La maestra Maruska tra aula e palco

“Insegnante ha un’etimologia precisa: in signare che significa lasciare il segno. Mi sforzo di non dimenticarlo mai quando entro in classe o salgo sul palcoscenico.”
maruska teatro 2“La maestra è fatta per passare ai bambini tutte le cose che sa. Se guardi bene dentro la maestra, ci trovi le tabelline, il teorema di Pitagora, la prova del nove, I Sumeri, Romolo e Remo, il congiuntivo, il gerundio, il Passero solitario e Rio Bo. Una maestra si può dividere per venti e anche ventotto bambini, e ce n’è sempre per tutti. Quando la maestra ha finito tutto quello che ti doveva insegnare, diventa la maestra di qualche altro bambino. Allora ti capita di incontrarla al supermercato o in chiesa o all’ufficio postale e la saluti un po’ vergognoso, lei invece vorrebbe abbracciarti. La maestra si ricorda per sempre le facce dei suoi alunni. Quando sei grande e cerchi le cose imparate, una poesia, il nome di un fiume, la storia di Pinocchio o quanto è alto il monte Bianco, basta che chiudi gli occhi e le trovi tutte là, come ce le ha messe la tua maestra. In fila per due, i piccolini davanti, senza spingere.” Nei giorni in cui si ricorda la figura e l’opera di un grande maestro come Gianni Rodari, una mattina uggiosa, nel bar di una biblioteca, ho trovato chi potrebbe essere la protagonista, contemporanea, dei suoi versi: Maruska Palazzi, anzi la maestra Maruska. L’ho conosciuta a scuola di Viola durante una di quelle estenuanti riunioni tra le classi, nelle quali veniamo spesso sgridati anche noi adulti, scoperti a distrarci. In quella occasione mi colpì proprio la sua destrezza nel gestire anche i genitori, con il sorriso, senza dimenticare la divulgazione di nessuna delle comunicazioni fondamentali. Ho scoperto essere tra le preferite dei bambini, la classica protagonista dei sospiri “l’avessi io una maestra così!”. Non solo perché giovane, bella e gentile, ma anche perché capace di coinvolgere, senza urlare, tutti, ma proprio tutti i suoi alunni. L’anno scorso ha vinto un dottorato e per un periodo sarà distaccata all’Università. La scelta di tornare a studiare dopo aver raggiunto una posizione invidiata da molti suoi colleghi, ha aumentato il suo fascino ai miei occhi che non si rassegnano alla normalità dei percorsi. Se non bastasse, ho scoperto che alterna il suo lavoro in classe, con quello sul palcoscenico come attrice di una compagnia amatoriale storica di Pesaro, La Piccola Ribalta. Il suo obiettivo è proprio interpretare il suo ruolo nel senso etimologico: in signare, lasciare un segno, attraverso linguaggi, strumenti diversi, ma soprattutto cercando di far vivere esperienze bellissime a chi la segue. E così: chi la potrà dimenticare la maestra Maruska e tutte le cose “imparate” che ha tracciato dentro ai suoi bambini!

La traccia: lezioni di vita e spettacoli teatrali

maruska rossini“Sono pesarese doc anche se ho un’inflessione romagnola a cui non rinuncio perché mette a proprio agio chi mi ascolta. A teatro uso l’italiano e il dialetto. E’ una passione che è esplosa a 6 anni nell’oratorio della parrocchia di Santa Veneranda. Nel primo spettacolo ero sul palco con la scrittrice Simona Baldelli: lei era Biancaneve ed io un pettirosso con una battuta sola, ma fondamentale. Un successo al Teatro Sperimentale, riproposto in altri luoghi della città. Fino a 17 anni ho continuato a recitare negli spettacoli della parrocchia, fino alla svolta. La compagnia Piccola Ribalta, storica realtà teatrale pesarese, fondata nel 1950 da Glauco Mauri, aveva bisogno di una ragazza per una commedia e mi vennero a cercare.
Sono 27 anni che sto con loro: sono socia, recito, scrivo e organizzo le stagioni.”

