parte della memoria famigliare.“

rita e scintilla“Nel 2010 ho cambiato professione: ho scelto di fare la documentarista dopo aver scoperto che mio nonno Senofonte – quando nemmeno il nome è lasciato al caso, era uno stampatore clandestino durante la Resistenza. Un dettaglio poco degno di essere raccontato, secondo mio padre: la sottrazione di un anello alla mia memoria. E’ accaduto ad altri della mia generazione, creando uno sradicamento che rende più difficile capire in quale direzione andare. Conoscere la verità sul mio passato ha cambiato la mia vita e ha dato un senso alla mia volontà di esprimermi, di uscire dal chiuso di un ufficio per dedicarmi alle mie ricerche, coinvolgendo anche i ragazzi della scuole. Un dono che mi riempie di energie. Progetto e conduco anche laboratori con gruppi femminili per riattivare la motivazione attraverso gli strumenti dell’audiovisivo. Sento in me la necessità, dopo aver trovato il mio, di aiutare altre donne a trovare il proprio sentiero.

La traccia volante: Ardet nec consumitur, brucia ma non si consuma. E’ un frase che da ho letto tanti anni fa su una bottiglia di birra trappista. La scintilla deve rimanere sempre accesa, il giornale di mio nonno si chiamava “La nuova scintilla”, il film che ho dedicato a lui e a tutte le persone che hanno resistito e che continuano a resistere, è intitolato “Una nuova scintilla”. E’ un diritto e un dovere verso il miracolo della nostra esistenza vigilare perché questa scintilla di umanità rimanga sempre accesa.

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