Elisabetta architetta nuove prospettive

“Progettare per soddisfare le esigenze di chi ha una disabilità, significa sempre di più ragionare per rendere i luoghi – e non solo – fruibili a tutti: ritenerlo un impegno per una minoranza è una visione retrograda e miope.”

elisabetta copertina 2Ci sono percorsi scritti nei quali ci si muove, consapevoli che corrispondano alle nostre caratteristiche e a quanto il destino abbia disegnato per noi. Nelle deviazioni scopriamo però la nostra reale identità e decidiamo dove spostare la meta. Ad alcuni accade spesso, c’è chi la chiama resilienza, perché coincide con incertezze da cui ci si rilancia per prendere maggiore velocità; per altri è legata ad una scoperta volontaria di nuove esperienze che conducono a diversi sentieri. Elisabetta Schiavone è un architetto, professione che può essere declinata nei più diversi ambiti, dal paesaggio alla storia alle tecnologie, e lei ha deciso di dedicarla alle persone.  E’ socia di CERPA Italia Onlus (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità) che ha lo scopo istituzionale di promuovere una migliore qualità della vita e una maggiore accessibilità e fruibilità urbanistico-edilizia a tutela di tutte le persone, con particolare attenzione alle specifiche necessità connesse con età, abilità, genere e culture diverse. Coordina la rete Emergenza e Fragilità per condividere esigenze e esperienze sulla sicurezza inclusiva, tema per il quale è anche componente dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza e il Soccorso alle persone con esigenze speciali del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Da ogni passaggio della sua vita ricava nuovi stimoli, conoscenze e idee da scambiare. Anche dalla sua famiglia, composta da sua mamma e sua sorella, ha tratto ispirazione per collaborare con Smallfamilies, associazione che si occupa di famiglie a geometria variabile. Socia AISM per portare avanti una sua quotidiana battaglia personale contro la Sclerosi Multipla, passati i 40 anni (non ricordo da quanto, è bella e solare come una ragazza di 20), ha capito che la ragazzina che voleva aiutare gli altri ha trovato il suo binario nella sua interpretazione dell’architettura al servizio di tutti. I suoi progetti partono da una scrivania che si affaccia sul mare di San Benedetto del Tronto e si ispirano anche ai suoi viaggi in bici nel mondo, al massimo con altre due ruote vicino, di chi sa ascoltarla e capire i silenzi.

La traccia: progetti e soluzioni di architettura universali

elisabetta giovane

“Quando stavo per laurearmi, ho seguito un corso di avvio all’impresa tenuto da una cooperativa. Era l’opportunità per apprendere materie utili come la gestione della professione e l’informatica: all’epoca il computer sapevo a mala pena accenderlo, pensai che avrei potuto imparare molto. La formazione si sarebbe conclusa con il progetto di un’impresa vera, nello specifico una cooperativa sociale, per la quale avremmo dovuto definire l’oggetto sociale. Dopo varie ipotesi abbiamo deciso di occuparci di servizi legati al turismo, dedicati a persone con disabilità.”

elisabetta filo d'oro“Nessuno del mio gruppo aveva esperienze in merito, ma uno dei docenti, Domenico, che ora è anche un caro amico, conosceva la responsabile dei volontari della Lega del Filo d’oro. Mi si è aperto un mondo.”

“Quell’incontro ha letteralmente cambiato la mia vita. Alla Lega del Filo d’Oro ho trovato un’accoglienza incredibile, ricordo la domanda della responsabile dei volontari, Leonarda Pepa: “ti interesserebbe fare un’esperienza nel volontariato?”

“Non aspettavo altro, lo volevo fare da tempo, ma non avevo mai trovato il giusto collegamento. Stava partendo un progetto per ridare il respiro alle famiglie con figli adulti, con gravi disabilità plurime, che non si erano mai allontanati da casa e dai genitori. Si trattava di accompagnare  questi ragazzi – che poi molti di loro non lo erano più, avendo un’età compresa tra i 20 e i 50 anni – in “villeggiatura” un week end al mese. L’esperienza comprendeva dunque un breve viaggio (si rimaneva generalmente nei confini della regione), il pernotto, visite guidate e attività di gruppo. Per via dei tempi non avevo potuto frequentare il corso impartito ai volontari, che recuperai in seguito, ma forse intuirono che la volontà avrebbe superato l’ostacolo e con me non rischiavano di certo.”