In classe, in ufficio, sul palco e poi…

“Nonostante la passione per il teatro mi prendesse molto tempo, ho studiato Scienze dell’educazione e formazione all’Università di Urbino. Sono diventata una docente, o meglio una maestra, come ho sempre preferito essere definita. Ho portato l’esperienza teatrale anche a scuola come uno degli strumenti migliori per aiutare i bambini a sviluppare il contatto con la propria voce, con il corpo e con gli altri. Quando si organizza uno spazio scenico, portando a relazionarsi, interpretando anche un ruolo e una parte diversa da sé, si creano rapporti reali e si ottengono livelli di crescita inaspettati. Mi sono affaticata perché è molto più semplice tenere gli alunni fermi in lezioni frontali, ma i risultati mi hanno ripagata.”

“Ho sempre voluto lavorare con le primarie, amo l’età evolutiva, non ho mai pensato di esercitare in altri ordini, non ho nemmeno provato i concorsi per le secondarie.
Insegno ad altri adulti da quando ero operatrice del CTS di Fano. Mi occupo dei bisogni educativi speciali e di tecnologie. Formo gli insegnanti sull’uso degli strumenti tecnologici per includere alunni con esigenze particolari.”

“Per questa mia competenza ho avuto l’opportunità di dividere la mia esperienza con due diverse prospettive. Ho cominciato a collaborare con l’ufficio scolastico nel 2008, dal 2010, come esperta di disturbi dell’apprendimento, sono formatrice provinciale per colleghi di ogni ordine e grado. Dal 2015, la dirigente provinciale mi ha voluto in distacco nell’Ufficio studi.”
“Fino all’anno scorso metà del mio orario lo facevo in classe, metà negli uffici scolastici. In questo modo, oltre ad essere in contatto diretto con i bambini, potevo capire dall’alto cosa funzionasse e cosa si potesse migliorare.
Ero così presa da questa mia quotidianità intensa che ho rischiato di perdermi. Ad un certo punto mi sono chiesta: faccio tutto e lo faccio abbastanza bene, ma non mi ricordo più perché lo faccio in questo modo. Che devo fare? Avevo bisogno di riflettere e quindi di approfondire: tornare a studiare.”
“So che può sembrare insensato. Avevo il mio posto fisso e ho deciso, a due minuti dallo scadere della presentazione delle domande per il dottorato, di presentare il mio progetto che ha vinto. Affianco la professoressa Michelini nella cattedra di pedagogia generale all’Università di Urbino. ”
Il mio sguardo aveva bisogno di ampliarsi ancora di più. “

maruska biglietto
Il teatro per sé e per gli altri

“In tutto questo tortuoso percorso per non perdere la giusta prospettiva, il teatro ha rappresentato un alleato costante che non mi ha mai lasciato. Il mio bisogno di esercitare il corpo, la voce e la memoria mi ha guidato nella scoperta di testi belli ed esperienze avvincenti. Recitando e curando la scrittura degli spettacoli, si ha la possibilità di affrontare questioni quotidiane con ironia. Mi piace soprattutto trovare il modo più naturale per entrare in contatto con gli altri, con il popolo. Il teatro dialettale permette di arrivare in maniera ancora più rapida e profonda.

Penso alle sagre e alle feste di piazza, in particolare mi affascina quella del porto a luglio. Mi nascondo dietro il palco e vedo le signore arrivare alle cinque di pomeriggio per bloccare il posto, quelle che non escono quasi mai la sera e che per quell’occasione si sono andate a fare la messa in piega. Con i loro capelli dalla tonalità vagamente azzurrina le ritrovi a seguire ogni battuta con attenzione.
E’ la magia del dialetto.”

“Ho amato anche tanti spettacoli in italiano. Il mio preferito è Le caselle, monologhi ispirati dai testi di Giorgio Gaber. Parla di una persona che ha tutto incasellato, pensa di poter andare avanti in questo modo fino a quando non accade qualcosa che rimette tutto in discussione. Era proprio la situazione nella quale mi trovavo quando siamo andati in scena. Gaber ha aiutato anche me a capire come gestire le situazioni che ormai mi sfuggivano da ogni casella.”

