Mena e Manfredo

Che non sarebbe stato facile, Manfredo deve averlo capito subito, ma quella ragazza dagli occhi trasparenti che incontrò, per caso, in una mattina del 1939, al decimo piano di un palazzo di Viale Angelico lo ammaliò, tanto da fargli scendere le scale, saltando a piedi uniti.

nonna e nonno lilliNonno Manfredo comprava tantissime tazzine per il caffè. Ogni volta che andavamo a fare la spesa insieme, non resisteva, diceva che lo faceva per nonna. Quando tornavamo a casa, nonna, però, cominciava a strillare che non sapeva più dove metterle. Lui fingeva di offendersi perché non era stato apprezzato il suo gesto e così frenava gli ulteriori motivi di rabbia di nonna per i tre chili di arance, la mezza forma di parmigiano, il chilo di caramelle a spicchi. Nonna aveva in mano il bilancio della famiglia e nonno non sapeva contenersi. Erano i loro ruoli, accettati in maniera naturale, con qualche lancio di pantofola e molti sorrisi riparatori. Un’alchimia che ha consentito loro di vivere più di 50 anni insieme, di crescere tre figli e cinque nipoti nel segno dell’amore, quello vero che non fa sconti e non si sa risparmiare.

Che non sarebbe stato facile, nonno deve averlo capito subito, ma quella ragazza dagli occhi trasparenti che incontrò, per caso, in una mattina del 1939, al decimo piano di un palazzo di Viale Angelico lo ammaliò, tanto da fargli scendere le scale, saltando a piedi uniti.

nonna menaMaria Filomena, era partita da Bojano, il suo amato paese dove tutti la chiamavano “percochella” per la profumata morbidezza della sua pelle, decisa ad agguantare la vita a Roma: lei che amava andare a teatro e aveva lasciato il bello ricco che non si era imposto con la sua famiglia per sposarla.  Di lui, si era tenuta solo una scatola di legno con fili e bottoni che mia mamma ancora conserva. Nella grande casa di Prati era trattata come una figlia da donna Gianna e don Ugo, rappresentante della milizia fascista.

Manfredo aveva 23 anni, era arrivato con il fratello dall’ Abruzzo a soli 16, lavorava anche lui per la milizia (non raccontava questi particolari con piacere, lui che poi ho sempre visto con il Paese Sera tra le mani e che, come unica imposizione, alle elezioni, raccomandava a nonna di sbarrare il simbolo con la falce e martello).

Quella mattina di primavera del 39 doveva consegnare un documento e non si sarebbe mai aspettato che a riceverlo fosse quella venere con i capelli ondulati e lo sguardo fiero.

“Don Ugo, c’è un vecchio che la vuole!” Quando lo raccontava, nonna sorrideva ironica, nonno aggiungeva, invece, la precisazione che era l’abbigliamento dell’epoca a far sembrare più adulti. Il destino aveva già cominciato a definire le sorti di quei due ragazzi che non avrebbero più smesso di prendersi in giro.

Manfredo la corteggiava e lei lo rifiutava. Le diede l’anello nei giardini di Santa Lucia, Mena lo lanciò nel prato perché non aveva aggiunto al gesto, benchè romantico, la comunicazione della data del matrimonio che invece arrivò: l’11 febbraio del 1941.

Poco dopo lui partì per il fronte e lei, incinta, tornò al suo paese dove partorì zio Primo. Tornò subito a Roma e, quando la guerra finì, lasciò le 3 camere con salone e servizi del decimo piano per andare a vivere nella stanza ammobiliata del suo alto e forte marito abruzzese. La sua speciale dolcezza, però, riusciva ad entrare nel cuore delle persone come in quello della leggendaria figura del portiere del palazzo di Viale Angelico che le permise di adattare a casa, una cantina dello stabile. Ci rimasero poco tempo, giusto quello che servì a nonno per avere un regolare stipendio da tranviere e potersi permettere l’affitto proprio di quell’appartamento dove si erano conosciuti. Vennero le altre due figlie, zia Rita e Lucia la mia mamma, narratrice dell’inizio di questo amore che poi ho potuto vivere con i miei occhi di nipote nella loro quotidianità che era fatta anche di ricordi condivisi.

Quando eravamo un po’ più grandi, nonna ci raccontava di come andasse a riprendere nonno al deposito dei tram la sera per evitare che tornasse troppo tardi ( lui precisava che non voleva andasse a giocare con i colleghi). Nonno invece si illuminava a descrivere la bellezza della sua Mena che tutti gli invidiavano da Roma, a Bojano, a Pratola, il suo paese e durante i viaggi che facevano con le comitive in pullman.

