Camilla rompe i silenzi sull’aborto

“Parlarne in un modo diverso, senza far riferimento solo ad una sfera ideologica, partendo dal racconto reale è il mio contributo ad una lotta continua per riaffermare il rispetto nei confronti delle donne. La normalizzazione è il mio tentativo di scalfire un dibattito pubblico sull’aborto che costringe ancora chi lo ha praticato a nascondersi.“

camilla ritratto 2Si può confessare di aver tradito un patto, di aver barato ad un esame, di aver fumato le canne, ma c’è un’esperienza che resta ancora difficile da condividere, anche per chi è più emancipata e progressista. Il 25 % delle donne italiane ha interrotto una gravidanza, ma quasi nessuna lo racconta: nel bagaglio delle esperienze vissute è un sasso pesante, nascosto, avvolto da ataviche coperte di retaggi religiosi, anche involontariamente assimilati. Quello che è un diritto previsto da una legge, la 194, purtroppo ancora oggi sotto attacco, viene considerato quasi un privilegio o peggio una colpa. Difficile da ottenere in un paese nel quale alla scienza si oppone la coscienza fragile di una percentuale di medici obiettori sempre in crescita; duro da vivere, spesso nella solitudine e nella paura; quasi impossibile da confessare. Si lascia così lo spazio agli altri, a quelli che giudicano senza sapere, senza aver provato le sensazioni di sentirsi madre e non volere o potere diventarlo. Sono loro, i profeti con voce propria per corpi e anime altrui, ad esprimersi, attaccando con termini che non afferiscono nemmeno più a vocabolari clericali, ma direttamente al casellario giudiziale. Giù sentenze, condanne e diffuse volgarità a colpire ancora una volta la libertà e l’autodeterminazione delle donne. A pochi giorni dal sabba degli stregoni della famiglia a Verona, dove sarà ancora più evidente il rischio che nel silenzio, le grida dell’intolleranza coprano i residui di civiltà, un lavoro come quello fatto da Camilla Endrici, assume un valore ancora più necessario. La giornalista bolognese, oggi copywriter a Trento, ha raccolto 19 storie di 19 donne che hanno deciso di superare un tabù e raccontare il loro aborto. In “194, diciannove modi per dirlo” ( Giraldi editore), le esperienze sono diverse e compongono un quadro in grado di superare ogni pregiudizio e ovvietà. Ci sono le ragazze giovani che non avevano le condizioni materiali per portare avanti una gravidanza, ma c’è anche chi non si è sentita pronta a diventare madre, pur all’interno di contesti famigliari ed economici stabili, chi ha avuto più paura della maternità, chi semplicemente ha voluto aspettare. Uno o due errori di calcolo forse, ma anche diverse scelte, riportate senza necessità di pentimento. Tutte accomunate da un senso di liberazione nella possibilità di ritrovarsi con altre storie comuni a lasciare, nero su bianco, la rivelazione di un passaggio della propria vita offerto a chi ne ha bisogno per trovare conforto, ma anche a chi, vicino, non aveva capito e ora, sapendo, può stare loro accanto in maniera più consapevoli. 19 modi per dirlo è un dizionario laico, un appello alle istituzioni e alla comunità, un monito ai distratti e ai timorosi, un invito all’azione per osare dire e rompere ogni silenzio.

La traccia: un modo diverso di trattare il tema dell’aborto

“E’ nato dalla mia esperienza personale: l’interruzione di gravidanza vissuta sulla mia pelle. Ho percepito anche io, pur provenendo da un ambiente laico, la difficoltà di parlarne. Ho provato a capire se qualcuno lo avesse fatto e come, andando in libreria a cercare conforto in testi che mi dessero la sensazione di non essere sola. La sorte ha voluto che, nelle pagine, per trovare le parole necessarie, dovessi finirci io. Nello stesso tempo ho iniziato anche a scrivere una guida della città di Trento nella quale vivo da molti anni.

