Matteo infermiere in lotta contro la violenza sulle donne

La mia tesi non è stato un lavoro di indagine a scoprire se e come vengano rispettate le linee guida, ma un contributo per farle conoscere e ribadire che c’è uno strumento in più da utilizzare per aiutare le vittime di violenza che, spesso non hanno la forza nemmeno di riconoscere ciò che stanno subendo.”

matteo discussione della tesiMatteo Brandoni ha 23 anni è di Castelfidardo, in provincia di Ancona. Il 27 novembre si è laureato in infermieristica alla Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università Politecnica delle Marche. Titolo della sua tesi: “Il ruolo dell’infermiere nella lotta contro la violenza sulle donne.” I dati crescenti riguardanti le vittime di quella che non si può nemmeno più considerare un’emergenza, rendono il tema affrontato da Matteo, una scelta tristemente radicata nella realtà. Tuttavia i risultati di recenti ricerche sulla percezione che la società ha rispetto alle responsabilità di tale barbarie, rendono l’attenzione e lo spirito con il quale questo studente ha affrontato l’argomento una luce da seguire e diffondere. Nelle parole con le quali Matteo racconta le motivazioni per le quali ha deciso di dedicare la parte finale del suo percorso di studi alla ricerca e alla comunicazione degli strumenti già previsti da un Decreto del Presidente del consiglio dei Ministri del 2017, c’è la speranza di una volontà a richiamare ad un impegno reale e collettivo per sostenere le donne, vittime di violenza e impedire ce ne siano altre. Lo spirito con il quale Matteo affronta anche la sua professione, segnata da uno stato di inquietante sottovalutazione nelle problematiche di gestione ordinaria, aggiunge speranza alla necessità che si imponga l’empatia contro la superficialità e l’indifferenza. E’ una traccia che vuole fornire un piccolo contributo a dimostrare, qualora ci fossero ancora dubbi, quanto si debba contare su chi è nato alle porte del 2000 per rilanciare il clima positivo di un paese.

La traccia: la tesi di laurea per combattere la violenza

Ho descritto come si dovrebbe accogliere in pronto soccorso e seguire fino alle dimissioni una donna vittima di sospetta o dichiarata violenza. Tutto è iniziato da quando ho cominciato a seguire le lezioni di medicina legale della professoressa Loredana Buscemi, presidentessa dell’associazione genetisti forensi italiani. E’ lei che ha contribuito a stilare le linee guida per le Aziende Sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso ed assistenza socio sanitaria alle vittime di violenza contenute nel decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 novembre del 2017. Ho trovato nella professoressa un riferimento importante per trattare un tema che ho sentito il dovere di approfondire.”

La motivazione

matteo violenza sulle donne.jpgI dati parlano chiari, non ci si può sentire esclusi dal problema: i casi di violenza sono continui e diffusi. Si dice che ora sia più conosciuta, si è più sensibili all’argomento, ma ancora oggi 8 donne su 10 vittime di violenza non denunciano. L’ho scritto nella mia presentazione: è necessario che ognuno, al di là del genere, della professione e del ruolo che ricopre, trovi il modo di dare il proprio contributo ad occuparsene.”

Ho raccolto il materiale, utile a mostrare come quotidianamente se ne facciano carico coloro che lavorano all’interno delle strutture ospedaliere. Ho preso come campione l’Ospedale Torrette di Ancona, usando le informazioni ottenute come esempio, soprattutto al momento della discussione della tesi. Il mio non è stato un lavoro di indagine a scoprire se e come vengano rispettate le linee guida, ma un contributo per farle conoscere e ribadire che c’è uno strumento in più da utilizzare per aiutare coloro che spesso non hanno la forza nemmeno di riconoscere ciò che stanno subendo.”

matteo giovaneNon avevo mai affrontato prima questa materia, ma sono cresciuto circondato dall’amore di molte figure femminili, nonna, mamma, zie, anche per un senso di gratitudine nei loro confronti, ho deciso che avrei dedicato la tesi ad approfondire il modo per stare a fianco, nel mio ruolo di infermiere, alle donne, vittime di violenza. E’ stato proprio grazie a coloro che hanno seguito e sostenuto la mia crescita umana e formativa, che ho scelto di iniziare il mio percorso di studi. Ho capito, però, quanto amassi la mia professione solo quando ho iniziato a farla senza sentirne il peso. E’ maturata la consapevolezza che ciò che mi torna indietro dai pazienti, è sempre maggiore rispetto alla fatica e alle difficoltà quotidiane di un lavoro ancora non molto riconosciute. Più diventano gravi le patologie con le quali mi sto confrontando, più aumenta la mia empatia: credo che sia il dato da cui si possa capire se si è in grado o meno di fare il mio mestiere. Dopo un prelievo o una medicazione, ricevere un sorriso dal paziente, dà la conferma che si sta lavorando bene, oltre alla necessario rispetto della correttezza dei passaggi tecnico scientifici.”

