Micaela e i bambini di Likoni

“Non è facile la vita, ma appena il ferry da Mombasa ha toccato la sponda di Likoni, ho capito che questo era il mio posto.”micaela likoni

La notte tra il 20 e il 21 novembre, nel villaggio di Chamaka, in Kenya, è stata rapita la volontaria italiana, Silvia Costanza Romano. Originaria di Milano, lavora per Africa Milele Onlus, associazione che si occupa di progetti di sostegno all’infanzia nel paese africano. La notizia mi ha colpito e ho tremato per la violenza dei commenti di chi ha voluto giudicare la decisione di una ragazza di venti anni di andare a dedicarsi agli altri in un paese rischioso. Ho cercato di capire, chiedendo non ai giudici, ma a chi ha fatto una scelta simile. Micaela De Gregorio è più grande di Silvia, nel 2013, a 45 anni, ha deciso di cambiare vita per andare in uno slum di Mombasa e impegnarsi nella cura dei bambini. La sua storia può sembrare ancora più estrema: Micaela ha venduto tutto e si dedica, praticamente da sola, al presente e al futuro di tante famiglie di Likoni a Mombasa.

La traccia: la cura dei bambini e di una comunità in Kenya

“La mia vita è cambiata la fine del 2013, dopo l’ennesimo colloquio di lavoro nel quale mi veniva detto che ero troppo preparata per loro: volevano una figura più giovane. Era per un impiego in un call center. Avevo una laurea in comunicazione, 45 anni,, 15 di esperienza come art director pubblicitario, 5 in call center vari e 3 come account web. Basta. Ho deciso che non volevo diventare un peso per la comunità, ma dovevo fare qualcosa per cui età e preparazione non fossero rilevanti. In Africa per aiutare dei bambini servivano solo mani e cuore: nessun diploma specifico. La scelta del Kenya è stata casuale: non ci ero mai stata, ma parlavano inglese. Il 3 marzo 2014 è cominciata la mia vita come volontaria. Prima una prova di 3 mesi in un orfanotrofio, ma con la casa milanese già mezza vuota e il mandato di venderla in mano ad un agente.”

Destinazione Likoni

“Dopo aver contattato varie associazioni, una in Togo me ne ha consigliata un’altra con la sede italiana a Roma. Guardando le varie destinazioni, per problemi miei pregressi di salute, l’ho scelta perché operava in un posto non troppo isolato e vicino ad una grande città in caso di bisogno. Eccomi in un slum di Mombasa. La casa è stata venduta dopo una sola settimana che ero arrivata.

Il tempo di firmare le carte e imballare una decina di scatoloni: destinazione Likoni. Così in Italia non possedevo più nulla e potevo iniziare la mia nuova vita in Africa.”

micaela in partenza“Ho passato i primi tre anni in due orfanotrofi, ma non avevo esperienza di vita in Africa: i bambini mi adoravano e adorano ancora, il problema erano i gestori keniani della struttura. Nello stesso tempo avevo visto che i piccoli di Likoni, fuori dall’orfanotrofio. stavano davvero peggio e avevano decisamente più bisogno: ho aperto una mia piccola associazione no profit che si chiama LIKONI YETU.”

Lo slum di Mombasa è un posto enorme che dopo 5 anni ancora non conosco tutto. Ci sono molti bambini sieropositivi, casi di TBC, tante mamme single che non hanno la possibilità di lavorare, spesso perchè di nuovo incinta e con fratellini più piccoli. Lavoro comunque non ce n’è, quindi se ne inventano da fare sulla soglia di casa, tipo cucinare dei cibi e venderli per strada.

Ci sono poi tanti casi di malaria, tifo e la sanità qui è privata: si muore anche per una semplice polmonite, o un’infezione trascurata. Attualmente mi sto prendendo cura di un bambino gravemente malnutrito: un anno e mezzo, solo 7 kili di peso. Le scuole aprono il 2 gennaio e sto pagando iscrizioni e cercando sostegni familiari a distanza.”

