Nostalgia di Carnevale

Ero vestita da Arlecchino: in penombra spiccava un copricapo bianco che mia madre mi aveva messo, sicuramente osservando la versione storica della maschera. Intorno a me principesse, sceriffi e pagliacci. Avevo sei, forse sette anni, credo fosse una delle feste che si organizzavano nella sala dell’oratorio della Divina Provvidenza, la mitica parrocchia popolare di via di Donna Olimpia.

classe mia

La mia amica delle elementari Michela, che ho individuato in un costume vagamente rosa con una mantella di pelliccia sintetica, ha ritrovato una foto (ha precisato che a scovarla è stata il padre, forse l’autore). Sì quelle cartoline lucide su cui imprimevamo solo i momenti che non volevamo dimenticare. L’ha lanciata nel presente della bulimia di immagini convulse.

Ho riconosciuto alcuni compagni, soprattutto Andrea con cui litigavo sempre: lui mi diceva che ero cicciona ed io rispondevo che potevo dimagrire mentre lui sarebbe rimasto un nano. Non erano tempi del politically correct. Vicino a me Rossana, la prima amichetta del cuore che però in terza elementare partì per la Sicilia con la famiglia; mi pare di aver scorto anche Simone e Francesco, i più simpatici della classe. Ovviamente di tutti mi ricordo i cognomi perché, alle elementari, c’era la sfida dell’appello a memoria, forse se mi concentro, riesco a recitarlo di nuovo di fila.

L’attenzione su questo scatto, sicuramente non dei migliori, quasi nessuno guarda l’obiettivo e c’è poca luce, mi spinge ad evocare altre sensazioni. L’eccitazione che ci sarà stata nel prepararsi, anche se una formazione femminista previde per me un costume prettamente maschile, senza nemmeno un vezzo di distinzione; la timidezza di uscire per strada mascherata; l’imbarazzo tipico delle prime feste per trovare un posto e un ruolo da interpretare; la gioia della libertà che si scopriva solo alla fine quando, nei cinque minuti reiterati all’infinito prima di cedere al richiamo dei genitori, ci si divertiva come non nelle due ore precedenti.

Vorrei che dallo schermo che mi separa dalla fisicità della fotografia, riuscissero ad arrivare anche gli odori: la miscela di umido di cantina della sala, fritto delle patatine, vaniglia e cacao dei ciambelloni fatti in casa con l’essenza di Paris di mia mamma che, in quelle occasioni, finiva in poche gocce anche sul mio collo. Mi piacerebbe risentire le nostre voci piccole, le risate alte e sfrenate, il richiamo di Don Pietro con la sua faccia da pugile e l’espressione di rassegnata consapevolezza, la musica coperta dai passi strisciati su coriandoli e stelle filanti appiccicate al suolo dalla colla di fanta e sprite versate.

Sono tornata nel giardino di quella chiesa, qualche anno fa, per intervistare il giovane parroco in un territorio sempre un po’ di frontiere. Gli chiesi di poter vedere la stanza dell’oratorio, quasi con la paura di scoprire tutto diverso, più piccolo e relativo rispetto al ricordo di una bambina. Per fortuna non aveva le chiavi: mi limitai a ripensare alle corse nel chiostro e forse individuai lo sguardo invecchiato di una catechista, per il resto immutata, come le panche o i confessionali mai cambiati.

Dopo la Comunione decisi che non sarei tornata più in chiesa per la messa, inventai una strana sindrome, causata dall’incenso, i prodromi della mia emicrania con aura e dello smarrimento religioso, ma ho continuato a frequentare l’oratorio, soprattutto per le recite nel teatro.

Da lì, all’improvviso, ritornano frammenti, vaghi ricordi e mai dimenticate memorie.
La nostalgia è un’ombra che sfida la nostra e spesso ne prende il posto, sconvolgendo i contorni. E’ protagonista indiscussa nei sogni, nei quali riesce a riportarci nitide anche figure care del passato, nell’illusione miracolosa di poterle rivivere. Non si può frenare, impedire, arriva, possiamo giusto tentare di non farci sopraffare e di afferrarne i momenti migliori. E’ algòs, dolore, può quindi struggerci nell’evidenza di una realtà mutata, ma è connessa ad un ritorno, quasi sempre in un luogo della nostra memoria nella quale siamo stati felici, a compensare quella tristezza.

Se non la avessimo, saremmo privi della parte più allegra e segreta della nostra storia. I rullini non si sprecavano per le occasioni tristi. Odori, sapori ed emozioni, invece, ancora resistono alla meccanica di un post, li custodisce dentro di noi, proprio la nostalgia.
Non ho tante foto di altri carnevali, ma questa, arrivata a sorpresa, da un passato che si è fatto accompagnare da un mezzo del presente, la conserverò.

Oggi Viola e Luca si sono mascherati per il loro martedì grasso. Per Viola è già finito il tempo delle principesse ed ha scelto una versione nostrana delle ragazze pon pon americane ( con lei uso altri argomenti contro gli stereotipi, giuro!); su Luca ancora posso esercitare del goliardico sadismo, conciandolo da super eroe con muscoli finti e cresta alta. Prima di scapicollarci, come sempre con urla e minacce per il ritardo, ho scattato una foto con il telefono, senza pose, nel caos della casa ( che poi spesso rimane tale).

Temo che non stamperò su carta quanto impresso, non voglio prendermela con la contemporaneità fugace, ma cullarmi nel desiderio che possano ricordare il loro carnevale del 2019 in altro modo, che abbiano i loro profumi e i suoni, le loro Michele, Andrea e Franceschi da portare nell’ombra colorata dei ricordi.

Potrei chiosare con il verso di una canzone di quei miei favolosi anni 80 da Arlecchino crucciato, resa celebre dalla coppia american pugliese, che già nel titolo incolpava la povera nostalgia, definendola, in un gioco di banali assonanze “canaglia”, ma poi la canterei tutto il giorno con annessi movimenti: ne scaturirebbe un effetto realmente doloroso. Mi limito a ringraziare chi “ha acceso qualcosa di buio in cui si fa luminosa la vita”, come scriveva Pier Paolo Pasolini che proprio oggi compirebbe 96 anni e di cui si sente ogni giorno una profonda nostalgia. Grazie Crimeni Michela, Giorgi Andrea, Manna Rossana e Rinzivillo Simone!

carnevale piccoli

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