Progettazione universale e sicurezza

“Passando giorno e notte con chi viveva direttamente la disabilità, ho avuto netta la percezione che non avevamo capito niente circa la progettualità legata alle loro esigenze. All’Università al massimo ti chiedevano se avevi inserito nelle planimetrie un bagno e una rampa per “gli handicappati”. Tutto il resto, l’attenzione alle persone reali e alle sfumature che le caratterizzano, non c’era. E ancora oggi mi sembra sia cambiato davvero poco.

Il benessere ambientale è altro: l’accessibilità non è riferita solo alla disabilità. Progettare secondo un approccio accessibile dovrebbe essere il punto di partenza del progetto per tutti.”

elisabetta libro“Il 2000 è stato quindi il mio anno di svolta. Ho scelto di laurearmi con una tesi su questi temi. Prima non avevo idea, sapevo solo che avrei seguito l’indirizzo tecnologico e che non volevo una tesi da appendere al muro. Ho cercato nel sito dell’Università fra le tesi realizzate se ve ne fossero sull’accessibilità, per capire a chi avrei potuto proporre la mia. Ne ho trovata solo una e sono andata dal professore che ne era stato relatore.

E’ così che la mia tesi è diventato un manuale “Barriere architettoniche. guida al progetto di accessibilità e sicurezza dell’ambiente costruito” pubblicato nel 2005 realizzato insieme al mio collega di tesi e al nostro relatore.”

“Ho scelto di fare di questi temi la mia direttrice professionale ampliando l’attenzione anche agli aspetti che riguardano la sicurezza. Il caso ha voluto che incontrassi chi da tempo si stava occupando, da un’altra prospettiva, di queste tematiche: Stefano Zanut, vigile del fuoco, esperto di gestione dell’emergenza per quanto riguarda le persone con disabilità.

elisabetta e stefano.jpgNella mia vita le svolte sono sempre segnate da incontri speciali. E Stefano, che è uno che le cose le fa alla grande, non poteva certo farsi trovare in un luogo comune, Roma, Milano, no: noi ci siamo incontrati a Lourdes!”

“Era il 2008, mi trovavo a Lourdes, dove avevamo deciso di andare con tutta la famiglia, mia madre, mia sorella e mia zia, per ricordare mio padre che era venuto a mancare l’anno prima, con cui avevamo progettato di fare quel viaggio prima che si aggravasse. Mi sono imbattuta nella locandina di un convegno internazionale, organizzato dalla protezione civile in cui Zanut sarebbe intervenuto sul tema del soccorso alle persone con disabilità. Sono andata a sentirlo incuriosita e sono rimasta folgorata dall’esperienza dei Vigili del Fuoco italiani. Inevitabilmente mi ha colpito il suo modo di raccontare le persone. All’epoca mi limitai a presentarmi e gli chiesi qualche riferimento per la mia tesi di dottorato incentrata sulla progettazione universale in ambito urbano.

E’ nel 2011 che abbiamo iniziato a collaborare, quando l’ho invitato come esperto di sicurezza inclusiva per una docenza al corso post laurea sulla progettazione universale che organizzavo all’Università di Pescara. Nello stesso anno mi sono iscritta al CERPA e ho scoperto che anche lui era fra i soci. Da allora abbiamo cominciato a lavorare insieme: siamo diversi, ma abbiamo un modo simile di vedere la realtà e di intervenire su di essa. Oggi siamo entrambe consiglieri dell’associazione e insieme abbiamo progettato il percorso “Emergenza e Fragilità”.

elisabetta debora e stefano

Dall’esperienza più che dai libri

“A fine 2007, la malattia di mia sorella Eleonora si è palesata attraverso alcuni sintomi. Nel 2008 abbiamo avuto la diagnosi di Sclerosi Multipla. Parlo al plurale perché la Sclerosi Multipla, specie nelle forme gravi, come nel nostro caso, è una patologia che colpisce il nucleo famigliare, non solo chi ne è direttamente investito. E’ stato un altro passaggio fondamentale della mia vita che, ci tengo a sottolinearlo, avrei voluto davvero evitare, anzi proprio cancellare. Ma nessuno di noi ha la bacchetta magica per scegliere cosa tenere della vita e cosa non. Sarebbe troppo facile.”