“Non avendo una struttura, perché preferisco i bambini stiano con le famiglie,  vado ed aiutarli door to door. Vedo un bambino malato o trascurato, raccolgo informazioni e verifico se posso aiutare la famiglia con qualcuno dei miei progetti. Sostengo la comunità di Likoni supportando una scuola, cercando di aprire una piccola sartoria per le mie mamme single, pagando le rette scolastiche e mandando man mano le madri a dei corsi per imparare un mestiere. Supporto con le medicine un ospedale, nell’ attesa di poter realizzare un desiderio: un’ambulanza per Likoni. Comunque in un modo o nell’ altro seguo circa 100 bambini e ragazzi/e.

“Purtroppo sono da sola. Ho cominciato portando in Kenya 40 mila euro. Con 10 mila ho fatto un piccolo investimento che mi ha permesso di pagare l’affitto del mio monolocale, il mio cibo e le mie spese mediche, oltre ai miei voli. Poi, siccome ricevevo donazioni da privati, ho aperto la forma minima di associazione che potevo in quel momento, ovvero un comitato: siamo mia madre, mio fratello ed io.

Ora al mio rientro, dopo 6 mesi continuativi qui in Kenya, cambierò la forma: con più soci riuscirò ad aprire una vera associazione con diritto al 5×1000, la possibilità forse di detrarre dalle tasse le donazioni e quella di accedere a bandi e concorsi. Chi volesse venire come volontario ha a disposizione una stanza autonoma con un minimo contributo per l’uso.”

Giornate lunghe e piene

“Qui ci si dimentica dell’orologio, il tempo è scandito dal richiamo alla preghiera del muezzin, dalle ore di luce, dai monsoni, dalle stagioni, dai giorni di scuola e da quelli di vacanza dei bambini, e infine dalla salute, mia e quella delle persone che aiuto.

Cerco sostegni a distanza per i bambini, pago le scuole, compro dove e quando posso scarpe, uniformi, impermeabili, stivali gomma, materiale scuola. Poi, durante i periodi di scuola, sostengo un progetto contro la malnutrizione e faccio la spesa per dare il porridge alle classi dei piccoli della scuola Timbwani Baptist Primary School. Ogni martedì ho il Progetto Adotta un Pasto, che consiste nel dare un pasto a base di carne a 13 famiglie di Likoni, circa 45 bambini. Quindi faccio la spesa e ogni due settimane cucino personalmente il ragù che poi consegno, casa per casa, direttamente nelle mani dei bambini. Alterno pollo a manzo e, per una bambina che ha problemi di anemia, prendo il fegato. La prima cosa che ho ben imparato è non far fare ad altri, in tutti i passaggi c’è il rischio che qualcuno si rubi qualcosa.”

Non è facile la vita, ma appena il ferry da Mombasa ha toccato la sponda di Likoni, ho capito che questo era il mio posto.”

“Ci sono stati anche momenti di crisi, due in particolare.

Il primo è stato quando, nel secondo orfanotrofio, dove avevo speso tanti soldi (anche personali) e tante energie perché erano ridotti piuttosto male, hanno deciso improvvisamente di mandarmi via. Penso mi abbiano preferito un giovane rampollo italiano senza alcuna esperienza, ma con soldi freschi che credo abbiano speso in soli tre mesi, tornando ad essere il malandato orfanotrofio che avevo trovato io, nella fame e nella desolazione. Qualche volta, quando ho una donazione in più, vado a trovarli, portando carne e altri beni, a soprattutto sorrisi e un po’ di gioia.

Il secondo è stato quando volevo (e ancora voglio) lasciare un po’ Likoni e andare a portare sorrisi in Siria, ma purtroppo non mi è stato permesso. “

“Dalle difficoltà si passa a quelli che possono essere considerati i rischi quotidiani.

