Fuga dalla capitale: nuova vita in provincia.

Era il luglio del 2016 quando ho salutato, dalla finestra all’angolo di Via Ettore Rolli, con vista su ponte Testaccio, la mia Roma, per provare l’avventura verso la prospettiva del mare di Pesaro. Sono passati due anni e mezzo. Tempo di bilanci? No, non è da me, che ansia! Semmai di un racconto e di una riflessione condivisa. Un dato è certo, la famiglia Scafetta si è fatta notare quasi subito, ma soprattutto: domenica 4 novembre ha avuto il sindaco Matteo Ricci a cena in diretta facebook, ci sarà spazio, a breve, anche per i retroscena divertenti e curiosi dell’evento.

#eccheccevòTanto lo so che finirò schiacciata sotto le ruote di una bicicletta. Non riesco proprio ad abituarmi a questo utilizzo cinese del mezzo per le vie cittadine. Mamme con bambini su avveniristici tricicli norvegesi che riescono a trasportare anche zaini da scalata e spese per famiglie numerose; donne e uomini eleganti che vanno al lavoro, capelli all’aria, mollette alle estremità dei pantaloni e tacchi sui pedali che girano veloci; anziani che chiacchierano tra di loro, sfidandosi, con la pedalata assistita, sul lungomare; adolescenti che sfrecciano su ruote silenziose, le più insidiose.

Tutti a Pesaro vanno in bici o quasi.

Io che non ho equilibrio nemmeno a piedi, con le scarpe da ginnastica, tremo sul sellino, tendo inevitabilmente a sinistra e, prima di precipitare plastica al suolo, emetto grida di terrore. Io che considero le ciclabili un proseguimento del marciapiede e, se mi suonano con il trillo di cacofonici campanelli, ho pure l’ardire di alzare la mano e urlare, se sono calma: “esagerati, mi sposto!”. Io che ho sempre guardato con invidioso fastidio le famiglie ecologiche: sulle due ruote tutti insieme fino alla quarta generazione e il più piccolo chiude la fila senza fuggire per sentieri secondari.

Io, dovevo finire proprio nella città della bicicletta.

Due anni fa ho lasciato il paradiso dello smog, il regno dell’automobile, l’impero del traffico rumoroso, per il purgatorio del ritmo lento, il salotto dei trilli soavi e il giardino dell’aria pulita.

Roma, la città che sentivo scorrere come il Tevere nelle mie vene, difesa sin dall’età della coscienza contro ogni critica, nell’evidenza della meraviglia della sua storia vibrante.

Roma che ho sempre definito “Roma mia”, a 38 anni mi ha costretto al divorzio. L’ho lasciata per non smettere di amarla, ripeto a me stessa, non agli altri che già così mi considerano strana.

Esaurita da ore in mezzo alla strada nell’attesa di autobus strapieni in cui incastrarsi per poi dover scendere in ritardo e fisicamente devastata, continuando la corsa a piedi, centometrista per caso e senza milza, sperando di risparmiare quei dieci euro dal costo della baby sitter miracolosamente trovata. Stanca della gimkana tra le macchine a far respirare aria putrida al piccolo martire inconsapevole nel passeggino, arenato tra le buche, per arrivare nell’unico spazio per i bambini della zona: un’area giochi per gli scarafaggi, senza altalene e con gli scivoli rotti. Messa contro un muro di consapevolezza dall’ennesima delusione professionale, legata ad un sistema endemico di contraddizioni e connivenze, ho ceduto.

Tutti insieme oltre il raccordofamiglia a pesaro

Mi sono ritrovata a discutere con le piazze, le facciate delle basiliche, i nasoni. L’ho percorsa, da sola, in mattinate di dicembre con il cielo blu intenso e il sole di giugno, per cercare la motivazione per rimanere. Le ho chiesto scusa nella bellezza e quasi il permesso quando il vento puzzolente di spazzatura e angoscia mi ha spinto alla scelta. In un pomeriggio di luglio, senza cedere a nessun rito di saluto, nemmeno con gli amici più cari, fingendo di partire per le vacanze, l’ho lasciata. Mossa alla ricerca di una qualità di vita migliore con la classifica del Sole 24 ore, sempre pronta da citare, che mi spingeva più al nord.

“Oltre Viale Trastevere te chiedono il passaporto!” Scherzava con me il mio amico Angelino, mentre a 27 anni cercavo la mia prima casa da sola. “Me sembra che hai un po’ esagerato ‘sta volta: bastava cambiare uscita del raccordo. “ Ha scherzato quando, ha saputo del mio trasferimento, per poi suggerirmi un posto della provincia pesarese dove fanno i fagioli con le cotiche, così, per non perdere l’aria di casa.

“Come una famiglia americana”, dicono alcuni laureati in sociologia che cercano di capire la nostra mobilità collettiva, ci siamo spostati tutti insieme: oltre a noi 4, anche mia sorella con compagno e figli e i miei genitori. Io avrei pensato più ad una carovana rom. Un’invasione di esauriti, chiassosi romani, riversata nelle tranquille vie della città della musica.

