Non sto mai zitta

“Ma non si può fare niente?” Comincia sempre con una domanda, retorica, la mia brevissima inchiesta, prima di pianificare un intervento di protesta, in qualsiasi contesto, io senta che ci sia motivo per farlo.

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Sono così: non cerco definizioni che scagionino la mia spesso molesta logorrea ribelle. Non accetto l’ingiustizia minima, soprattutto, non tollero che passi senza osservazione. Devo scappare, chiudendomi diverse porte dietro, per non sparare la mia posizione. Un bene per limare il consumo di ansiolitici, ma non tanto per eventuali carriere professionali, per l’accettazione in determinati contesti, per la gastrite.

Se devo trovare una data di inizio all’emergere di questa indole barricadera, mi vedo ragazzina con lo sguardo aggrottato, caratteristica rimasta intatta, disegnando distinguibili rughe sulla fronte, all’ingresso dell’elegante casa dei miei nonni paterni a piazzale Medaglie d’Oro. Volevo bene a mia nonna Eliane e alla sua classe parigina, ma non sopportavo quell’uomo che aveva ceduto ad aver vicino da tanti anni. Non l’ho mai chiamato nonno, né lui ha mai fatto nulla perché lo facessi. Mai un gesto d’affetto, tranne le foto che scattava, per puro edonismo, a noi due nipoti e al cane. Quella domenica, decisi che fosse arrivato il momento dell’esplosione. Forse mi chiesero di dargli un cenno di saluto ed io mi rifiutai, aggiungendo però la spiegazione dettagliata del motivo. 10 anni ed un monologo sul diritto dell’infanzia ad evitare smancerie di convenienza, oltre ad un pericoloso elenco delle mancanze del destinatario del finto bacio sulla guancia. Ricordo lo sguardo preoccupato, ma anche fieramente liberatorio, di mamma e papà, più arrabbiato quando decisi di andarmene. “Me ne vado!” E’ un’altra delle mie espressioni caratteristiche, conseguente all’orazione, ma solo quando non trovo risposte accettabili da chi viene attaccato. La memoria difetta sulla reazione di quell’indefinibile nonno: si adirò, forse urlò qualche cattiveria sull’educazione dei figli, lui che non se ne era mai occupato nella vita. Sicuro ce ne andammo. Il primo trionfo dei miei mancati silenzi.

Mi andò peggio con la mia adorata nonna Mena che mi diede una sonora e giusta sberla: l’unica nipote ad averle prese da lei. Mi ero lanciata in uno sproloquio sulle sue presunte preferenze verso i miei zii perché mi negava la possibilità di organizzare il compleanno di mia mamma, a casa sua, praticamente cacciandola, anche dalla cucina (sacrilegio imperdonabile). Mi sa che dopo il meritato schiaffo, però, mi fece fare la festa.

All’inizio, non stare zitta, portava qualche risultato.

Il silenzio mi è sempre appartenuto come necessità, ma non come attitudine a crearlo.

Una petizione vivente

Non me ne tengo una. A 12 anni, giravo per le vie di San Felice Circeo a rompere le scatole ai placidi paesani e agli ignavi vacanzieri, per raccogliere le firme da mandare al sindaco, affinché non si interrompesse la fornitura di acqua in alcuni orari. Chissà dove sono finiti quei fogli che alla fine vennero vergati anche dai proprietari dei bar della piazza centrale: li portai veramente al Comune, ma prima feci una copia. Che presuntuosa!

Bisogna ammetterlo: credere di poter cambiare il mondo con le parole, oltre alla manifestazione esibita di follia, è anche una forma di presunzione. Perché quando intervengo come un fiume che non ha argini, sono convinta che poi otterrò ciò che rivendico.

Una petizione vivente, change.org ante litteram.

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A scuola mi ribellai all’idea che ci portassero a visitare la redazione del Popolo e non quella dell’Unità. Ero in prima media e la madre democristiana, organizzatrice della gita, osò rispondermi: “i giornali sono tutti uguali.” Ci sono frasi che non si dimenticano.

Intervenne anche mia mamma, che poi è la causa di tutto.

Il gene altoparlante

Lucia la pasionaria: non c’è vigile, autorità preposta, ufficio reclami, sportello dei cittadini, sul territorio nazionale, che non la conosca. Una vita militante a raccomandarci di non tacere e lottare per le ingiustizie commesse, non solo contro di noi, ma contro chiunque, nel raggio di chilometri, ne stesse subendo. Magliette e poster del Che, impressi e attaccati sul corpo.

Insieme siamo realmente temibili. Se varchiamo la soglia di un negozio nel quale non ci si saluta con cortesia, in cui non si servono o si fa passare prima un anziano o una donna incinta, liberiamo: il nostro “ma dove siamo finiti!” Non vengono risparmiati riferimenti costituzionali, filosofici e storici. E guai a chi si trova al servizio in un ufficio pubblico o, peggio, in un ospedale e ci vede arrivare sane o, ira dei cieli, ammalate, e non è pronto a fare il proprio dovere. Più fortunati coloro che si trovano nello stesso contesto ed hanno a disposizione megafoni umani per le loro borbottanti polemiche su ritardi e inefficienze.

