In nome di Carla e di Valerio

“Certo, forse non se lo sarebbe aspettata nemmeno lei: quel gruppo di ragazzetti scapestrati del Tufello, che le è rimasto vicino fino alla sua ultima ora, ha mantenuto la promessa. “A Ca’, hai visto: ce l’abbiamo fatta!” Abbiamo ottenuto la  regolarizzazione della Palestra, possiamo andare avanti per il bene del quartiere, in memoria di Valerio.” palestra scritta tufello Ci sono storie che riescono a racchiudere, tra le pagine vissute, persone, memoria, impegno, territori e futuro. Cominciano da atti coraggiosi, spesso si infrangono negli ostacoli di una fredda burocrazia, a volte regalano un lieto fine che sa di vittoria condivisa, come quella di una competizione sportiva in cui si è considerati perdenti e si riesce, insieme, anche grazie al sostegno dei tifosi, a ribaltare il risultato. La Palestra Popolare Valerio Verbano al Tufello, periferia nord di Roma, racconta questo e molto di più. Nata dall’occupazione da parte di un gruppo di ragazzi della zona, dal centro sociale Astrid 19 di via Capraia, dei locali delle ex caldaie delle case popolari, ridotti in stato di fatiscenza, è entrata subito nel cuore degli abitanti, a partire da quello di Carla Verbano, mamma di Valerio, studente e militante politico ucciso da terroristi di estrema destra, il 22 febbraio del 1980. Dopo la tragica morte del figlio, Carla ha stretto un rapporto speciale con una generazione di ventenni che le è cresciuta accanto, considerandola una preziosa figura di riferimento. E’ stata lei il primo pensiero di tutti loro, ieri, dopo la firma del contratto con l’Ater che regolarizza finalmente lo stato della palestra, chiude il processo penale a carico di chi ne ha la gestione e soprattutto garantisce un futuro stabile alla struttura. Una trattativa lunga che nemmeno il virus  è riuscito a fermare. Dodici anni di riunioni, scontri, cause, che hanno visto mutare gli interlocutori istituzionali e dell’Ater, fino a trovare nell’attuale amministrazione regionale e dell’ente, la possibilità di una visione comune su quello che deve essere l’aspetto fondamentale da tutelare: il valore sociale e non commerciale di un luogo. La Palestra Popolare Valerio Verbano da questo punto di vista ha un patrimonio immenso, evidente nella presenza costante dei cittadini che non hanno mai lasciato solo anche chi come Giulio Bartolini, tra gli organizzatori, ha vissuto questi anni sospeso: alla soddisfazione delle attività e dei successi sportivi si alternava il timore che tutto potesse finire in uno sgombero e nel pagamento di una condanna salata. Giulio aveva 28 anni, il 6 ottobre del 2008, quando inaugurarono gli spazi resi irriconoscibili dal duro lavoro di dodici mesi, svolto insieme ai suoi amici, oggi ne ha 39, domani avrebbe atteso in ansia la sentenza definitiva, ma non dimenticherà mai l’11 maggio che, invece gli ha permesso di mantenere la promessa più importante. A Carla aveva detto che avrebbero provato in tutti i modi a rendere la Palestra un luogo stabile per dare un’opportunità diversa ai ragazzi della zona attraverso lo sport, così è stato e così sarà. La sua traccia dimostra la forza delle idee, dell’impegno, della volontà e di una comunità unita che non dimentica la propria memoria per portarla avanti viva.  

La traccia: la Palestra Popolare Valerio Verbano

“Domani ci sarebbe stata l’ultima udienza. Al 99% avremmo perso: ci avrebbero condannato a pagare 350 mila euro di danni e programmato lo sgombero. E’ andata diversamente. Con 48 ore di anticipo abbiamo vinto noi. L’accordo siglato ieri con l’Ater permetterà alla storia della Palestra Popolare di continuare, di ripartire proprio dalla promessa che, quando tutto è cominciato, 15 anni fa, abbiamo fatto a Carla.