Ho portato avanti insieme i due lavori, come se la serietà della cura delle 200 pagine di percorsi e itinerari nei borghi e nelle montagne, autorizzasse il proseguimento di quello che avevo preso quasi come un rifugio letterario. Invece poi le storie di altre donne, senza neanche chiedere, sono venute a me, il libro ha preso forma. Attraverso un’amica ho trovato un piccolo editore bolognese, Giraldi, che ha accettato la sfida e ho ritrovato le 19 voci di donne stampate e da far conoscere.”

camilla libro“Nulla accade per caso, c’è sempre una trama che lega gli eventi. Volevo fare un lavoro più sociologico all’inizio, ho raccolto dati e letto analisi. Non appena, però, capitava che accennassi alla mia ricerca mi ritrovavo sguardi e commenti che mi spingevano ad indagare in quel ricordo inconfessato di chi avevo davanti e sperava che lo tirassi finalmente fuori.

Ho usato i social, ma non per chiedere direttamente a chi avesse abortito di farsi avanti, mi è bastato postare alcune notizie, per capire dal tono di chi ribatteva che non si trattava di interventi asettici, ma c’era una volontà di rivelarsi. Alcune mi hanno mandato messaggi privati e da lì sono cresciuti rapporti che hanno condotto all’intervista vera e propria. “

Rompere il silenzio

“Tra le storie ci sono anche io, sotto mentite spoglie, non volevo che il percorso partisse da me e per me. Mi interessava creare uno strumento di conoscenza che ridesse dignità a chi credeva di averla persa e offrisse un conforto a chi si trovava lungo lo stesso cammino di scelta. Mentre raccoglievo le esperienze e scrivevo, due anni di lavoro,  ho notato che qualcosa in questo senso si sta muovendo: alcune pagine Facebook nelle quali le donne iniziano ad esporsi anche sul tema dell’interruzione di gravidanza. Purtroppo dal 2017 ad oggi è peggiorata molto la situazione sociale e politica riguardo ai temi, con attacchi alla legge e la continua messa in discussione di un diritto.

Parlarne in un modo diverso, senza far riferimento solo ad una sfera ideologica, partendo dal racconto reale, è il mio contributo ad una lotta continua per riaffermare il rispetto nei confronti delle donne.”

“Il mio passo vuole muoversi verso la rottura di un muro che impedisce di condividere l’esperienza. C’è una sproporzione tra i dati emersi, non solo da ricerche ma anche dagli ospedali e dai consultori, riguardo chi ha interrotto la gravidanza e chi ne parla. A me è bastato aprire una finestra e si sono affacciate tantissime donne che magari frequentavo tutti i giorni, finalmente libere di uscire da una narrazione solo intima e privata.”

camilla obiezione di coscienza“La normalizzazione è il mio tentativo di scalfire un dibattito pubblico sull’aborto che costringe ancora chi lo ha praticato a nascondersi. L’esperienza fa emergere tutte le contraddizioni di un sistema. Dai racconti si evince come la presenza sempre più massiccia di medici e personale ospedaliero che si rifiuta di praticare le interruzioni di gravidanze, spinga le donne, poste davanti alla scelta, a velocizzarla verso la prenotazione di aborti terapeutici per paura di non trovare posto nei pochi luoghi a disposizione. Un paradosso comune in quasi tutte le mie storie ed io ho incontrato protagoniste che hanno vissuto il loro percorso nel nord Italia, immagino che la situazione possa solo peggiorare nelle regioni dove i non obiettori si contano sulle dita di una mano.

L’obiezione porta all’urgenza e non aiuta assolutamente una libera e serena scelta.

Primo tabù infranto, solo discorrendo con chi si è confrontato con rappresentanti della classe medica non accoglienti, per usare un eufemismo.”

