Il senso di colpa dell’estate

Alle nove di una domenica mattina, dopo una serata di festa, in cui mi sono fatta persino coinvolgere in un trenino danzante che avevo giurato avrei rifuggito anche sotto costrizione in un villaggio guidato da Fiorello: con i capelli indomabili per la salsedine e l’occhio mezzo aperto, mi sono sentita pesante. 

estate senso di colpaHo la pressione bassa, patisco il caldo: a metà agosto sogno maglie di lana e pomeriggi davanti al camino che poi da ottobre inizio ad avere l’influenza fino a giugno. L’estate mi affascina e mi spaventa. Le giornate lunghe offrono la sensazione di onnipotenza tranne poi trascinarti nell’indolenza di ore che fuggono senza la forza per occupazioni concrete, o che sembrano non passare mai, nel surreale arrestarsi della quotidianità abituale.

Ti illudi di una bellezza colorata e fuggente, di una leggerezza che dai tessuti indossati dovrebbe avvolgere anche i chili di troppo e i pensieri per farli perdere nelle onde lente del mare o nelle nuvole rarefatte di una cima. Provi a resistere a questo fascino effimero, a fingere di voler continuare, come se troppo sole non ci fosse, concedendo giusto brevi spazi ad un tramonto o a sveglie più tarde. Lentamente ti prende, scopri di istituire riti piacevoli e nuove abitudini. Ogni giorno in spiaggia, quasi a timbrare un cartellino all’ingresso, certa di dover giustificare eventuali assenze, carica del set completo di asciugamani del corredo e costumi per due generazioni di figli, con il fardello dell’inutile libro per le vacanze, appiglio intonso al prossimo settembre in cui riesploderà accelerata la normalità, istoriato di sabbia come il blocco ( non si sa mai mi venissero idee da fermare); in mezzo i bagni con i tuffi, chiacchiere senza troppo costrutto, la birretta delle sette; il tentativo vano di pulire ogni granello, dalla testa dei bambini agli angoli, ormai atolli, nella borsa.

estate mojto

Mentre il mondo non si ferma, la storia avanza inesorabile nel tentativo di passare inosservata, cresce il senso di colpa per non riuscire e forse non volere starle dietro.

Voglio scrivere ciò che provo verso quanto sta accadendo, ma la luce del computer mi scalda la testa più dei raggi ultravioletti nelle ore sbagliate in cui esporsi. Avrei voluto  raccontare le nostre quattro intense giornate a Parigi: ho preferito limitarmi a viverle.

Mi auto giustifico: ho scritto tanto, forse è una esigenza fisiologica fermarsi. Alle nove di una domenica mattina, però, dopo una serata di festa, in cui mi sono fatta persino coinvolgere in un trenino danzante che ho giurato avrei rifuggito anche sotto costrizione in un villaggio guidato da Fiorello: con i capelli indomabili per la salsedine e l’occhio mezzo aperto, mi sono sentita pesante.  I cocktail, preparati magistralmente pure nel caos dalle ragazze del bar? Patologie gastriche acuite dal caldo? No: un fardello di responsabilità inevase.

estate irene“Mi sto girando dall’altra parte? Io!” Sento bollire le meningi del fuoco irradiante il girone a me destinato: tra gli ignavi devo finire! Per lenire il pungente, giustamente incomprensibile malessere, ho scritto a Irene che è in città. Presa tra le sue preoccupazioni che non vanno mai in ferie, come tanti amici con figli, fratelli o genitori con disabilità o malattie, lei non smette mai di richiamare, con ferma dolcezza, alla realtà. Ogni giorno, nella finestra che non sono riuscita a chiudere dei social, descrive un tema, una pagina di attualità dalla sua prospettiva profonda. Conosco Roma nelle settimane centrali di agosto: l’impresa di rimanere concentrati mentre anche l’ultimo fidato negoziante ti scarica contro la fatidica frase “giusto dieci giorni per ferragosto poi riapro”, lasciandoti con l’obiettivo di scovare un litro di latte a meno di tre chilometri, superando l’ansia dello spettacolo, a tratti affascinante, se scelto, più spesso inquietante, se imposto, delle saracinesche abbassate e le vie deserte. Eppure Irene riesce a trovare la poesia e la forza di condividere anche la capitale onirica in una mattina torrida. Istintivamente le scarico anche i miei due chili di inquietudine ( il resto è birra e patatine): le chiedo perdono per aver abbassato la serranda.

estate cataniaCome se lo facessi con tutti coloro che non si sono fatti abbattere dalle temperature e dall’inesorabile vacuità agostana, scendendo nelle piazze delle loro città per mostrare la determinazione delle idee che non si fa sopraffare da chi usa l’arma di distrazione di massa; con chi sta continuando a scrivere e tenere alta l’attenzione su donne, uomini e bambini fermi in mezzo al mare alla ricerca di una sacrosanta salvezza e di chi li sta soccorrendo; con chi sta lavorando e meriterebbe di essere raccontato per un impegno che permette anche a noi, anime perse, di ritrovare la strada smarrita quando sarà inevitabile. Raccontandole di un benessere immeritato, invoco perdono per non riconoscere il merito a chi concede a queste giornate di scorrere, riempiendosi, pur nell’inconsapevolezza, di energie che risulteranno vitali nei pomeriggi scuri di pioggia.

Crudele verso chi l’estate la può solo subire, chiedo scusa e ringrazio.

estate caoticaNel blocco ho scritto titoli e qualche appunto, tra qualche giorno riapro, dovevano essere al massimo sette,  rischiano di essere il doppio. Confido nella congenita ribellione alla passività. Ho la pressione bassa, patisco il caldo, ma, fazzoletto al naso e antibiotico a fianco, giuro poi non mi fermerò: troppo da raccontare, da scrivere.

“Mamma è ora di andare! Prendi la sacca, la borsa frigorifero, la maschera! Mamma, le ciabatte: che vieni scalza!”

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