Trovarsi nella calca della coda per il ferry, dove tutti spingono  e se si cade si è sicuramente schiacciati; stare al buio in una delle tante strade senza luci di Likoni, e qui è buio già alle 18.30. Salire su una moto (boda boda o piki piki)  e accorgersi che, chi guida e ha in mano la tua vita, è sicuramente senza patente e ha bevuto. Quando sei in chiesa con i bambini e in un’ altra di Likoni qualcuno spara sulla gente. Quando vedi manifesti enormi con le foto di terroristi di ElShalaab con scritto “Cercasi vivi o morti” come nei film western. Quando sono stata da mesi senza acqua, per l’ennesima volta l’operaio mi ha detto che tutto era a posto, ma io mi sono arrampicata sulla tanica, ovviamente vuota, e, scendendo, si è spezzata la scala fatta con legni a casaccio. Sono rimasta per terra senza riuscire a muovermi, cercando di capire, nel dolore generale quali danni abbia riportato: in ospedale, dopo 720 euro di pronto soccorso, saranno due vertebre e 4 costole. O quando ho cercato per un mese 4 bambini che il dipartimento per l’infanzia ha tolto alla madre. In realtà li aveva rapiti perchè potessero chiedere l’elemosina e, se fortunata, voleva riuscire a vendere le due femmine di 10 e 11 anni per sesso a qualche porco nella zona del Florida, Casino’. Capita, purtroppo, girando per le zone di Mombasa con case fatte da bottiglie di plastica usate come mattoni, gracili sporchi e impensabili, di vedere bambine di tre anni, sole, sedute sul marciapiede con un piattino di hello kitty non per giocare, ma per chiedere l’elemosina. La madre è seduta da qualche parte e chiunque malintenzionato può aprire uno sportello di una macchina e portarle via. “

“Come saggiamente qualcuno mi ha detto anni fa: Kenya it s not for living but only surviving.”

Ma chi me lo ha fatto fare!

micaela e i bambini 2“Se dovessi spiegare, allora, perché ho deciso di venire in Kenya e di occuparmi dei bambini proprio qui, ritorno all’inizio della mia scelta. Così come ero troppo preparata per un call center, non sono, non ero, qualificata per far giocare, assistere, curare medicare e cucinare per dei bambini in Italia.

Avevo già iniziato ad aiutare in Italia da tre anni una famiglia giovanissima di rom con due bambini, facevo raccolta di vestiti per i senzatetto, e avevo servito due volte la colazione con l’ associazione della Centrale del latte di Milano.

In uno dei miei stop in Italia per i visti ero andata ad aiutare in Stazione Centrale alcuni rifugiati che arrivavano dalla Siria e dall’ Eritrea.

La mia scelta di aiutare all’estero è comunque frutto di una forte delusione della situazione e delle non opportunità che l’Italia mi offriva.

Inoltre da gennaio 2014 avrei avuto bisogno di assistenza sociale e cibo io stessa, visto che ero rimasta senza un centesimo e non volevo pesare sugli altri.

Infine sono fortemente convinta che l’ occidente debba riparare ai danni e alle razzie fatte nel passato nei confronti dell’africa con secoli di colonizzazione e guerre, schiavitù e apartheid. Se l’occidente non si impegnerà di più ad aiutare l’ Africa, si ritroverà con tutto il peso dei gravi problemi che si porterà dietro.”

“E poi ci sono quelli che mi dicono:  “chi te lo ha fatto fare?”

Sì tutti coloro che amano il Kenya da tanti anni, ma solo come turisti, e che sanno benissimo quanto sia problematico vivere davvero in Africa; il mio dottore che ogni rientro mi deve rimettere in sesto con una serie di flebo, e qualche finto amico della serie “vorrei ma non posso”.”

silvia romano“C’è diffidenza, forse anche un po’ di invidia, poca, ma preziosa comprensione per chi fa una scelta come la mia. Come quella di Silvia Romano. Purtroppo ancora oggi che sto scrivendo Silvia è in mano ad una banda di malintenzionati che oramai è chiaro stiano cercando di venderla ai terroristi da tre lunghe, lunghissime settimane. Le polemiche mi hanno fatto letteralmente vomitare, ma del resto l’Italia sta vivendo, a mio avviso, un momento tale di intolleranza, razzismo ed ignoranza che mi vergogno quei pochi mesi che sono a Milano tra un visto ed un altro.”