C’ è un’immagine che, crescendo, mi ha restituito il senso del loro legame.

Ci fu uno sciopero generale dei tranvieri lungo, al quale nonno aderì, ma non voleva far preoccupare nonna: erano anni difficili, nei quali stare giornate senza stipendio era dura, per cui usciva comunque tutte le mattine alle cinque per farle credere che continuasse a lavorare. Mena però aveva le sue percezioni lo seguì e scoprì che partecipava alla protesta. Lui pensava che si arrabbiasse, invece lei lo guardò con quelle perle che sapevano spaventare ed emozionare, lo abbracciò e gli sussurrò che era orgogliosa di suo marito. La commozione di nonno suonava forte nelle parole.

I miei nonni provavano quei sentimenti che generavano reazioni in chi stava loro accanto: non poteva lasciare indifferenti vederli insieme. Si baciavano tanto, un gesto che non strideva con il colore dei loro capelli, e non ci imbarazzava perché era naturale, spesso seguiva una delle loro mitiche litigate. Discutevano spesso per motivi futili: nonno che voleva sempre mangiare e si nascondeva i cioccolatini, nonna che lo scopriva e gli tirava le pantofole.

Con noi nipoti i ruoli si confermavano : Mena il generale gentile, Manfredo il casinista, ma risolutore. Nonno ci sgridava perché correvamo per casa mentre era assorto a guardare il giro d’Italia, nonna gli gridava di non urlare; nonno ci copriva se rompevamo un piatto di ceramica di nonna, lei se la prendeva con lui.

Ogni Natale non mancava per Mena il pacchetto della profumeria di via Cola di Rienzo, un’essenza che ancora mi fa voltare se solo ne avverto l’aroma; per Manfredo un trionfo dalla cucina, senza limiti: il primo piatto servito e il più pieno.

Amavano la vita, insieme, con ironia e libertà. Nonno aveva una predilezione per le signore prosperose e ci scherzava, anche davanti a noi, con il suo fascino da Anthony Quinn. Nonna lo sapeva e lo faceva fare, tanto bastava che citasse il suo primo amore di Bojano per vederlo tornare con occhi, testa, sorriso e anche scucchia gelosa, solo per lei.

“Non ti fissare con un solo fidanzato, qualcuno ne devi avere, prima di capire che hai trovato quello giusto”, mi disse una volta nonna, mentre mi faceva dondolare sulle sue ginocchia anche se già adolescente. Era un rito di cui, essendo la più piccola di casa, penso di aver beneficiato fino a quell’ultima domenica in cui ci preparò la pasta fatta in casa.

“Ricordati che sei bella e lo vedranno pure gli amici nuovi che conoscerai”, è stata invece l’ultima frase che mi regalò nonno, nel pomeriggio precedente il mio primo giorno al ginnasio, mentre gli raccontavo la mia ansia. L’ultima chiacchierata insieme prima dell’ictus che ce lo portò lentamente via.

nonna e nonno cuore

Se ne è andato prima lui. Nonna sembrava piccolissima mentre dava indicazioni per preparare caffè nel rito del consuolo (utilizzammo quasi tutte le tazzine che nonno aveva comprato negli anni).

“Non ce la faccio nemmeno a dire Gesù”, ripeteva: promise e mantenne, che dopo la morte del suo Manfredo, non sarebbe mai più entrata in una Chiesa. A noi che pensavamo che non ce l’avrebbe mai fatta senza di lui, diede un’altra lezione della forza del loro amore che doveva continuare a difendere il patrimonio che avevano generato. Nonna recuperò le energie e ci stupì. Decise di vivere da sola nella loro casa: non disse Gesù, ma per altri dieci anni, pronunciò le parole giuste per ognuno di noi.

Insieme, a Natale, nel bel salone di quel grande appartamento di via Tullio Levi Civita, comprato con il fiero mutuo finito di pagare pochi anni prima della morte di nonno, ricordavamo, ridendo, di lui, di loro due, di quelle litigate e di quei baci.

Se devo pensare all’amore, penso spesso a Manfredo e Mena, due ragazzi che lasciarono i loro paesi per ritrovarsi sulle scale di un palazzo di Prati. Si riconobbero subito, anche se lei fece finta di non accorgersene: si scelsero, rispettarono, curarono, litigarono, forse si tradirono senza dirselo, risero e si baciarono tanto.

Un sentimento partito in bianco e nero che poi si è colorato di ogni sfumatura. L’amore senza epoche: una  libera appartenenza con qualche sana pantofola in aria e tante tazzine del caffè.

nonna e nonno pantofole

 

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