L’albero dei miei ricordi

Tanti auguri a chi ne ha più bisogno, a chi è solo, a chi ha paura, a chi ha perso il significato, a chi lo vorrebbe ritrovare, a chi amiamo. Noi li facciamo a tutte le nostre tracce, storie che scaldano e che addobbano l’albero più bello, quello dei ricordi che nessuno può portarci via.

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“Sono le 24 e 02! E’ già vigilia! Evviva!”

Ha gridato Viola ieri notte, non facendo dormire nessuno, presa dall’eccitazione, con un certo anticipo sui tempi.

Nella sua euforia ho letto la mia malinconia: quella ricerca insistente di senso agli eventi che mi fa salire il dubbio, da qualche anno, seppur dopo averli fatti con il sorriso: “Ma perchè faccio gli auguri, ma di cosa?”

Chiudo gli occhi, respiro e provo a ricordare.

Natale era varcare la soglia di casa dei nonni, accolti dal vapore del fritto che nessun deodorante poteva coprire, per fortuna, e nessuna profumazione artificiale riesce a riprodurre, purtroppo.

Stare in quel calore rosso di Via Tullio Levi ad aiutare a preparare la tavola, già dalla sera del 23, ricontando varie volte i posti e le sedie, con la prima pizzetta cotta, in bocca, per assaggiare. Il ruolo assai conteso degli assaggiatori prevedeva l’ustione con numerosi pezzetti di pane imbevuti di sugo, e la prova della trionfante conferma che anche le fette di mele potevano essere tuffate nell’olio ( che buone, chi avrebbe più il coraggio di osare!).

albero stortoL’albero finto era nel lato della porta che dava verso la cucina, così per ingombrare il passaggio, ma è stato sempre lì e non è mai caduto. Non era alto, si faceva notare per le decorazioni stratificate: le palline sbeccate da noi nipoti, messe dal verso integro; i nastri colorati senza un criterio cromatico, acquistati in quantità da nonno; il puntale che storceva e rendeva genialmente precario tutto l’addobbo. Sulla ribaltina ( le definizioni dei mobili sono rimaste quelle percepite dai miei 4 anni in poi), a fianco, dove durante tutto l’anno vivevano gli animaletti d’argento, le scatoline di vetro e qualche cornice, spazio alla capanna con statuine intatte dei pastori, ormai famigliari aggiunti per la ricorrenza.

Io e Lilli ( allora nessuno l’avrebbe chiamata Anne) correvamo, agevolate dall’abbondante cera passata su tutti i pavimenti, ripetendo frasi senza logica: il significato era proprio perdersi in quella gioia che non aveva precise motivazioni, non era necessario cercarle. Non era nemmeno per i regali: sì li aspettavamo, senza troppe invenzioni e coreografie da parte di genitori e zii per evocare quel Babbo, in cui comunque credevamo.

Il primo ad arrivare nel pomeriggio del 24 era invece zio Primo, nomen omen, che poi era anche quello che non aspettava nemmeno la mezzanotte per andare: nelle ore dei preparativi era l’unico adulto con cui si poteva chiacchierare e scherzare. Perchè, fino alla cena, nonna, mamma e zia erano in cucina; nonno in giro a comprare ancora noci, frutta e torroncini; papà e zio Gigi a riposare ( regole patriarcali accettate).

Se conto, perdo ancora qualche posto, credo fossimo, in formazione completa, 15, con la straniera: nonna Eliane che ci deliziava con i dolci tipici francesi, aggiungendo abbondante burro alla nostra infinita lista di calorie.

A tavola, seduti tutti insieme, non ci stavamo mai: Chicca al telefono quando era ancora quello con la cornetta in corridoio, “vorrei sapere chi chiama pure la notte di Natale!” ripeteva zio; mamma e zia Rita a fumare in balcone; io e Lilli a litigare per stare vicine ad Andrea, cugino preferito, a cui, ancora oggi, tocca il ruolo del buffone con le imitazioni e i dialetti.

“Fermi, fermi: sono le nove e abbiamo quasi finito!” Toccava a mio padre il rito del cronometro, perchè non si è mai capito il motivo e come: riuscivamo a finire le innumerevoli portate, insalata di rinforzo compresa, in tempi da record. Tanto che la sfida era sempre trovare il modo per prolungare le distanze tra i piatti e non trovarci alle nove e mezzo già sparsi sui divani o in quella che era definita la stanza dei bambini. Luogo mitico, passata da camera di mamma e degli zii a studio di nonno, per un breve periodo, finita a spazio libero per noi, dove tutto o quasi ci era concesso. Nonno Manfredo ci ha lasciato prima di apprezzare il rallentamento degli orari, provocato dall’arrivo di Edoardo, colui che mi ha tolto lo scettro della più piccola della famiglia, il cuginetto ormai laureato, che, insistendo sull’apertura dei regali, provocava la resistenza crudele a tavola di papà e degli zii. Per nonna Mena, invece c’è stato qualche cenone fino alle 22, anche se rimane il rimpianto che non abbia potuto conoscere gli altri nipotini.

Non mancavano i malumori, l’ansia delle possibili liti, quegli sguardi di intesa, i calci sotto il tavolo, ma si riusciva a reggere, nel rispetto soprattutto di chi si dedicava alla creazione di quella atmosfera, fugacemente unica, sin da quando toglieva gli addobbi il 7 gennaio dell’anno precedente. Noi bambini eravamo inarrestabili e, visti con gli occhi critici di genitori di oggi, insopportabili.

Non c’erano effetti speciali, nessuno si mascherava, le poesie erano recitate male con ironia, le uniche canzoncine intonate contenevano nemmeno troppo velati doppi sensi e non si riusciva mai a finire una tombola. Chiusa la porta, puntuali i pettegolezzi su chi era appena uscito, ma si doveva subito seguire gli ordini di nonna per sistemare tutto per il pranzo del 25.

Non scattavamo foto di famiglie, anche perchè era impossibile tenerci fermi in posa, ma di ricordi ne abbiamo tutti, tanti e sono quelli su cui con Anne e mamma cerchiamo di organizzare il 24 e il 25, negli ultimi anni. I salotti variano, non in grado di reggere l’urto di due eventi insieme, nel caso del nostro parte già disordinato, l’albero è sul terrazzo e il presepe è piccolo, popolato anche dai dinosauri di Luca; i menu non sono più canonici, salvo la la pizza con la scarola e il tronchetto che mamma prova a rifare, con la margarina.

Tra poco arriveranno zia Rita e i cugini da Roma, saremo 14, ci mancherà la straniera e coloro che non ci sono più che evocheremo negli aneddoti per regalarne la memoria ai bambini, quando ci staranno a sentire. Ci sarà confusione, rumore, qualche tensione, la corsa: alle nove e un quarto papà dirà “fermi che abbiamo quasi finito!”; Francesco e Viola si guarderanno furbi; Luca e Valeria fisseranno la finestra per aspettare l’ennesimo improbabile effetto campanello di renne, inventato da Anne, per avvertirli dell’arrivo dei regali.

Niente di speciale, niente fritti purtroppo ( ammettiamo di non aver mai capito il segreto di quella perfetta pastella molisana): forse per qualche minuto si perderà il senso e si troverà quello del Natale.

Tanti auguri allora: a chi ne ha più bisogno, a chi è solo, a chi ha paura, a chi ha perso il significato, a chi lo vorrebbe ritrovare, a chi amiamo.

Noi li facciamo a tutte le nostre tracce, storie che scaldano e che addobbano l’albero più bello, quello dei ricordi che nessuno può portarci via.

“E’ quasi mezzogiorno della Vigilia! Evviva!”

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