Eravamo un gruppo di ragazzi un po’ scapestrati, venivamo da esperienze politiche, ma anche dalla realtà della strada, convinti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Lo stabile che occupammo cadeva a pezzi, gli amici che lavoravano nell’edilizia ci confermarono che sarebbero serviti un sacco di soldi per rimetterlo in piedi. Noi non ce li avevamo, ma in compenso possedevamo le idee e la voglia di realizzarle. La prima occupazione simbolica l’abbiamo messa in atto nel maggio del 2005 per denunciare lo stato di abbandono dei locali. Eravamo reduci dallo sgombero del cinema di Viale Jonio, quindi all’inizio in molti si chiedevano cosa avremmo potuto farci all’interno. Dopo alcune consultazioni la risposta ci venne proprio dal quartiere: al Tufello erano anni in cui stava tornando il boom della diffusione delle droghe, una palestra avrebbe permesso di lavorare sui giovani, offrendo loro uno spazio e delle opportunità per costruire alternative.”

palestra inizio 2“L’obiettivo era chiaro, dovevamo solo capire come realizzarlo. Per un anno organizzammo iniziative per raccogliere fondi con il sostegno massimo di tutti coloro che conoscevano la nostra storia e il legame forte con il territorio. Al mercato del Tufello, il sabato si poteva trovare il banchetto con le signore che fermavano: “levateve qualche euro dalla spesa e datelo a ‘sti ragazzi che si stanno dando da fare per tutti noi”. Il primo ottobre del 2007 abbiamo iniziato i lavori. Le stesse signore del quartiere ci portavano da mangiare oppure passavano all’ora di pranzo e ci invitavano direttamente a casa, a tavola con la famiglia, per riposarci un po’. Il 6 ottobre del 2008 abbiamo inaugurato la palestra.”

“Quel giorno, per noi inimmaginabile, Carla, che conoscevo da quando ero ragazzino, mi prese da parte e mi disse: “ti prego, promettetemi che farete di tutto per regolarizzare questo posto, perché rimanga una presenza stabile nel quartiere.” Avevo 28 anni, ho promesso, ma dentro di me mi sono chiesto: “Ce la farò?”

E’ venuto naturale dedicare la palestra a Valerio, figura fondamentale per la storia del Tufello ed anche grande sportivo, faceva karate. Abbiamo voluto, però, specificare subito il senso che aveva per noi l’aggettivo popolare. La nostra palestra non è mai stata il luogo dove fanno sport solo i militanti, subalterna al centro sociale. Per noi popolare significa che, indipendentemente dal discorso politico, deve essere uno spazio che ridà al popolo ciò che è stato tolto, ossia lo sport. Ci sono quelli che definisco i “centri commerciali sportivi” dove accedi se hai un iban da cui prelevare i costi elevati per ogni servizio offerto, noi invece, diamo la possibilità, a chiunque lo volesse, in qualsiasi condizione economica, di frequentare un’attività, senza perdere di vista la qualità. Per noi è un aspetto importante: i nostri istruttori e preparatori atletici sono tutti diplomati con enti e federazioni di riferimento o laureati IUSM. Abbiamo fatto in modo che i locali accogliessero nella massima sicurezza e nella completa agibilità i tanti che li hanno vissuti, seguendo i diversi corsi che mettiamo a disposizione. Alla Palestra popolare si possono fare sport di combattimento, arti marziali, ma anche ginnastica artistica e pilates. Siamo aperti dal primo pomeriggio a sera inoltrata, per tutte le età: il martedì e il giovedì la mattina per chi fa pilates. Nei fine settimana ci sono stage e seminari.”