elisabetta ed eleonora

“Col passare del tempo ho capito che poco di quello che so, l’ho appreso dai libri: molto di più dalle esperienze condivise con le persone. Ci vuole empatia per capire le esigenze dell’altro e cercare le soluzioni. A pensarci bene più che inclusiva la progettazione dovrebbe essere empatica, con la consapevolezza che il riferimento non può mai essere l’esperienza individuale, la storia di una sola persona, ma le tante storie e le tante esperienze da cui attingere modi diversi di interagire con gli altri e con l’ambiente. Il volontariato con la Lega del Filo d’oro mi ha certamente aiutato a capire e casualmente (ma poi il caso esiste davvero?) anche nell’attività subacquea ho avuto un’esperienza come Dive Buddy HSA, ovvero accompagnatore per le persone con disabilità. Ho affiancato il mio istruttore in piscina nella preparazione degli allievi fino a condurli in mare. Questa esperienza l’ho condivisa con due persone che stimo molto, Armando e Rita, marito e moglie, entrambe ciechi, con i quali è nata una bella amicizia. A proposito di caso, anche Consuelo Agnesi, una collega sorda che avevo contattato per progetti comuni, l’ho poi ritrovata al CERPA. Oggi siamo amiche, viaggiamo spesso insieme, anche lei è consigliera dell’associazione e componente dell’Osservatorio dei VVF.”

“Insomma: ogni esperienza e ogni persona ha lasciato un segno su di me e nessuna di queste è stata dispersa: con la Lega del Filo d’Oro collaboro ancora oggi; Armando e Rita sono membri dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e in più di un’occasione abbiamo realizzato insieme attività rivolte ai progettisti; con AISM abbiamo intrapreso un percorso sulla sicurezza domestica dedicato alle persone con disabilità esteso alle famiglie e aperto a tutti.”

elisabetta e lorenzo“Poi c’è la mia amica Debora, mamma di Lorenzo, che mi ha insegnato cos’è l’Autismo e grazie a questa meravigliosa rete che continuo a tessere con i miei compagni di viaggio ho incontrato anche la Fondazione Bambini e Autismo di Pordenone. Persone meravigliose, questi sono i protagonisti della mia vita.”

“Nel privato il continuo modificarsi delle esigenze di mia sorella Eleonora mi spinge alla ricerca perenne di soluzioni ed ausili che possano aiutarla. E’ così che ho scoperto, La Rosa blu, uno stabilimento balneare accessibile a Martinsicuro (TE) che le garantisse di poter raggiungere il mare con facilità e, anche nella nostra casa, i piccoli adattamenti sono sempre pensati per essere vissuti nel migliore dei modi, come un bagno che assomiglia ad una SPA anziché ad un ospedale.Non si pensa solo a “risolvere un problema” ma a vivere bene, al benessere e al bene stare”

“Se guardo indietro vedo una piccola me desiderosa di aiutare, ma al momento di scegliere il percorso di studi la mano ha avuto la meglio: ero brava nel disegno, in realtà sono figlia d’arte, e questo ha determinato il mio percorso di studi. L’Istituto d’Arte prima e poi la Facoltà di Architettura. Che ammetto non è stata la prima scelta. Avrei voluto fare la grafica pubblicitaria, passione nata alle superiori, ma per una serie di vicissitudini sono approdata all’architettura.

Ma prima o poi quello che abbiamo dentro affiora. Io ero più interessata alle persone che alle cose o alle case, probabilmente tornando indietro sceglierei percorsi quali la sociologia o la psicologia.”

Ho ritrovato il mio centro quando guardato l’architettura da un’altra prospettiva, quella di una professione sociale oltre che tecnica. Nel nostro lavoro, che sia progettare un edificio o redigere un piano urbanistico, compiamo scelte che determinano la qualità della vita delle persone che abiteranno quei luoghi, quelle case, scuole, uffici.”

Non so dire se sia stato un errore la strada intrapresa all’inizio, so solo che ad un certo punto mi stava stretta e che ad un tratto le esperienze l’hanno orientata verso la direzione più congeniale.”

elisabetta small“Un altro tassello a questa prospettiva della professione mi è stato regalato da Smallfamilies, associazione conosciuta grazie alla presidente Gisella Bassanini, architetto, anche lei nel CERPA per molti anni. Con lei ho scoperto che le famiglie “non tradizionali” costituiscono ormai il 25 % del totale delle famiglie italiane e a Milano la percentuale si attesta al 50%. Nelle statistiche si tratta per lo più di famiglie monogenitoriali, coppie senza figli o famiglie unipersonali, così vengono definiti i single che vivono soli, fuori da un nucleo famigliare.

Nelle geometrie variabili possiamo notare coabitazioni che prevedono anziani che decidono di vivere insieme per farsi compagnia o di persone non auto sufficienti che abitano con una badante. Magari un figlio o una figlia che a seguito del divorzio torna a vivere con l’anziana madre o, al contrario, una coppia che accoglie un genitore ormai troppo anziano per vivere solo. Cambia quindi anche la prospettiva della casa. Difficile mantenere gli equilibri famigliari se gli spazi di vita non  garantiscono le singole intimità. La coabitazione non è sempre frutto di una scelta, a volte è una necessità. Magari quando un membro della famiglia a causa di una disabilità o una patologia che limitano in maniera importante la sua autonomia necessita di assistenza continua.”