Un dizionario da cambiare

“Non ne ho usati nel testo: le parole che ritornano, dure, di giudizio e di condanna, sono quelle originali del vocabolario comune a tutte le donne ascoltate. Un ventaglio di termini, da rimpianto a vergogna, che non auspico rimanga tale. Un glossario che mi ha portato ad un dubbio a cui non ho trovato risposta: quanto le parole adoperate siano figlie dell’esperienza diretta o di come questa venga fatta vivere in Italia. Resiste, anzi, temo tenda ad avanzare, un retaggio culturale, religioso e storico che rende la legge più restrittiva di quanto in realtà sia.

camilla difesa 194.jpg

Dobbiamo continuare a difendere la legge 194, per questo non ci possiamo permettere di evidenziare come all’atto pratico ci sia da lavorarci per consentire che venga applicata senza contraddizioni, nel rispetto di chi vuole solo esercitare un diritto riconosciuto. Pare che ogni passaggio nel percorso medico ospedaliero sia concesso e quindi si debba quasi subire, senza possibilità di accedere ad una maggiore informazione, alla richiesta delle migliori condizioni per poterne usufruire. “

camilla ru 486“Alcune donne mi hanno raccontato di aver abortito con la RU 486, la pillola abortiva che riproduce, nel termine, un ulteriore grado di giudizio: “non solo decidi di abortire, ma usi pure la via più semplice…” In realtà bisognerebbe preparare chi sceglie questa strada, ci sono ragazze giovani che possono rimanere traumatizzate da una possibile forte emorragia. Lo so che c’è chi quotidianamente lotta contro chi si rifiuta di assegnare il farmaco, ma non bisogna nemmeno nascondere che per alcune strutture ospedaliere stia diventando un metodo per deresponsabilizzarsi: meno oneroso dare una pillola che procedere ad un intervento che prevede l’utilizzo di una sala chirurgica e di personale come l’anestesista.

Adesso l’obiettivo chiaro a tutti coloro che vogliono mantenere lo stato di diritto nel nostro paese è difendere la 194 da chi, in qualche modo, vorrebbe eliminarla, ma nei gruppi, nelle associazioni, non solo tra donne, soprattutto nelle scuole è giusto mantenere alta l’attenzione su questi temi, senza cadere mai nella superficialità.”

 “Il tema dell’aborto non è una questione di mancata contraccezione : “potevi stare più attenta, ti do il preservativo e non succederà più.“ Ben vengano politiche che rendono più facile l’accesso ai profilattici, ma la situazione è più complessa. Riguarda il modo nel quale ci si ritrova in una relazione, va ad aprire un orizzonte poco esplorato sulla consapevolezza dei diritti e sulla richiesta del rispetto del proprio corpo. Non è semplice per una ragazza, ma anche per una donna adulta, pretendere di proteggersi durante un rapporto.”

Cultura e rispetto

“E’ necessaria l’educazione all’affettività. Un numero rilevante delle interruzioni avviene all’interno di relazioni matrimoniali stabili, c’è chi capisce nel momento in cui rimane incinta di non essere pronta, di non farcela: non si può prevenire meccanicamente una decisione che viene presa in quelle fasi per cui non ci sono e non ci possono essere preservativi. La presenza e la partecipazione degli uomini quando si scopre di aspettare un bambino è un’altra variabile, molti scappano, reagiscono con terrore o con indifferenza.

Soprattutto: non si può calcolare cosa accada in una donna quando decide di non diventare madre.”

camilla e il papà“Gli stessi uomini con cui mi è capitato di parlare mi hanno detto che sono problemi da donne, è chiaro invece quanto la situazione sia determinata da entrambi: dovrebbe essere palese. Se a noi donne tagliano le ali sui diritti, agli uomini spesso impongono un ruolo che non tutti sono in grado di rifiutare. Per fortuna ci sono amici che mi hanno sorpreso e rivelato che, leggendo il mio libro, hanno capito molto di più delle loro donne.”

