Pier Paolo, il “pischello” del Messaggero è diventato grande

“Mi presentai, dissi che volevo fare il giornalista e che avevo già cominciato a scrivere indirettamente per loro. Probabilmente capitai nel momento giusto visto che allora avevano bisogno di ragazzini che seguissero i campionati di calcio locali. Collaborai ininterrottamente con Il Messaggero dalla domenica successiva a marzo 2012.”

pierpaolo ritratto de cristofaroHo conosciuto Pier Paolo Mocci in rete, mi ha incuriosito la sua volontà, nell’era del web, di lanciare un giornale cartaceo: un mensile di cinema e di spettacolo legato alle città. MAP ha già nel nome il senso di uno strumento per districarsi, a Roma e da poco anche a Milano, tra le sale, i teatri, i locali, ma non solo è anche una raccolta di interviste a personaggi significativi dello spettacolo nazionale. Il motivo sta nella storia di Pier Paolo che, per certi aspetti ricalca quella di diversi giornalisti cresciuti negli anni 80 tra sogni e gavetta, per altri si stacca a dimostrare il senso della determinazione. 13 anni al Messaggero di Roma, dallo sport ai fasti delle pagine di spettacolo con la possibilità di intervistare Woody Allen e di dare del tu a Carlo Verdone, poi il ritorno alle origini in una crisi che diventa rilancio. Crea una casa editrice locale NED: pubblica un bimestrale nel quale racconta ogni attività commerciale presente nel suo quartiere, il Nomentano, trasformando nelle sue nuove star i gestori dei bar e i commercianti del mercato. Il suo amore per il cinema è più forte e si inventa MAP con cui ricuce con il passato e ritorna nel panorama nazionale. Nel mezzo, come NED, pubblica due libri, realizza una trasmissione radiofonica con Giorgio Tirabassi e studia il modo per realizzare il suo documentario. Sempre guardando al destino dei nomi, sente che nel suo ci sia l’esigenza di descrivere la realtà anche attraverso l’immagine in movimento. La sua traccia è già una piccola sceneggiatura, chissà che non diventi un film, intanto, nell’ottica di collaborazioni indipendenti tra visionari, le tracce volanti si candidano a planare su numeri futuri di Map.  

La Traccia: MAP, per orientarsi tra cinema e spettacoli

“Il giornalismo ho iniziato ad amarlo da ragazzino. Mia nonna diceva ‘Sai cosa ha detto il giornale?’, si riferiva al Messaggero. Ero un bambino degli anni 80: tv, radio e giornali erano la sola fonte di informazione e dentro casa di ognuno di noi, ogni mattina entrava almeno un giornale. Allora crebbi con l’idea che i giornalisti erano coloro che portassero le notizie, quindi la verità nelle case della gente. Anni dopo capii che non era proprio così, ma ormai il “danno” era fatto. Il giornalismo è un morbo che se ti prende non ti lascia più. Negli anni del liceo quando il mio professore di Storia dell’Arte, Andrea Romoli Barberini, mi chiese di fare lo stagista nella sua agenzia di stampa non ci pensai due volte: avevo 17 anni, il sogno si era realizzato. I miei genitori mi seguivano, ma non erano dell’ambiente: mamma impiegata statale, papà operaio all’Alitalia”.

“L’agenzia per cui lavoravo, Daily Line, copriva servizi legati allo sport nell’area metropolitana di Roma, nel Lazio e in Umbria servendo anche Il Messaggero. L’esperienza dell’agenzia durò solo un paio di anni e poi chiuse. Avevo un minimo di esperienza e tanta sfrontatezza per presentarmi un giorno in Via del Tritone e chiedere di poter lavorare per loro…”.

Una mattina di gennaio al Messaggero

pierpaolo il messaggero“Era 18 gennaio 1999.

Perché certe date non si dimenticano. La sera prima, per un mix di farmaci e droghe leggere, mi ritrovai con il cuore che batteva all’impazzata. Non so perché non andai a finire all’ospedale, ma pensavo fosse la mia ultima notte. Quella domenica avevo visto il gesto atletico più bello per un ragazzo appassionato di calcio: nella partita Parma – Lazio, Roberto Mancini, attuale CT della Nazionale, segnò un gol di tacco in acrobazia. Una cosa che mi lasciò estasiato. Poi successe quello che successe. La mattina dopo, da sopravvissuto, presi un autobus (credo il 61) scesi di fronte al Messaggero, e al portiere dissi che avevo un appuntamento, che ero un collaboratore dello Sport. Mi credettero e salii. In fondo non era proprio una bugia, alcuni nomi li conoscevo visto che l’agenzia gli mandava i pezzi, ma erano solo nomi. Mi presentai, dissi che volevo fare il giornalista e che avevo già cominciato a scrivere indirettamente per loro. Probabilmente capitai nel momento giusto visto che allora avevano bisogno di ragazzini che seguissero i campionati di calcio locali. Collaborai ininterrottamente con Il Messaggero dalla domenica successiva a marzo 2012”.

