Cronaca di un’aspirante donatrice di sangue

“Non so come dirglielo: ho il terrore dei prelievi!” Questa mattina è iniziato, con questa ammissione di inadeguatezza, raccolta con un sorriso dall’infermiera Benny, il mio percorso per diventare donatrice di sangue.

avis pesaro vignetta

Appuntamento alle 8.30 nella Sala dell’Avis all’interno del centro trasfusionale dell’ospedale. Come tutte le avventure che contemplino la presenza di Anne, siamo arrivate, trafelate, alle 8.45. La stanza era già piena: chi compilava moduli e chi si presentava per donare.

Varie le età, gli stili e anche le cadenze della voce, dall’esperto ormai alla quarta donazione, “quanto è alto, ne ha di sangue!”, il commento “scientifico” di Anne; alla ragazza più timida che ricordava i passaggi fatti per arrivare precisa al momento, nel rispetto di tutte le condizioni richieste.

avis informativa

C’è stata assegnata la guida dell’infermiera Priscilla che ci ha aiutato a compilare il faldone delle informazioni. Non so se capiti solo a me, ma ogni volta che mi assegnano un modulo, mi sale un’ansia da prestazione nemmeno fosse l’esame di teoria per la patente. “Firmo in maniera comprensibile, devo mettere la data dovunque è scritto?” I dubbi più elementari. “La bronchite che ho questa settimana si considera una malattia respiratoria, devo specificare il mio consumo di tachipirina e altri analgesici vari per la cefalea?” Le domande più tecniche.

Nei cinque fogli non manca, giustamente, l’esigenza di dettagli: una lunga serie di caselle da barrare che riportano immediatamente alla serietà di quanto si sta procedendo a fare. Istantanea si è generata gratitudine per coloro con i quali stavamo condividendo lo spazio. Realmente tutti hanno badato a seguire negli ultimi due o quattro mesi, a seconda della gravità dell’infrazione commessa, il regime di salute e vita sociale, necessari per garantire un sangue sano a chi lo riceverà? Io mi sento in colpa per gli antibiotici a cui non avrei rinunciato e penso agli svariati bicchieri di vino, consumati sabato scorso, arrossendo alla risposta sull’abuso di alcool. “Forse dobbiamo precisare che non è costante, ma a volte accade…” ho insinuato la perplessità ad Anne che era più combattuta sulla ripetizione tra residenza e domicilio: “ma quante volte lo dobbiamo scrivere, se è lo stesso indirizzo!”.

La sala si è svuotata, mentre noi finalmente abbiamo consegnato, non senza patemi, la nostra cartellina. Ho firmato e scritto la data ovunque: 27 maggio 2019. “Vabbè dai il 5 è un attimo che lo trasformiamo in 9” ha corretto, come fosse normale, la grafica di casa.

“Prendete questo bicchiere con il tampone, inserite la provetta su di esso e raccogliete l’urina.”

“Non lo so fare, giuro!”. Anni e anni di analisi delle urine, con precisione millimetrica direttamente depositate nel contenitore sterile, ma questo sistema, sicuramente più igienico, ha minato certezze.

“Potrebbe starci ore!” ha scherzato Anne verso una signora che dall’inizio del corridoio stava procedendo verso il bagno, accompagnata dal figlio.

A fianco alle camere in cui si effettuano analisi, prelievi e donazioni ci sono quelle di ematologia. Come a voler mostrare plasticamente il senso di ciò che si fa, si passi il termine, un km zero del sangue: dal donatore al ricevente. Si respira la forza di chi è lì perchè compie una scelta e la determinazione di chi non ha potuto farla, ma lotta, non solo.

“Ce l’ho fatta!” Ho mostrato tronfia la provetta alla signora, al figlio e alla rassegnata Priscilla.

E’ toccato ad un’altra dottoressa, invece, raccogliere le mie confessioni.

Mi ha spiegato nuovamente anche il motivo per cui, d’ora in avanti dovrò prendermi più cura di me in funzione degli altri, non solo dei miei figli. Devono passare 15 giorni da una febbre, 1 mese da una sutura di ferita accidentale, 4 mesi da un’infezione, 1 anno da un viaggio in zone tropicali. Per le prime tre presterò attenzione, per l’ultima vedo meno probabile il rischio. Mentre elencava le varie sindromi, ceppi di malattie e allergie non ho potuto tenere a bada la sensazione di averle avute tutte, in forma asintomatica, per qualcuna ne ho avvertito il rischio imminente.