“Siamo un luogo vivo, un riferimento reale per il quartiere, a cui mancava solo la regolarizzazione. Abbiamo avviato le pratiche con l’Ater sin da quell’ottobre del 2008: nel 2011 ci ha citato in giudizio. Ci siamo rivolti a tutti gli interlocutori preposti, dall’amministrazione regionale a quella comunale, dichiarandoci disponibili a pagare l’affitto, purchè si riconoscessero le spese che avevamo fatto: circa 80 mila euro di tasca nostra, frutto delle raccolte, ma anche dei finanziamenti richiesti alle banche. Non hanno mai accolto le nostre proposte, arrivarono a chiederci una somma di settemila euro, a loro avviso dovuta, visto che si trattava di un locale commerciale appetibile in una zona della città, tornata “in” dopo l’apertura della metropolitana. Intanto è proseguita la causa che, per me e gli altri coinvolti direttamente, ha significato avere l’angoscia quotidiana di essere condannati a pagare 350 mila euro di danni. La situazione è cambiata negli ultimi due anni: sono entrate in scena persone nuove con approcci molto diversi, sia nella direzione dell’Ater, sia in Regione, penso alla consigliera Marta Bonafoni. Un mutamento di rotta evidente negli incontri: se, fino a quel momento, spesso rischiava che diventassero occasioni per far uscire fuori la nostra anima coatta, sono diventati realmente momenti di confronto per arrivare alla soluzione. Devo sottolineare che sia prima, sia dopo, un sostegno fondamentale per noi è arrivato dall’avvocato Fabio Grimaldi che ci ha seguiti, mettendoci a disposizione la sua grande professionalità, ma anche la forza di un padre e la vicinanza di un amico. Quando avremmo voluto mollare, c’era lui, pronto a dirci di non provarci proprio, non ce lo avrebbe mai permesso.”

“Attorno ad un tavolo pacifico, con persone consapevoli di quanto avevamo fatto, è stato riconosciuto il valore sociale più che commerciale della nostra palestra. L’approvazione della legge regionale che ha riconosciuto la regolarizzazione di alcuni stabili occupati, ha fatto il resto. A fine gennaio eravamo pronti a siglare l’accordo, volevamo arrivare a festeggiarlo proprio il 22 febbraio, nel quarantennale della morte di Valerio. Ci hanno frenato alcuni intoppi burocratici e poi il coronavirus. Solo che noi non potevamo fermarci, perché avevamo fissata un’altra data, quella del 13 maggio nella quale rischiavamo la condanna e quindi ben altra fine per la nostra storia. Pur nelle difficoltà di dover gestire l’economia della palestra chiusa come imposto dai decreti, con le utenze e i rimborsi agli istruttori da pagare, abbiamo portato avanti riunioni su zoom, dove basta una parola detta male che si va in confusione. Abbiamo tenuta botta fino a ieri che ha significato la vittoria finale.”

“L’assegnazione, ma soprattutto la regolarizzazione ci mette nelle condizioni di poter accedere a bandi pubblici, richiedere finanziamenti per progetti, stipulare contratti più strutturati con gli istruttori. L’11 maggio diventa un altro riferimento fondamentale della nostra storia: da qui possiamo continuare con la garanzia di un futuro. Appena si potrà, faremo una grande festa con tutto il quartiere che non ha mai smesso di sostenerci.”

“Per quello che mi riguarda, a 39 anni posso dire: ce l’ho fatta. Mi stanno arrivando centinaia di messaggi da parte dei compagni più vecchi che mi commuovono, scrivendomi “non ci siamo riusciti noi, voi sì”. Mi manca quello più importante, anche se me lo immagino. La signora Carla, seduta sulla sedia della sua cucina, con l’immancabile sigaretta in bocca, troverebbe comunque qualcosa da ridire. Era fatta così. Quando avevo tredici anni mi mettevo per strada a raccogliere offerte per i cento giorni, se mi incontrava si arrabbiava “ma che combini, che non stai mica al liceo!”. Un rapporto franco, stretto, quasi di sangue che è continuato, per il quale sapevo bene che potevo raggiungere un traguardo, mi avrebbe spronato a fare di più. Certo, forse non se lo sarebbe aspettata nemmeno lei: quel gruppo di ragazzetti scapestrati che le è rimasto vicino fino alla sua ultima ora, ha mantenuto la promessa. “A Ca’, hai visto, ce l’abbiamo fatta!”.

palestra Carla Verbano

La traccia volante: “E solo una cosa mi ripeto, mentre mi alzo ogni mattina da trent’anni: sia folgorante la fine, di questa storia.“ Carla Verbano.

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