“Bisogna lavorare su una cultura ed una percezione diversa che non veda la donna che abortisce solo come la sprovveduta che non ha preso la pillola. La parola “rispetto” deve essere sempre alla base di ogni discorso che riguarda il corpo delle donne. “

“In questo senso c’è anche un problema generale della classe medica nella relazione con i pazienti e nella comunicazione. Non c’è una storia da cui non emerga, almeno un passaggio del percorso, il giudizio, la battutina, la leggerezza espressa da un ginecologo, un infermiere, un medico di base. E’ vero che sono sempre meno i medici non obiettori che quindi si trovano un carico eccessivo, finendo per eseguire solo aborti, ma non è giustificabile in nessun modo la totale mancanza di empatia.”

camilla non obietta“Vorrei ad esempio che venga scritto, ribadito, gridato che le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità non prescrivono la necessità che si effettui un’ecografia transvaginale a chi ha deciso di praticare l’interruzione. Bastano le analisi del sangue a decretare lo stato di gravidanza, non serve che si faccia sentire il battito o si mostri il monitor, per commettere un abuso e una violenza sulle donne. Non siamo preparate ed affrontiamo anche questo, inconsapevoli, pensando di non poterci difendere. Invece si può e si deve: se avviene, si può andare a protestare dal direttore sanitario. Come pure si deve chiedere al proprio medico di base se sia obiettore o meno, per non ritrovarsi, nel momento in cui servono farmaci per l’interruzione o i giorni di permesso per l’intervento, a dover cercare altrove chi possa segnarceli. Si devono pretendere forme di trasparenza, perché non se ne parla: si deve uscire da questo silenzio imposto nel quale, chi può, si sente legittimato a rendere difficile la strada ad una donna che ha tutto il diritto di vivere la sua scelta nel modo migliore.

Il rischio è che si rimanga prigionieri della contesa sbraitante sul fatto che sia vita o meno il feto, senza considerare che intorno ad esso c’è una persona ed una storia.”

Oltre i tabù

“Io volevo focalizzare il mio lavoro sul perché si decida di abortire e perché sia un diritto poterlo fare.

Sono fiera del risultato ottenuto, si può sempre fare meglio, ma mi sta dando l’opportunità di andare nelle librerie a parlare alla luce del sole di un tabù. Ho fatto già dieci presentazioni e ogni volta seguono messaggi di donne che mi ringraziano per aver raccontato anche la loro storia, perché si sentono meno sole.

Mi colpisce che il pubblico sia quasi sempre composto per la maggior parte di donne dai 55 anni in su, che seguono, si stupiscono e poi si arrabbiano perché vedono come, a 40 anni dalla legge che hanno lottato direttamente per ottenere, ci si ritrovi in una situazione così sconfortante. Mia madre persino, quando lo ha letto, si è innervosita, per lo stesso motivo.

camilla aborto conquiste.jpg

Dispiace che le giovanissime, non tutte, non sentano la necessità di approfondire temi legati direttamente al loro corpo, alla loro libertà di donne.”

“Diversa è stata la reazione delle protagoniste delle storie quando hanno visto pubblicato quanto mi hanno raccontato. In tre casi mi hanno rivelato che hanno usato il libro come strumento per rivelarsi a chi stava loro accanto, una lo ha lasciato sul pianerottolo di casa dei genitori.  A dimostrazione di quanto sia stato difficile trovare il coraggio per comunicare e superare un silenzio imposto da sè stesse e dalla società.”

camilla ritratto

Ho scoperto che vorrei continuare ad indagare su questo solco, quello delle cose che non si dicono, ma ci sono. Sfatare un altro tabù che riguarda una categoria diversa di persone. Nel frattempo fino a giugno girerò con le mie 19 storie, cercando di uscire dai contesti classici, per portare il tema anche nelle scuole superiori.

Io ho trovato la mia forza nella scrittura e nel racconto, non mi posso fermare.

La traccia volante: Sia nel pubblico sia nel privato si devono rompere i silenzi. Si deve osare dire.

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