pierpaolo francesco rosi “Contemporaneamente riuscii a laurearmi. Il vecchio ordinamento universitario, senza esami scritti, non era poi così difficile, e nel giro di quattro anni scarsi, presentai la mia tesi in Storia e Critica del Cinema– che presto mi auto pubblicherò – su Francesco Rosi e il suo cinema civile degli anni 60 e 70. Gli anni universitari volarono tanto furono belli e pieni di cose, di sogni realizzati. Ero il direttore di Sinapsi Lettere e, un anno, con i soldi che avevamo raccolto dalle vendite, oltre 2 milioni di lire (2 mila copie vendute a mille lire a copia…), affittammo due ville a Venezia per circa 10 giorni per seguire la Mostra del Cinema. Eravamo una quindicina, tra cui anche attrici oggi famose e gente che conta, facemmo il panico. Fu bellissimo”.

“Era nell’aria che il cinema non rimanesse solo nella mia tesi, ma diventasse argomento del mio scrivere e divulgare. Una volta laureato, mi proposi a Gloria Satta che fu a più riprese il capo degli Spettacoli e a Simona Antonucci il capo degli spettacoli in cronaca.  Ero appassionato di cinema e spettacoli: per quanto mi definissero un battitore libero mi sono concentrato a raccontare tanti personaggi dal 2006 al 2011. Facevo tre articoli al giorno, ero totalmente devoto a quella causa. Mi piaceva, era il mio sogno. E mi pagavano anche bene. Non potevo chiedere altro. Le interviste più belle? Woody Allen (è sul desk della mia pagina Facebook), le tante fatte a Carlo Verdone, tra cui uno speciale ideato da me finito in prima pagina per i suoi 60 anni. Ricordo che proposi a Gloria Satta di farmi dare una battuta, oggi si direbbe un tweet, su Carlo. Sentii tutti, da Morricone a Christian De Sica, da Francesca Neri a chiunque avesse lavorato con lui. Carlo apprezzò molto. C’era Veltroni sindaco, qualche volta mi chiamava il suo ufficio stampa Coldagelli per dirmi che il sindaco aveva gradito qualche mio pezzo. Magari non era vero, ma a me faceva piacere”.

Da una delusione ad un nuovo inizio

“Dovevo essere assunto: dopo 12 anni di lunga gavetta il direttore di allora Roberto Napoletano decise che era arrivato il mio turno. Le carte erano pronte, stavo per firmare. Poi un giorno Napoletano mi chiama, quasi piangendo nella sua stanza, mi dice che lui andava a dirigere il Sole 24 Ore e che non era riuscito a fare niente per me. Aveva un nome e – giustamente – fece assumere la moglie Giusy Franzese. Io, forse, avrei fatto lo stesso”.

“Su quanto sia stato difficile ricominciare non c’è una parola precisa. Ringrazio Andrea Dicaro, oggi direttore della Gazzetta.it che fece di tutto per aiutarmi, fu l’unico a cercare di darmi una mano. Fu la più grande delusione della mia vita. Ma forse la parola delusione non rende bene l’idea. Comunque, mesi dopo ricominciai e mi inventai un giornale che si chiamava Nomentano e Dintorni, da cui l’acronimo NED. Era un “giornale” fatto solo di pubblicità, o meglio storytelling delle aziende locali del mio quartiere: botteghe, negozi, tutto. Nel mio quartiere molti se lo ricordano. Ero una macchina da guerra: facevo tutto da solo, mi giravo negozio per negozio e chiedevo se volevano partecipare alla pubblicazione: 100 euro a pagina credo, in cambio di un articolo su di loro. Ma un articolo in punta di penna. Lì ho scoperto che intervistare un’attrice mediocre o un sarto non faceva alcuna differenza. Spesso la storia del sarto era anche molto più interessante. Passai così dall’intervistare Di Caprio al De Russie al Mercato Italia, a fare lo speciale su contadini e macellai”.

pierpaolo nomentano “Adesso c’è molto storytelling: raccontare una storia significa vendere un prodotto, ed è quello che da dicembre 2011 ho cominciato a dire ai negozianti che iniziavano a lamentarsi per la crisi. Molti mi hanno seguito, altri no. Nessuno di loro sapeva dei miei trascorsi al Messaggero, non volevo atteggiarmi, se lo avessi fatto nelle paninoteche non avrei dovuto metterci neanche piede. Non era facile intervistare un signorotto un po’ burino e cafoncello tra uno scontrino e l’altro, mentre ti faceva aspettare in un angolo. Ma incassavo e resistevo. In quegli anni feci tanti soldi, mi allontanai da un mondo che mi aveva messo da parte, e aiutai molte attività a rimanere a galla. Un macellaio un giorno mi disse che grazie al mio articolo conquistò circa 25 nuovi clienti, un robivecchi a fronte di una piccola segnalazione rimediò tanto lavoro, e così altri. Chi prima e chi dopo, in tantissimi beneficiarono della pubblicità di Nomentano e Dintorni. Perché l’attività commerciale veniva raccontata attraverso una storia. Cinzia Romoli del Bar Romoli, a Viale Eritrea, incorniciò un mio articolo sui suoi maritozzi, un excursus che andava da mio nonno a Nanni Moretti. E poi stabilii un bel legame con Roberto Giansanti, il cui rapporto di collaborazione prosegue ancora oggi che faccio MapMagazine. Roberto ha fiducia in me, mi segue e mi sostiene a prescindere da ciò che io faccia. Qualche anno fa fu sponsor anche di “Sarvognuno”, la trasmissione radiofonica che feci con Giorgio Tirabassi”.

