Dis -occupatissima

“Tu sei a casa: che problemi hai se c’è sciopero a scuola?” oppure, peggio: “beata te che non hai orari e cartellini da timbrare!” Quanti errori di valutazione in quel “beata” ma anche negli orari. In realtà non avere un impiego socialmente riconosciuto comporta turni infiniti di pensieri e di azioni, senza limiti neanche nella notte.

disoccupata

“Ma tu sei una madre, ti puoi dedicare ai tuoi figli, hai un compagno che lavora: hai tempo per riprendere…” L’affermazione, che parrebbe l’ovvia deduzione di un parroco negli anni 50, me l’hanno rivolta, spesso, laici e colti conoscenti coevi, incontrandomi negli ultimi 36 mesi di formale disoccupazione. Una parola ed un aggettivo derivato, con cui, solo da poco, ho imparato a convivere. C’è quel sottile imbarazzo nel definirsi rispetto al mondo, per cui si cercano ardite perifrasi: “Veramente lavoro da casa, non in casa, sia chiaro ( non sia mai mi vedano intenta a lottare con la polvere e a brandire minacciosa un ferro da stiro!); sto aspettando che parta un progetto; ho preso un breve, breve, periodo di riflessione per ricaricarmi, ma nel frattempo non mi fermo mai; svolgo varie attività a guadagno zero ( quando sono in vena ironica, la uso con successo).”

Lo ammetto, cresciuta nella normalità dell’indipendenza, tornata in ufficio dopo quattro mesi dalla nascita di Viola, con il cuore in pezzi, ma operativa; al computer mentre allattavo Luca, impiastricciando la tastiera: non sono mai riuscita a vedermi senza una regolare occupazione che mi facesse correre, incastrare orari e soprattutto permettermi di pagare i miei acquisti compulsivi, senza eccessivi sensi di colpa per conto terzi. Lo conosco lo sguardo delle altre, di quelle che non hanno mollato, compassionevole e fiero, davanti a chi considerano un simbolo del fallimento nella parità di genere. “Tu sei a casa: che problemi hai se c’è sciopero a scuola!” oppure, peggio “beata te che non hai orari e cartellini da timbrare!” Quanti errori di valutazione in quel “beata” ma anche negli orari. In realtà non avere un impiego socialmente riconosciuto comporta turni infiniti di pensieri e di azioni, senza limiti neanche nella notte.

Nel tempo che non ho dedicato a mistificare la mia condizione, ho deciso, però, di non focalizzare il centro del mio essere sui bambini. Ci sono come assistente scolastica, accompagnatrice, cuoca, consulente emotiva, uditrice, personal trainer, clown, portavoce, ma non a tempo pieno e, fondamentale, non agisco per obiettivi. Viola e Luca, forse con compassionevole o opportunistica partecipazione, sostengono la mia impresa psicologica, professionale, etica e civile. “Mamma lavora al computer: ci scrive, ci parla, quando si impalla, gli urla contro.” Quando ho letto in un tema di quelli inchiodanti, sulle professioni dei genitori, la definizione elaborata da Viola sulla mia occupazione, anche se ai limiti dell’intervento di un’assistente sociale, per ringraziarla, le ho comprato una Lol (bamboline per multimilionari cinici, 26 euro la più piccola). Dallo sguardo dei miei figli, a volte preoccupato davanti alla mia isteria da contatto, viste le ore infinite trascorse insieme, ho preso la forza per accettare la mia condizione e scorgere, senza il crudele buonismo delle impegnate mamme, i vantaggi. Non era previsto che la disoccupazione durasse così tanto, ma è vero che in mezzo ho provato a cominciare e infilare piccoli lavoretti, inventandomi e riscoprendo le mie abilità, spesso quelle dei miei primi incarichi professionali. Riesco persino a ripensare con un sorriso alla faccia della responsabile del centro per l’impiego pesarese che, davanti al mio entusiasmo nel ribadire di aver collaborato con professori e intellettuali a livello nazionale, di aver coordinato gruppi e progetti di comunicazione, mi ha invitato a barrare la casella “gestione di eventi e sagre”. Per un po’ ho aspettato con ansia che mi arrivassero proposte per quella delle pesche di Montellabate o la prestigiosa del tartufo di Acqualagna. Certo è andata peggio a mia sorella: la sua esperienza di restauratrice, da Santa Croce a Sant’Agnese, le è valsa la casella “dog sitter”.

Non ci si arrende, con una dose massima di ironia ed una residua, ancora viva, di autostima.

Qui sta la scoperta del vantaggio. Sarò pure disoccupata, ma non mi sono mai data per scontata. Non so se possa affermare che sarei stata serena se avessi trovato il modo per continuare a timbrare il cartellino, magari aspettando le 7 ore e 52 in un ufficio ad inventarmi mansioni, o in redazioni agguerrite a sacrificare feste e saggi dei piccoli per guadagnare uno spazio in più.

Rispetto e stimo coloro che resistono nella loro quotidianità, ma io forse non ce l’avrei fatta. Dispiace per quelle mie buste paga, conservate come un cimelio da Gian, che aiuterebbero, ma sono certa che la mia instabile stabilità produrrà mesi di occupazione felice e forse, chissà, un poco retribuita.

Un giorno un mio amico scrittore mi mandò un messaggio per cercare di lenire una delle mie tante crisi esistenziali: “Vale, ricorda: il guerriero può provare dubbio e paura, ma ad essi non si inchina, la sua dignità vale mille spade.”

Ed io ne ho ancora tante nell’elsa, magari incastrate, ma le userò.

Vincono idee e storie delle donne americane

#eccheccevò

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2 risposte a "Dis -occupatissima"

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