Comunque scrivere

Scrivere a Pesaro”, un collettivo si sarebbe detto negli anni passati, ora un gruppo su facebook che però vuole essere anche reale. Da venti, a trenta, ora siamo 78 componenti: denominatore comune la scrittura, l’amore per le parole e la loro democratica diffusione. C’è chi non ha mai pubblicato nulla, ma lavora nell’editoria o nel settore della comunicazione, ci sono i preziosi librai della città e poi, i folli scrittori. In regia, l’eclettico Paolo Pagnini. Ieri il primo incontro pubblico: un racconto, senza genere, che continua.

scrivere a pesaro 3La giornata è cominciata con una mail, presto, alle 7, in uno di quegli orari in cui dovrebbe essere proibito disturbare anche in maniera virtuale. L’ho inviata ad un nuovo alleato che non ho mai incontrato, ma con cui condivido la follia di voler scrivere e provare anche a vivere di questo. Da pochi giorni quindi ragioniamo su future collaborazioni con brevi comunicazioni, attraverso le quali passa simpatia e solidarietà.

La mattina ha preso poi la corsa consueta: i bambini da minacciare per arrivare in tempo a scuola; pratiche in banca (per fortuna scambiando chiacchiere con dipendenti e direttore); preci in altri uffici per evitare di pagare una multa (senza troppe parole); un passaggio dai genitori influenzati e poi un breve giro nella redazione del Resto del Carlino.

Grazie ad Elisabetta, spero nuova amica pesarese, storica firma dello sport, ho visitato le stanze, alle 10.30 silenziose e spente, dove si compie, dalle 12 in poi, il rito della riunione di redazione e della realizzazione delle pagine cittadine. Nella piacevole conversazione attorno al grande tavolo ancora vuoto, lo scambio è finito sulla precarietà appassionata del nostro lavoro: quella voglia resistente di raccontare, interessarsi e informare, nonostante contratti volanti, spesso inesistenti, che mantengono, come un elisir di giovinezza, le nostre vite sospese in una eterna speranza di futuri più concreti. La conferma di questa condizione endemica, in cui ci troviamo paradossalmente a nostro agio, l’ho data nel salutare il capo redattore: “se dovesse servire, vi mando qualche pezzo con piacere.” Ovviamente ho lasciato intendere che avrei devoluto per la gloria le mie storie. Fluttuando come una Paris Hilton attempata con la borsa piena di quaderni, il portafogli con l’effigie di un bulldogg a presidiare pochi euro e la busta verde, piena, con la multa da saldare, ho salutato Elisabetta, felice di avere la sua storia rivista e corretta da pubblicare.

Il pranzo, come spesso accade, è stata una parentesi di pasta e inchiostro. Il piatto in bilico tra quaderni e computer, mentre continuo a sistemare appunti e preparare nuove pagine da riempire. Gli operai sistemavano dei lavori sulla terrazza, creando boati da farsi odiare da tutto il vicinato, forse anche da colui che provavo ad intervistare, scrivendo con il telefono penzolante, mentre preparavo le borse per la palestra dei bambini.

Ho dovuto anche predisporre tutto per il rientro perché poi la sera c’era l’incontro di Paolo, con gli scrittori, in libreria ,e dovevo riuscire a stare almeno un’ora fuori casa, sola.

Paolo è Paolo Pagnini, eclettico personaggio pesarese, un comunicatore che utilizza ogni mezzo per raggiungere spettatori, utenti, lettori, ascoltatori. Una delle prime persone che ho tenuto a conoscere quando sono arrivata a Pesaro. L’inventore, con altri due soci, del Pesaro Village, la struttura che fa divertire grandi e piccini in città: generazioni cresciute a sfidarsi in gare di mini trattori nei circuiti in piazza, a ridere del teatro mai banale, a cantare e vivere un evento insieme. Paolo è stato anche uomo di tivù in una delle sue tante vite precedenti, ha avuto negozi, forse anche lavorato in banca. Paolo scrive, questo demone ha colto anche lui che però lo ha trasformato prima in tanti libri online e uno cartaceo, sorprendente, e poi in un esperimento di condivisione. Si è inventato “Scrivere a Pesaro”, un collettivo si sarebbe detto negli anni passati, ora un gruppo su facebook che però vuole essere anche reale. Da venti, a trenta, ora siamo 78 componenti: denominatore comune la scrittura, l’amore per le parole e la loro democratica diffusione. C’è chi non ha mai pubblicato nulla, ma lavora nell’editoria o nel settore della comunicazione, ci sono alcuni preziosi librai della città e poi, i folli scrittori. 

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Ieri era la nostra giornata di risonanza mediatica. Tre minuti a disposizione di ognuno per presentare noi e le nostre ultime opere, davanti la telecamera di Rossini Tv, canale 633 del digitale terrestre, nei locali della libreria Campus, intervistati da Antonino De Gregorio, il libraio del mare. Già poteva partire una fiction, un breve documentario, un film inglese dove all’improvviso lo scrittore più anziano impazzisce, sequestra tutti i presenti ed inizia un nuovo Decamerone.

Non è finita così, ma la trama non è mancata.