Le linee guida

Lo spirito è lo stesso con il quale ho preparato la tesi. Volevo essere chiaro per gli altri, per i professori, per chiunque avesse voglia di leggere il lavoro di raccolta e illustrazione dei dati, per essere determinato, io, in prima persona a seguirne le indicazioni, nella maniera più dettagliata possibile. E’ tutto previsto nelle linee guida e basato sull’esperienza della realtà italiana.”

matteo il percorso delle vittimeIl primo passaggio fondamentale nell’accoglienza di una sospetta o dichiarata vittima di violenza spetta proprio all’infermiere del Pronto Soccorso. Ci sono degli indicatori per capire se la paziente ha subito violenze. Quello fisico fa riferimento all’osservazione delle eventuali ecchimosi presenti sul corpo: se ci sono diverse variazioni di colore, significa che è segno di percosse reiterate. Ci sono gli indicatori legati all’anamnesi: se una donna che si è presentata, dichiarando di aver battuto la testa, tre giorni dopo ritorna per una caduta dalle scale, e magari presenta segni sul collo incompatibili con un simile trauma, è da rilevare un campanello d’allarme. E poi ci sono le spie che partono dal comportamento della paziente: evita il contatto visivo, manifesta vergogna nel rispondere alle domande. Il lavoro iniziale di chi registra tutti questi primi dati è importantissimo, anche per l’assegnazione del codice. Se l’infermiere intuisce una possibile violenza attribuisce il giallo che prevede un’attesa massima per la visita di 20 minuti.”

Allo stesso tempo, associato al suo sospetto, cambia la modalità di gestione del percorso. La paziente viene portata in una sala nella quale è garantita la privacy, i suoi figli minorenni potranno seguirla, ma eventuali accompagnatori dovranno rimanere in un primo momento fuori e raggiungere successivamente la donna solo sulla volontà di quest’ultima. In questo luogo verrà eseguita la visita medica, con la quale si raccolgono: l’anamnesi dell’accaduto in modo chiaro senza dare spazio a nessuna libera interpretazione e una descrizione accurata delle lesioni e dello stato d’animo della donna. Inizia poi l’iter diagnostico terapeutico attraverso la raccolta di tutti gli elementi di prova come rilievi fotografici, raccolta di campioni biologici nel corpo della vittima e dai suoi indumenti. Una volta terminato questo passaggio, si valuta il rischio di recidiva per adottare il giusto metodo di dimissione: se è basso si informa la donna della possibilità di attivare il servizio anti violenza territoriale e si rinvia a domicilio. Se il rischio è medio alto si informa la donna della possibilità di rivolgersi ai Centri antiviolenza e, qualora la donna acconsenta, si attiva la rete antiviolenza territoriale.”

“Durante il controllo vengo fatte domande precise per valutare ciò che dice la paziente in modo chiaro senza dare spazio a nessuna libera interpretazione. Nell’iter diagnostico, qualora si avvalori la tesi della violenza, è fondamentale che si raccolgano anche il maggior numero di prove possibili da utilizzare durante l’iter processuale: il reperimento di tracce specifiche nel corpo della paziente e i rilievi fotografici dettagliati. Finita questa fase, si calcolano le possibilità di recidiva, sottoponendo alla donna il questionario DAE5. In base alle risposte fornite a quesiti formulati da esperti, si ottiene un risultato che indirizza il percorso nel momento delle dimissioni. Se emerge un rischio basso, si attiva un percorso informativo, si mette a conoscenza dell’esistenza dei centri antiviolenza, se invece si attesta un pericolo alto di recidiva, si possono attivare direttamente le procedure con i centri preposti, sempre seguendo la volontà di farlo della donna.”

Più di una tesi

matteo laureaQuesto, in sintesi, è il percorso previsto dalle linee contenute nel decreto che poi ogni realtà ospedaliera, come ha fatto quella di Torrette ad Ancona, ha dovuto tradurre in un protocollo specifico da seguire. Lo scopo della mia tesi vuole andare però oltre la descrizione di elementi tecnici procedurali che comunque ho ritenuto opportuno spiegare nel dettaglio: come ho precisato, sia nell’introduzione, sia nelle conclusioni, vorrei dimostrare che il modo c’è, ci sono gli strumenti attuabili per aiutare chi ha difficoltà a denunciare per paura, per pudore o per quel sentimento di colpa che si instilla nelle vittime. Mentre scrivevo ho pensato molto a questo aspetto, a questa necessità che va realmente oltre la professione che svolgo e continuerò a svolgere.”

Mi ha colpito la reazione di chi mi circonda, dai miei famigliari, agli amici e colleghi, stupiti dalla scelta del tema che io invece ho sentito molto mio. Allo stesso tempo non mi aspettavo i commenti positivi e i ringraziamenti che sto continuando a ricevere da molte donne. In particolare mi ha scritto una ragazza di un centro antiviolenza che ha concluso il suo messaggio, incitandomi: “Tu devi essere molto orgoglioso di quello che fai, difficile aspettarselo da un uomo.” Mi chiedo perchè sia valutato come strano che un uomo affronti questa materia. Forse bisognerebbe superare anche il pregiudizio da parte delle donne: solo stare insieme può portare a dei risultati concreti. Qualunque uomo dovrebbe affrontare il tema della violenza contro le donne, non basta uno studente di infermieristica, laureato da una decina di giorni.”

Adesso non vedo l’ora di cominciare la seconda parte del mio percorso professionale. Mi sono già iscritto all’ordine provinciale di Ancona: a fine gennaio affronterò il concorso per gli ospedali della provincia. Sto inviando il mio curriculum anche a diverse aziende sanitarie private. Ho festeggiato, ma ora non voglio perdermi in chiacchiere. La mia famiglia mi ha trasmesso un forte senso del dovere: prima faccio, meglio è.”

La traccia volante: Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che avete tagliato,  per tutto questo: IN PIEDI SIGNORI, DAVANTI A UNA DONNA!

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