pierpaolo e tirabassi 2

Il ritorno al cinema con MAP

 “Qualcuno potrebbe pensare che io, ad un certo punto, mi stanchi di qualcosa e passi ad altro. La verità è che io osservo molto, e mi chiedo cosa potrebbe essere utile. L’esperienza di Nomentano e Dintorni durò più di tre anni, ogni due o tre mesi uscivo con il giornale, che era un magazine patinato tascabile di oltre 100 pagine. Avrò fatto probabilmente 25 o 30 pubblicazioni, compresi house organ per varie aziende da Artemisia al teatro Brancaccio. Quando entravo nei bar a portare il mio giornale guardavo la Nottola e mi domandavo che senso avesse un “giornale” statico, appiccicato su una vetrina, nell’era del web. Ma se quella Nottola anziché le locandine avesse avuto articoli di approfondimento e fosse stata tascabile forse sarebbe stata utile. Quindi, a febbraio 2016, radunai un po’ di amici della “prima vita”, da Mario Sesti a Valerio De Cristofaro e nacque MAP. Una “monoporzione” sul cinema e gli spettacoli da leggere e tenere nei pantaloni, grande quanto la tasca dei jeans. Perché cartaceo? Perché il web è affollato, e la carta – per quanto costosa – è un modo indiscutibile per farsi notare”.

 “A proposito di carta, stiamo anche pubblicando dei libri, una scelta morettiana forse. Nel senso che Nanni Moretti è sicuramente un punto di riferimento. Non tanto per il suo cinema spesso ego riferito. Quanto per il fatto che lui, oltre a fare i film, se li produce e soprattutto li proietta nel suo cinema. Quando pensi che il mondo ce l’ha con te non hai scelta: farti le cose da solo, credere fortemente nella tua cosa. A quel punto incontrerai inevitabilmente qualcuno che ti darà una mano. Io di persone che mi hanno dato una mano ne ho incontrate infinite. Talmente tante che non si riesce a contarle. È grazie a loro che riesco in questa traversata solitaria, con la mia barchetta controvento in mezzo al mare. Che poi è un oceano”.

 “Sono i porti che ti stupiscono. MAP ora può contare già su due. Oltre Roma è partito anche Milano grazie alla follia di Arianna Lomolino, in collaborazione con Ciccio Rigoli e con un gruppo di amici milanesi che mi hanno detto che nel bisogno mi daranno una mano. Quando fai una cosa devi farla bene. Map è passato da tascabile a giornale vero, da clandestino a testata giornalistica registrata in Tribunale, il cui direttore responsabile è Boris Sollazzo. Uscire anche su Milano era inevitabile. Spero tra alcuni mesi di poter dire. Map esce a Milano e anche a Roma. A chi vuole esportare il modello nella propria città fornisco tutto, ovvero la credibilità di un progetto sul quale ci si può mettere il nome, due soldi di rimborso spese e tanta energia. La persona che sta in quella città però deve saper autofinanziarsi da sola nel giro di pochi mesi. Noi siamo la base, facciamo il giornale dalla A alla Z. A livello locale bisogna fare quella raccolta minima affinché il progetto stia in piedi”.

 

 Appena ho un attimo, però, voglio continuare a raccontare storie. Voglio scrivere pezzi di vita di persone straordinarie, persone anche non famose, che hanno qualcosa da dire. In questi 20 anni ho acceso un microfono sulla gente, dai registi agli artigiani, dagli attori famosi a chiunque avesse una storia da raccontare. Spesso però mi sono perso il più bello. Perché un’intervista è fatta di sguardi, di pause, di silenzi, di commozione. Ed io tutto quello me lo sono perso. Il mio destino è nel mio nome, anche se spero di non fare quella fine. Non mi paragono minimamente a lui, ma Pasolini passò dalla letteratura al cinema perché aveva l’esigenza di mostrare una stanza anziché descriverla. Ecco sento questa esigenza”.

 La traccia volante: “Indipendente, ma pronto a collaborare con tutti”. Sulla mia pagina Facebook ho scritto di getto un motto per descrivermi, in realtà mi rispecchia molto. Non sono affatto un solitario. Per quanto abbia i miei momenti di sconforto e di malinconia nei quali mi chiudo, amo sentirmi utile e portare la mia indipendenza e la mia “libertà” dentro progetti di qualcun altro. E’ solo collaborando e facendo “sistema” che gli indipendenti potranno farcela. Altrimenti avremo tutti le ore contate”.

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