“Tanto sapremo presto se è idonea.”

E’ stata la conclusione saggia e fiduciosa della dottoressa che mi ha affidata a Benny. Più di un’infermiera, una di quelle figure che vorrei avere al mio fianco nell’ultimo giorno di vita perchè riuscirebbe a farmi credere realmente che è un inizio di cui sorridere. I suoi lunghi capelli neri tenuti da vari “ciaffi”, gli occhi grandi e trasparenti, la propensione inevitabile alla battuta.

“C’hai paura Vale? Io pure, non ti preoccupare.” In altre circostanze avrei temuto l’affermazione, trovandomi stesa con il laccio emostatico e la vena esposta, ma il tono della Benny mi ha rassicurata.

Cinque provette e non avvertire che un pizzico. “Quando fai la donazione, senti anche meno!”

Mi girava un po’ la testa, ma ho ostentato sicurezza, mentre mi rimettevo il giubbotto jeans per andare a fare l’elettrocardiogramma. Chi non lo fa vestito?

“Aspetta, dai che beviamo qualcosa insieme!”

Anne sdraiata davanti a me, non aveva ancora finito, mi ha guardato e sperato che io capissi.

La battuta mi ha sfiorato, sentendosi ormai tra amici: Rossini e birra in piazza, c’è la festa questo fine settimana!

Mi sono bloccata appena in tempo sull’evidenza analcolica: “vuoi pesca, arancia, albicocca…”

Verso la stanza dell’ecg ho ingoiato il mio succhino come in preda ad una disidratazione nel deserto.

Il lettino, non proprio sterile, mi ha fatto presupporre che Anne abbia effettuato un esame molto rilassata, tendendo gli addominali per non poggiare completamente la testa. Io, invece, ho tirato fuori il mio cavallo di battaglia, la diatriba sulla differenza tra la pizza romana e la focaccia pesarese. Benny, intanto, mi applicava i sensori, invitandomi a chiudere gli occhi, e forse, a tacere. “Fatto: tra venti giorni ci rivediamo in salute come ora, o meglio.” Mi ha salutato, cercando di interrompere un mio attacco di tosse.

Anne mi aspettava, ripassando l’informativa che ci hanno lasciato.

“Dai, tanto tra venti giorni ci possiamo prenotare!”

“A me non hanno detto dei venti giorni…”

“Ecco: io ho qualcosa che non va, lo hanno letto nell’elettrocardiogramma!”

Ho reagito con serenità, senza pensare che, come spesso accade, Anne si potesse essere distratta.

“Allora, come ho detto ad entrambi, ci chiamate tra venti giorni, vi diamo le risposte e potete prenotare”

La conferma di Priscilla.

avisUscendo dall’ospedale, tenendoci il braccio per suggestione, abbiamo condiviso la risposta all’unica domanda per cui non abbiamo mostrato tentennamenti: “perchè avete deciso di farlo?”

“Se è tutto a posto, è giusto, doveroso, dà un senso di futuro a noi stessi nel legame nascosto, profondo e vitale con gli altri.”

“E poi è tanto che lo diciamo, meno male che ho conosciuto questa mamma dell’Avis al Basket.”

 

Il pragmatismo di Anne, contrapposto al mio insanabile lirismo, ci ha portato al bar su via Branca, mentre cominciavano a sfilare i ragazzi con i cartelli del Friday for future. Forse non è stato casuale iniziare questo percorso proprio oggi, un 27 settembre in cui sento il profumo di maggio, nel quale si ribadisce la necessità di lottare uniti per difendere il pianeta. Un impegno che, dalle parole bell,e scritte e scandite dagli studenti, deve provare in ogni modo a diventare realtà, nei fatti realizzati dagli adulti.

“I potenti rammentino che la felicità non nasce dalla ricchezza né dal potere, ma dal piacere di donare.”

Lo ha detto Fabrizio De Andrè: è la mia traccia volante di oggi.

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