Sono arrivata trafelata, come al solito, con gli occhi colanti di matita nera e la mia giacca ingombrante. Il fiato è tornato, guardando i volti dei presenti. Non ce ne era uno simile: non una scarpa ripetuta, una pettinatura di donna assimilabile, un colore e stile di maglia affine. C’erano almeno 20 personaggi, tesi e divertiti, pronti ad andare in scena. Sul tavolino, sparsi, i nostri libri, confusi come era giusto che fosse tra copertine elaborate e ciclostili. Antonino con il microfono che provava a gestire, con tenera ironia, l’emozione di chi non aveva mai parlato di sé davanti ad una telecamera e con un limite orario, perché si sa: quando si comincia, per la prima volta, superato l’imbarazzo, l’impresa più difficile è fermarsi.

scrivere a pesaro 6Seduta in seconda fila, mi sono goduta un’ora del meraviglioso spettacolo della resistenza culturale che è fatta di battute incomprensibili, di parole dai significati desueti, di sentimenti offerti generosi, di conoscenze specifiche donate, di esperienze dolorose e aneddoti spassosi che si librano senza controllo. Mi guardavo tutte le copertine che avevo intorno sugli scaffali, dalle edizioni prestigiose dei grandi classici alle lucide effigi su cartone patinato delle soubrette televisive dispensatrici di lezioni di yoga, ma nelle orecchie avevo le voci diverse che si alternavano: la sicura, la disinvolta, la tonale, la bassa, la veloce, la suadente, la professionale.

Le atmosfere si sono fatte psichedeliche come i contenuti dello scritto di ognuno.

Da una favola su un babbo natale con il mal di schiena ad un viaggio alla ricerca del tesoro degli Ashanti nelle terre d’Africa; dall’incontro delle mani in un intreccio di sociologica empatia sul fine vita all’amore per un cane che mette il cuore al guinzaglio; dalla pubblica manifestazione di sé del divi del cinema negli anni 60 ai battiti d’animo di poesie intimiste; copertine essenziali per romanzi di musicisti, generati dalla neve e racconti più ponderati, presentati con immagini accurate da spiegare; gialli, racconti d’amore, diari alla ricerca delle origini; pagine per denunciare la condizione delle donne e altre per rigenerarsi con uno zainetto di pensieri ingegneristici appassionati e folli; ricostruzioni storiche, ricerche antropologiche e quotidiana attualità. Sessanta minuti senza pause, nemmeno per tossire, sbadigliare, rispondere ad un messaggio sul telefono.

la zampata“Ne mancano tre, dopo c’è Valeria Staffetta.” Il mio nuovo nome d’arte che evoca sogni di passati partigiani, ha portato anche me sulla poltroncina, in quei tre minuti in cui ho provato a raccontare l’importanza di raccontare Nikki e la sua battaglia nel nostro La Zampata della tigre.  Ho voluto, però, concludere, dopo aver accennato al blog ( parlo veloce…), con una dedica alla strepitosa platea: “non dimentichiamoci che siamo tutti meravigliosi, basta accorgersene.” Molto Renato Zero, lo so, ma il clima imponeva uno scarto emozionale e quasi un abbraccio collettivo.

Paolo ha parlato per ultimo del suo romanzo polifonico e, da esperto, non ha messo la parola fine ma decretato il “continua…”, invitando a trovare il regalo migliore nell’ultima pagina che è: “vivere ciò che si è raccontato.”

Per salutarci una gran confusione tra libri che cadevano e poi “se ne devono portare altri per venderli?” Siamo i peggiori imprenditori di noi stessi. La proposta di rivedersi il 27 dicembre per una maratona di letture alla Biblioteca San Giovanni o prima, il 22, per uno slam poetry nel salone di Palazzo Gradari.

Parole che si incrociano, si scontrano, ma non si perdono per ritrovarne poi altre, quasi in una dimensione parallela che per una sera, in maniera un po’ folle, alla Pagnini, mi verrebbe da dire, è diventata reale.

L’esperimento continua e questo verbo mi ha fatto saltellare verso casa, ebbra non si sa di quale sensazione. Ho inviato, camminando, un messaggio in chat sospeso alla mia amica Laura su prove di scritture teatrali future, cercando di evitare emoticon di saluto, mentre scorgevo una notifica su facebook che mi rimandava ad un post di Elisabetta: mi ringraziava per aver raccontato la sua storia con garbo.

Nella corsa per dover preparare la cena, in ritardo massimo per i bambini, svuotare le loro borse della palestra, controllare i compiti, ho letto la risposta del mio nuovo alleato che, in orari più civili, mi chiedeva: “mi sa che siamo tutti e due matti idealisti, ma ce la faremo?”

Dopo la giornata e soprattutto la serata di ieri, mi viene da rispondere che vale la pena provarci. Raccontare gli altri, incontrarli, ascoltarne l’originale pienezza e poi provare a scriverne per lanciare un raggio di tanti colori nell’accecante pigrizia di omologazione rassegnata, è un privilegio che bisogna difendere.

Mi sono addormentata tardi, come al solito con il mal di testa, ma con il messaggio dolce della mia amica Cinzia: perché le parole non sono mai scontate, fanno sempre un gran bene e comunque val la pena scriverle.

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