Se la guerra non è finita

Immaginavo mi colpisse, ma non così a fondo. E’ solo una fiction, ho pensato, prima di cominciare a guardare La Guerra è finita. Invece.

la guerra finita bambiniLa serie trasmessa da Rai 1 in quattro puntate, diretta da Michele Soavi, interpretata da Isabella Ragonese, Michele Riondino, Valerio Binasco e da un gruppo di piccoli attori eccezionali, riprende, nella sceneggiatura di Sandro Petraglia, la vicenda reale che vide tra il 1945 e il 1948 più di 800 bambini e adolescenti ebrei, raccolti in un istituto a Selvino, nella Casa che prese il nome di Sciesopoli, dove si provò a fa recuperare loro la serenità persa.

Ho deciso di far vedere anche a Viola e Luca la prima puntata, pure se è finita tardissimo e se ho dovuto rispondere ad infinite domande, molte senza risposta. “I bambini hanno paura” è stata la prima frase che mi ha toccato. L’ha pronunciata la bellissima Miriam, adolescente dallo sguardo forte e i polsi segnati. Parrebbe banale, ma ha assunto un senso articolato nel contesto in cui è stata pronunciata, quasi a dare il significato di ciò che sarebbe stato narrato da lì in poi.

guerra finita andra e tatiLa realtà anche quella storica, viene trasmessa poco e male ai bambini: in maniera eccessivamente artefatta oppure troppo cruda, con gli occhi di adulti che non si impegnano a capire come i piccoli interpreterebbero quelli che per loro sono passaggi fondamentali. Ci sono delle eccezioni, penso al meraviglioso cartone La Stella di Andra e Tati di Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro, ma film nei quali i dialoghi hanno la profondità semplice dell’infanzia per trasferire emozioni altrimenti indicibili, non ne posso citare molti.

Sarà sicuramente la mia ignoranza, per questo ho ritenuto necessario e utile vedere insieme ai miei figli se e come si potesse portare loro quanto si trovarono a vivere i loro coetanei. Quelle piccole anime già distrutte sono definite “bambole rotte” da Giulia, la psicologa, figlia di un ricco industriale collaborazionista che scopre, attraverso quei pezzi da ricostruire, l’orrore di una guerra non vissuta. Ciò che le ha spaccate brilla crudele negli occhi immensamente grandi e trasparenti di Giovannino. Ha 5 anni, la sua voce rimasta nel lager, la ritrova solo nel sonno, quando riesce persino a cantare, ma non a dimenticare: nei suoi sogni, riportati con dettagli nei disegni, gli amici sono sotto cumuli di neve, sepolti, ma ancora attesi.

La ferocia di ciò che è stato, riportata dai piccoli protagonisti anche con i silenzi e con le reazioni impreviste, per loro diventate inquieta normalità, travolge gli adulti, presi dal tentativo di recuperare credibilità al loro ruolo. Non sapevano realmente che i bambini prelevati con la forza venivano separati subito dalle madri? Che se perdevi il cucchiaio non avresti più avuto quel poco di cibo razionato e saresti morto di fame? Che dal bocchettone della doccia non usciva acqua, ma gas? Che a dieci anni piuttosto che subire tutto ciò, o peggio, ci si lanciava contro il filo spinato?

“Gli alleati sapevano dei lager, ma dovevano colpire gli obiettivi militari” si lascia sfuggire, dilaniato dalla ritrovata consapevolezza, Ben, ex ufficiale della Brigata Ebraica che, nell’attesa di ritornare in Palestina, decide di aiutare quel progetto di ricostruzione di vite. Nelle scene, illuminate quasi sempre dal sole in contrasto con il buio dei ricordi, ci si ritrova, pur avendo letto pagine e pagine di testimonianze di quanto è stato compiuto scientemente nei campi di concentramento, sconvolti dal sentirne la versione delle piccole vittime. Il respiro che manca davanti all’abbaiare festoso di un cane, evocativo dell’immagine di chi veniva utilizzato dalle SS come arma di terrore, pronto a sbranare coloro che provavano a fuggire. La nettezza senza dubbi di una ragazzina che afferma di non esserlo più e forse di non esserlo mai stata.

Non ci sono lacrime negli occhi dei piccoli, mentre riempiono quelle degli adulti.

Viola e Luca hanno continuato a guardare, sentire e a chiedermi chi fossero i buoni e chi i cattivi? Questa è la dicotomia dell’infanzia, vissuta come un dubbio risolto dai ragazzi della serie che lentamente provano a riacquisire fiducia nel genere umano, facendo i conti con la rabbia, troppo difficile da gestire.

Davide, il partigiano che ha combattuto anche per ritrovare la moglie e il figlio deportati a Mauthausen, porta sulle spalle, di corsa, nel giardino della cascina il piccolo Giovanni, perché entrambi hanno bisogno di aria dove far evaporare i pensieri. Aleggia in tutta la puntata la sensazione che sia adulti, sia bambini, stiano cercando il modo per capire cosa sia normalità e se realmente la guerra sia finita.

Il dubbio rimane dopo i titoli di coda.

la guerra finita disegno
disegno di Anne

Viola e Luca si sono addormentati accanto a me nel lettone, chissà se e cosa avranno riportato nei loro sogni di quanto hanno visto. Ci sono altri bambini però, tanti, troppi che continuano ad aver paura, vittime inconsapevoli di una guerra infinita e delle conseguenze.

la guerra finita bambini veriForse anche una fiction, con i limiti che gli storici troveranno e con la necessità di semplificazione televisiva, può servire a ricordarcelo. Sono passati più di 70 anni da quell’orrore in Europa, ma non sono ancora sufficienti per impedire che si continui a passare sopra la civiltà, a rendere i destinatari del futuro delle bambole rotte, senza la forza e la volontà di rimetterne insieme i pezzi.

Lunedì prossimo ci sarà la seconda puntata. “Perché non stasera?” mi ha chiesto, appena sveglio Luca che vuole proprio capire chi siano i buoni e chi i cattivi.

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