“Io stessa sono la prima fortemente convinta dell’aiutiamoli a casa loro. Infatti non ho aperto un orfanotrofio e i bambini tranne alcuni casi stanno meglio a casa loro. Soffro moltissimo quando ci sono dei naufragi nel mediterraneo, che io oramai considero un cimitero. Soffro ancor di più quando sento dei lager in Libia dove molti profughi subiscono di tutto. Io ho visto gli  occhi cerchiati stanchi, spaventati delle madri siriane.”

“Ovvio che il concetto “aiutiamoli a casa loro” escluda i paesi con conflitti in corso, Ma anche su questo credo potremmo imporci tuti insieme di più per far finire questi conflitti. Ma nei paesi dove ci sono problemi legati al cibo, alle poche risorse, alla malasanità come il Kenya, si possono fare tante cose per creare posti di lavoro in vari settori  su cui il paese è altamente indietro, come la gestione dei rifiuti, il riciclo della plastica e tutto ciò collegato all’inquinamento.”

“I turisti che vedono un’ Africa da sogno, chiusi nei loro resort, non sanno come vivono milioni di persone, con case fatte di fango e legni che sotto ore ed ore di un pesante monsone si sciolgono come castelli di sabbia. Non sanno delle strade di posti come a Likoni dove le buche sono così profonde che non si asciugano malgrado il caldo torrido di questi giorni e quindi la malaria colpisce facilmente.

Io stessa in quasi 5 anni ho preso 3 volte la malaria.”

Pole pole. Piano piano

“Non mi arrendo ed essendo LIKONI YETU un’organizzazione davvero piccola, ho piccoli grandi progetti. Ovvero nati pole pole (piano piano) come si dice qui in Africa con numeri fatti per essere ampliati. C’ è Adotta un pasto. E’ un progetto nato perché avevo dei bambini malnutriti, alcuni di loro  sieropositivi e quindi cambiando di poco le loro abitudini alimentari , sono riuscita a farli andar meno in ospedale (ricordo qui è tutto a pagamento). Quindi una, ma se ho le risorse, due volte alla settimana cucino o consegno carne, alternativamente pollo e manzo a 13 famiglie.

I bambini adorano il mio ragù con le salsicce quindi, in genere ogni due settimane, lo cucino per 50 bambini e le loro mamme.

Stesso concetto per Porridge a scuola. Compro tutto il materiale necessario per cucinare almeno due tazze di questa pietanza per i piu’ piccoli di una scuola a Likoni. Non cucino io, ma la bidella. I bambini così fanno una buona colazione all’ intervallo delle 10 e prima di andare a casa alle 14,30. Stiamo parlando di 50 e più bambini, due volte al giorno, tutta la settimana.

C’è poi il Sostegno a distanza. Con un piccolo aiuto di 1 euro al giorno, si può sostenere un bambino che avrà cosi la possibilità di andare a scuola, mangiare meglio e l’accesso alle cure mediche di base.”

“Credo che serva anche la cura della bellezza a questi luoghi. Sto cercando di raccogliere fondi per dipingere un’ intera scuola dentro e fuori. E’ un progetto che io sto facendo partire, ma che forse porterò a termine con l’aiuto di un’altra associazione. La scuola ha circa 280 alunni e davvero bisogno soprattutto all’interno di essere sistemata.

 

Infine sta nascendo adesso il progetto che prevede di insegnare alle mamme single un lavoro, per poter essere indipendenti da ogni tipo di sostegno. A gennaio inizierà il corso di formazione rivolto a 4 mamme per imparare il mestiere di sarta. Tre di Mombasa e una di Lunga Lunga, confine con Tanzania. Realizzeranno, più avanti, borse e accessori da donna da vendere sia sul mercato italiano, sia sul mercato kenyano. Mia mamma è sarta, mi sta formando a mia volta per poter assistere le altre che, in questo modo, mi potranno pian piano ripagare, sia il corso, sia la macchina da cucire che comprerò loro.

Ho chiaramente in testa altri progetti ma pole pole.”

La traccia volante: l’Africa è la nostra terra madre. Non mi sono mai sentita così nel posto giusto come qui.

 

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