E’ impossibile prevedere i risultati, o forse si conoscono, ma quando arriva il momento, l’ansia di parlare è più forte. Sento un calore che avvampa, mi arrivano tutti i concetti, l’elenco di quelli che considero i reati da denunciare, e via escono in forbite accuse, constatazioni, inviti alla ribellione comune. Mi appaga un momentaneo senso di liberazione che si accompagna all’inevitabile necessità di proseguire nella protesta. Vedo spesso lo sguardo di chi mi è attorno, attonito o peggio indifferente, e sento la pressione di quelle dita nella carne a fermarmi, da un po’ sono anche quelle dei miei figli. “Mamma ti prego, ma devi sempre dire la tua!” mi rimprovera Viola. La possibilità che il gene dell’altoparlante si tramandi è plausibile, per me auspicabile, al momento è giudicato con notevole sospetto e diffidenze.  Certo io non le mando a dire nemmeno alle insegnanti, con il massimo rispetto, ne ho mostrato meno per alcune inflessibili e ottuse madri: ho dovuto mettere diverse porte tra me ed alcune di loro per non passare alla veemenza senza ritorno. Ho lasciato la chat da cui muovevo le mie truppe, utilizzando anche l’arma, non sempre compresa, dell’ironia.

Non si contano i biglietti con le minacce più fantasiose e articolate che ho incastrato sul cruscotto di coloro che lasciano l’auto nel parcheggio dei disabili e quelle che grido dietro a chi lascia i rifiuti dove capitano o maltratta il proprio cane. “Ha chiesto la parola l’onorevole Scafetta…” è quanto sento dentro di me davanti ai soprusi nei confronti di donne e uomini stranieri, attaccati da stereotipi di ignoranti; al sentire la frase “lasciami stare, vai a lavorare” pronunciata a chi, senza insistere, chiede un aiuto; in presenza di spocchiosi ignavi che banalizzano le istanze manifestate dagli studenti e in generale dai ragazzi. Mi è capito poi di vedere urlare contro una donna o un bambino e proferire un altro mio standard: “Serve aiuto?”. Non sempre le reazioni sono quelle che mi aspetterei: a volte c’è un sorriso da parte di chi viene difeso, altre uno sguardo d’intesa, ma capita anche della grande indifferenza se non un eloquente espressione: “ma di che si impiccia? Pensi ai fatti suoi!”

Il danno, se così con evidente spirito autocritico posso definirlo, l’ha completato la mia formazione politica che ha dato ancora più coraggio alla mia dialettica pubblica. Niente più bocca cucita e ascolto nei consessi in cui ci si segnava per intervenire. Ma non si può ripetere quanto detto dagli altri! Alzavo il tiro e andavo a colpire quel problema o personaggio che poi capivo, a mio discapito, perché non si affrontasse e attaccasse.

Io, la giovane rappresentante della sezione di Trastevere, che, in un consiglio dell’Unione sonnolente, ho dato del falso e ipocrita ad un anziano dirigente. E non volevo nemmeno intervenire!  Per poi finire a piangere di rabbia per la sensazione di successivo isolamento.

La politica nelle parole

Ho lasciato l’impegno politico diretto, ma non mi sono arresa. La necessità di esprimere il dissenso nel momento esatto in cui le contingenze lo stimolano, è un modo per resistere alla rassegnazione dei fatti. Se avverto l’odiosa consapevolezza che non posso fare di più per risolvere la causa di quanto mi disturba, almeno non taccio, non ci passo sopra. Alessandro Leogrande, indimenticabile intellettuale che ci ha lasciato troppo presto, in una delle sue ultime interviste, parlando del suo ruolo, affermò: “non si tratta solo di usare con più attenzione le parole, ma di ritornare alla politica, ripoliticizzare le parole.” Non mi sento una intellettuale, ma, forse, non stare zitta è il modo che mi è rimasto di fare politica, provando a riempire di senso ciò che dico, non dandolo mai per scontato.

Perché i miei discorsi li peso, cesello e quando mi impegno costruisco interventi impeccabili. Pagherei, però, anche perché ci fossero registrazioni, almeno audio, dei miei elaborati monologhi durante le litigate con Gian, per fortuna rare, ma inesorabili per toni e contenuti. Lui ha imparato a tacere, non subire, ma temo che i geni calabresi conservino in memoria.

Capita mi salvi la scrittura, perché mi trattengo, solo apparentemente e poi scrivo: grido sulla pagina. E’ raro però che non sia il momento successivo all’intervento pubblico. “Ma non ti facevo così!” E’ il commento di chi, tradito dal mio sorriso che non nego a nessuno, ma cancello per sempre con chi non lo merita, scopre questo mio aspetto: l’ira dei buoni che colpisce senza avvertimento.

L’ultima vittima, il farmacista di Trastevere: domenica non voleva darmi il salvavita per mia madre per un cavillo di una ricetta. Non voglio ricordare cosa gli abbia detto, con il mio più antipatico tono di vittima carnefice. Credo di aver concluso nella minaccia tragica “Si auguri che non finisca nel frattempo le pillole che ha e che si senta male, o l’avrà sulla sua coscienza.” Ha chiamato direttamente il proprietario della farmacia a mamma, scusandosi e facendomi trovare la medicina dopo un’ora a disposizione.

A mia discolpa posso asserire che salgo sul piedistallo e comizio solo per buone cause e non per interessi personali, che avrei tutelato meglio, standomene zitta.

Sarà che una delle mie canzoni preferite è Cyrano di Francesco Guccini, credendo che le parole per rivendicare diritti siano armi potenti più delle ipocrisie, degli insulti (che a volte ci stanno, con moderazione e fuor di banalità) delle urla, delle mani.

“Al fin della licenza io non perdono e tocco.”

Chi mi dovesse vedere parlar da sola, magari anche con una leggera gesticolazione, non si preoccupi, sono prove o postumi di una pubblica orazione.

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