“Gli spettacoli in dialetto mi sono invece tutti cari perché fanno ridere assai. L’ultimo riportato in scena “Tre bsares in paradis” scritto da Massimo Cimini e Stefano Gennari, piace talmente tanto che sono 15 anni che lo riproponiamo: da Forlì ad Ancona, quasi 100 repliche. Devo ammettere di avere una preferenza per “L’ultim Baganel” ( un pesce povero, molto amato nella zona): è un giallo che mi permette di avere toni alti, aggressivi che nella realtà non uso. Chi fa teatro, non impara a fingere, al contrario impara ad esprimere tutto se stesso. So di avere dell’aggressività in me, se ho l’opportunità di scaricarla sul palcoscenico non ho bisogno di essere aggressiva nella vita quotidiana. La gestione delle emozioni non il freno. Il teatro è uno strumento di conoscenza fondamentale.”
maruska laboratorio“Da quest’anno mi sto occupando anche di laboratori specifici per bambini all’interno della compagnia. E’ la prima volta che lo facciamo, sentivo troppo il distacco da scuola e avevo bisogno di riprendere contatto con i piccoli. Sono in 8 e stanno lavorando soprattutto sulla propedeutica: esercizi sul corpo, sulla voce, sugli oggetti scenici. Il 24 aprile faremo un saggio per mostrare quanto hanno imparato. “

“D’Estate poi ci sarà la parte più divertente dell’anno con gli spettacoli all’aperto in feste e sagre e contemporaneamente il periodo più faticoso per l’organizzazione della stagione prossima. Mi affatico, ma stanno arrivando grandi risultati. Stiamo vincendo premi ovunque, sia per il dialettale, sia per l’italiano. E siamo una compagnia amatoriale. In 50 sempre attivi, ma ognuno con un altro lavoro da seguire. Il nostro presidente Mario Cipollini è il più oberato. Il nostro teatro è un capannone, assegnato in comodato d’uso dal Comune, che abbiamo risistemato da soli, investendo gli incassi per renderlo sempre più confortevole soprattutto per il nostro pubblico. Oltre a tassarci con l’iscrizione annuale, alla fine dello spettacolo ci paghiamo da soli anche la pizza.”

maruska compagnia
Dalla compagnia alla classe
“La compagnia è un mondo particolare, ognuno con un ruolo preciso, ci sono anche i tecnici delle luci, del suono. Non abbiamo età definite: si va dagli 8 agli 80 anni. Ora sto preparando uno spettacolo : 7 minuti, nel quale ci sono solo donne e di diverse generazioni. Mi piace osservare le donne e poterle reinterpretare. Ce ne è una speciale che mi fa commuovere. E’ la protagonista dello spettacolo dialettale “El curtil”: ha superato i 60 anni, infatti ho i capelli bianchi, le rughe più pronunciate e qualche rotondità in evidenza. Sta per avviarsi con l’andatura un po’ goffa verso un nuovo amore, riesco a sentirne tutte le sensazioni mentre provo a trasmetterle.“

“Commuovermi, emozionarmi è un privilegio regalato dal teatro che mi permette di interpretare con maggiore empatia il mio ruolo principale nella vita. Io sono e rimango una maestra. Anche quando insegno ai miei colleghi o ora agli studenti universitari, ci tengo ad essere chiamata in questo modo e non prof. Il lavoro con l’infanzia è fondamentale. Ripeto spesso ad altre insegnanti che se mettessimo un bambino in mezzo al deserto con un registratore, imparerebbe da solo a leggere, noi dobbiamo intervenire quando questo percorso non è naturale, quando non accade. Osservare ed essere pronte ad esserci quando ci sono difficoltà non solo per chi le manifesta, ma anche per tutti coloro che sono intorno.”

maruska finale“I bambini devono sentirsi parte di una realtà unica nella quale interagire senza lasciare indietro nessuno. La ricchezza di conoscenze e sentimenti, in questo modo, si allarga a tutti. Io provo a farlo con il mio lavoro che deve prevedere approfondimenti continui per adeguarsi a nuove esigenze e conoscere nuove modalità e strumenti di approccio, ma anche con il mio fedele alleato, il teatro.”

“Insegnante ha un’etimologia precisa: in signare che significa lasciare il segno. Mi sforzo di non dimenticarlo mai quando entro in classe o salgo sul palcoscenico.”

La traccia volante: Chi lavora con i bambini deve aiutarli a cercare tracce belle da percorrere. Creiamo esperienze positive per disegnare la loro bellissima strada.

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