La scelta, fatta davanti alla cartina fisica dell’Italia, basandoci su vaghi ricordi estivi di famiglia e professionali di Gian: Pesaro, confine con la Romagna, per mantenere comunque un contatto lessicale.

Tre case affittate in tempi relativamente brevi (la provincia immobiliare non si fida troppo e chiede buste paghe fino alla terza generazione); assegnato il pediatra per i bambini poi presto cambiato e scelta la bella scuola elementare da libro di De Amicis.

Amici in zona: nessuno.

“Mia zia, 89 anni, è arrivata da Ancona 60 anni fa, ha stretto la prima amicizia con una pesarese l’anno scorso.” Mi ha incoraggiato un motivatore in bicicletta, incontrato il secondo giorno di permanenza in città.

Non si registrano possibili legami famigliari nel tempo, anzi temibili le origini abruzzesi molisane da tenere segrete per la storica diffidenza tra regioni.

All’unica domanda che avvicina i diffidenti del posto “Ma perché avete lasciato Roma?” Risposte confuse e lunghe tanto da portare alla inevitabile e mal celata conclusione: cosa avranno fatto questi romani per dover scappare dalla loro città? Cosa nascondono?

Nuove abitudini e nostalgietrastevere

Ci siamo dimostrati gentili, interessati, grati e poco altezzosi, ma, non siamo riusciti ad adeguarci ad una calma proverbiale, chiara anche nel dialetto, allegro e cantilenante. Se tutti attendono sereni il turno in uffici e negozi, noi, iniziamo a battere il piedino, fingendo un sorriso che sottintende: “ma davvero ci sta impiegando un’ora per pagare la bolletta o affettare del prosciutto, e voi non dite niente!”. Corriamo e, se il motto locale è “t’en bota”, resisti e vai avanti, noi sbottiamo.

Gli autobus, vuoti e puliti, passano ad orari precisi; se si crea una buca nelle strade i cittadini organizzano mobilitazioni e il sindaco si mette in discussione, riparando nel tempo in cui Roma mettono le transenne per evitare si caschi dentro; giro sola senza timore anche di notte e spesso lascio la porta di casa aperta con le chiavi attaccate. In un giorno riesco ad andare in posta, fare certificati all’anagrafe, risolvere problemi nella segreteria della scuola, accompagnare i miei ad una visita, fare una seduta di fisioterapia, portare i bambini al cinema, finire la spesa: anche se non è consigliabile per il sistema nervoso, ma si può fare.

Eppure, a volte, mi ritrovo ad avere nostalgia del traffico, a sperare che dietro ad un crocicchio di persone non ci sia un venditore di affetta carote, ma la cattura di una scippatore; mi basterebbe una doppia fila e un uomo che fischia ad una bella donna per strada. Viola quando andiamo a Roma dice che se ne accorge perché sente le voci della gente, come se a Pesaro fossero attutite dalla stereofonia di Rossini.

Sono però passati due anni e siamo ancora qui.  Abbiamo comprato una casa con tanto di terrazzo e camino, un calvario la ristrutturazione, ma a Roma non ce la saremmo mai potuti permettere; Viola e Luca frequentano serenamente la scuola, oltre a ginnastica e corsi di coro. Aggiungono spesso l’articolo davanti al nome dei loro amici e tendono ad allungare le parole in un mezzo lamento dialettale, ma cerco di correggerli con il copioso utilizzo di parole tronche. Qualche amico lo abbiamo trovato, quasi tutti migranti del sud o comunque meticci. Siamo stati persino invitati ad un paio di cene (emozionati come davanti ad un pubblico con il microfono), abbiamo vicini di casa, indigeni, calorosi e solidali.

Io non ho trovato un lavoro stabile ( non so perché credevamo che esistesse ancora il mito della Terza Italia silenziosa e produttiva), ho portato il mio caos in qualche progetto, ed ho capito che, il mare e la calma musicale, nell’incontro con il mio moto perpetuo, stimolano la creatività. Mia sorella va ovunque in bici. I miei genitori hanno eseguito qualsiasi analisi e controllo medico con liste d’attesa meno lunghe e dottori che sembrano più disponibili. A volte mi esce un “Ohi madò!” per cui rabbrividisco e mi correggo con “Ma che davero!” ed altre colorite espressioni, finora mai usate.

A Roma ci torno almeno ogni due mesi (è una promessa anche con Viola) e, nonostante i racconti catastrofici dei miei amici, ogni volta me ne innamoro di nuovo, sapendo di doverla lasciare. Faccio scorpacciate di pizza a Campo dè Fiori, tramonti sul lungotevere e rumori a viale Trastevere, coccole e confidenze dagli amici più cari e qualche maglietta a Porta Portese.

A 40 anni so che, pur avendo qualche sampietrino nel cuore, si può ricominciare una nuova vita, senza dimenticare il passato, ma portandolo con orgoglio nel proprio presente, stando attenta a non cantare stornelli sulle piste ciclabili, a piedi.

#eccheccevò

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