“Oltre ai ritmi si modificano le esigenze legate agli spazi di vita. E le nostre case, gli appartamenti intendo, concepite per le famiglie tradizionali e per funzioni standard di base, quali dormire, mangiare, lavarsi e poco più, mal si prestano ad accogliere funzioni accessorie come il lavoro o la possibilità di avere spazi comuni ma anche momenti di privacy che non equivalgono al chiudersi nella cameretta degli adolescenti.”

elisabetta case accessibili“Non sempre questi ambienti si possono adattare se una diversa funzione non è stata concepita fin dall’inizio, con la possibilità di prevedere trasformazioni future. Eppure le esigenze sono davvero tante e diverse. Anche le precarie condizioni economiche in cui versa il nostro Paese determinano esigenze abitative differenti e questo pone in una situazione di maggiore svantaggio proprio le famiglie con disabilità e quelle che per una maggiore serenità decidono di separarsi. Ma anche per loro molte volte l’argomento casa è cruciale: uno dei due finisce per restare senza.

Se fosse possibile dividere la casa prima condivisa, si potrebbe garantire ad uno di continuare ad abitarla e all’altro di ricavarne un piccolo reddito.

Con un buon progetto alla base si potrebbe garantire un maggiore benessere a ciascuno.”

Oltre ogni divisione e stereotipo

“L’architettura è politica. Con l’architettura si compiono delle scelte: si può includere ma anche emarginare; si può garantire la sicurezza o causare disastri. Ma qui torniamo all’empatia, alla consapevolezza. Bisogna avere contezza delle differenze che ci caratterizzano, rispetto per le posizioni differenti, disponibilità verso chi necessita di sostegno. E questo lo si fa operando nel quotidiano non solo nell’esercizio della professione di architetto.

elisabetta stramp“L’impressione che ho guardandomi intorno è che abbiamo perso la visione d’insieme, la capacità di entrare in relazione con l’altro. E partecipare alla vita associativa, negli ambiti più diversi, mi offre la possibilità di raggiungere persone e di età differenti e condividere con loro una visione di comunità collaborativa che passa anche attraverso un ambiente accogliente, facilitante. Una delle ultime esperienze è stata con i ragazzi delle elementari e medie nell’ambito di un progetto sul turismo sostenibile per lo sviluppo avviato dal club per l’UNESCO di San Benedetto del Tronto, di cui faccio parte, per il quale ho avuto l’opportunità di affrontare il tema dell’inclusione con questi giovani cittadini.

“Investire su di loro è certamente un nostro dovere ma soprattutto la nostra ultima chance per abbattere le alte barriere culturali che abbiamo costruito relegandoci nella solitudine anche nelle singole battaglie per i diritti negati di quelle che consideriamo minoranze fino a che non ci accorgeremo di farne parte. Vale per la disabilità come per le famiglie a geometria variabile o altri gruppi discriminati. A scendere in piazza il più delle volte è chi è direttamente colpito dall’ingiustizia, spesso nell’indifferenza del resto del mondo. Lo sono le persone con disabilità che chiedono misure atte a garantire autonomia e libertà di scelta, partecipazione alle decisioni e inclusione. Le persone con Sclerosi Multipla che in questi giorni hanno lanciato l’hashtag #difendiundiritto riferito alla riabilitazione che rischia di essere ridotta drasticamente. E anche le famiglie a geometria variabile e le donne in primis, costrette a tornare in piazza a Verona per scongiurare derive oscurantiste e discriminanti.”

“Come per tutte le cose, anche nel progetto una visione più ampia, capace di comprendere le esigenze della variabilità umana, delle persone con disabilità come di bambini, anziani o semplicemente di specifiche necessità che si discostano da sterili standard, regalerà a tutti un ambiente migliore, più accessibile, più vivibile e anche più bello. Considerarlo un impegno per una minoranza è una visione retrograda.”

elisabetta copertina

La traccia volante: L’aria sulla faccia e il mare negli occhi. Quando ho bisogno di staccare la spina penso alla mia bicicletta, al panorama della mia finestra, alla parte bella del mondo rappresentata dai miei affetti e dalle persone con le quali condivido ideali e progetti e la vita ritrova la sua bellezza.

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