Domenica ha ridato la scuola a San Luca

“Ciò che sembrava impossibile si era concretizzato: in un anno, con non pochi momenti di disperazione, una forestiera, aveva portato a termine una parte della sua missione. Finalmente c’era una scuola degna di tale nome, rinnovata, messa in decoro e sicurezza, a partire dai bagni finalmente utilizzabili.”

mimma banchi di arteQuale è il mondo di un bambino che vive in un piccolo paese dell’Aspromonte, nel quale non ci sono campi di calcio, piscine, cinema e anche la scuola è abbandonata? E’ un’illusione fantastica che riesce a crearsi, grazie all’immaginazione della sua età, oppure è semplicemente un luogo grigio e triste in cui rassegnarsi subito a stare. Crescendo la fantasia diminuisce, la rassegnazione aumenta, in alcuni casi si può trasformare in rabbia o in voglia di fuga, in altri, purtroppo, nell’accettazione di una delle poche strade consentite che è quella verso l’adesione a sistemi criminali riconosciuti dalle famiglie di appartenenza. Questo non significa che a San Luca, paese emblematico della provincia di Reggio Calabria, non ci siano e rappresentino una parte consistente della cittadinanza, uomini e donne che vorrebbero costruire un futuro diverso per i loro figli. La strada però è in salita e spesso si rischia di non sentire la vicinanza delle istituzioni che dovrebbe ribadire, proprio in alcune zone del paese, la presenza dello Stato, non solo attraverso presidi militari. Chi prova a cambiare la situazione dimostra che se si vuole si può fare. Un esempio è diventato il protagonista di un film per la televisione “Liberi di scegliere”, andato in onda il 22 gennaio su Rai Uno: è il Presidente del Tribunale dei Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella. Il giudice che dal 2012 punta su provvedimenti che prevedono la decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale di madri e padri appartenenti a cosche della ‘ndrangheta, fornendo così ai figli la possibilità di una crescita sociale e culturale in luoghi e contesti lontani da quelli di provenienza. La sceneggiatura tratteggia la realtà di intere famiglie per le quali il destino sembra già segnato sin dall’infanzia. E’ uno spaccato che raccontò bene Angela Iantosca nel suo libro Bambini a metà ( 2015 – Perrone editore), nel quale mostra l’inimmaginabile contesto nel quale si cresce in alcuni paesi. Un lavoro importante che prova anche a rispondere alla domanda: se questi bambini conoscessero un altro modo di crescere cosa accadrebbe? E cosa è accaduto a chi ci ha provato? Tra le storie che la Iantosca ha raccolto di chi, ha provato a dare la risposta, c’è anche Domenica Cacciatore, dal 2011 al 2015, preside dell’Istituto comprensivo di San Luca. Trovò scuole fatiscenti e, lottando pure contro alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, riuscì a restituire istituti degni della loro funzione e ad aprire uno spiraglio al mondo diverso per una parte della comunità, prima di tutto per i più piccoli e gli adolescenti. Domenica, che con il giudice Di Bella ha collaborato, ha visto il film e accettato di raccontare tutto quanto le ha evocato. E’ il racconto di un impegno che però non deve rimanere straordinario, ma spingere a fare ognuno la propria parte per diventare l’ordinarietà.

Traccia: la ricostruzione di una comunità scolastica

“Ho visto il film “Liberi di scegliere” in tv: subito mi è affiorato tutto alla memoria. Sono tornata a quei 4 anni, dal 2011 al 2015, nei quali è cambiata la mia vita, non solo professionale, che rimarranno per sempre nel mio cuore. Mentre guardavo le scene che ripercorrevano la storia del giudice Di Bella con cui ho collaborato e del suo protocollo per salvare i bambini delle famiglie di ‘ndrangheta da un destino segnato, ho rivisto i volti di molti miei alunni della scuola Corrado Alvaro a San Luca dove sono stata mandata come preside e nella quale ho deciso di far vincere la bellezza sulla rassegnazione. Al mio arrivo, l’1 settembre 2011, trovai strutture fatiscenti in un tessuto sociale devastato: giorno dopo giorno, creando una squadra con tutte le istituzioni sane coinvolte, sono riuscita a ricostruire aule, bagni e a creare spazi di aggregazione. Dalla finzione alla realtà, è vivo il ricordo di un periodo che ha preso tutte le mie energie e mi ha restituito la soddisfazione dei sorrisi dei miei bambini e ragazzi, oltre al riconoscimento da parte di una comunità. E’ una storia che mi fa soffrire e inorgoglisce allo stesso tempo.”

“Quando nel 2011 mi arrivò la comunicazione che dovevo andare a dirigere l’Istituto Comprensivo di San Luca d’Aspromonte feci ricorso al giudice del lavoro. Non volevo andare. Avevo avuto esperienze scolastiche in situazioni difficili nella provincia di Vibo Valentia, ma non me la sentivo di stare così lontana da casa. Il giudice considerò invece proprio il mio impegno in luoghi disagiati e confermò la necessità del mio incarico di Preside a San Luca”

L’arrivo

“Il 31 agosto 2011, insieme a mia mamma con la quale vivo e condivido ogni esperienza, sono partita, chiedendo ad un vicino di casa di accompagnarci per non perderci. Non possedendo il navigatore, ci orientammo con alcune informazioni scritte su un blocchetto e chiedendo aiuto a chi abbiamo incontrato quando stavamo per arrivare. Ricordo tutti i tratti delle statali e dell’autostrada che poi avrei percorso quotidianamente. Di quel giorno, però, mi è rimasto impresso, in particolare, il bivio di Bovalino ( RC) dove sostava una pattuglia dei Carabinieri. Attraversai la Statale 106 e chiesi quanto mancasse per San Luca. “E’ quasi arrivata – mi risposero – ma perché va?” Dopo aver spiegato della mia missione, mi rincuorarono: “Non abbia quella espressione così triste, il destino l’ha portata qui, aiuterà questa gente.” Da quel giorno non ho mai smesso di sentire la vicinanza dei Carabinieri.”

“Guidate da un ragazzo che incontrammo lungo il tragitto, mentre faceva le impennate con la moto, siamo arrivate a scuola dove mi aspettava il personale. L’amico che era con me andò in bagno e venne di corsa a chiamarmi sconvolto: “devi andare a vedere come è ridotto!” Era l’immagine, lo specchio del degrado.”

mimma scuola degradata“Rientrata a Vibo, la mia città, da allora, ogni giorno, in compagnia di mia madre, ho affrontato il lungo viaggio quotidiano: 300 chilometri circa, Vibo-San Luca, tra andata e ritorno. Cominciò la mia battaglia contro due montagne. La prima era rappresentata dagli edifici scolastici a lungo abbandonati, le aule sporche, i termosifoni rotti, la mensa non garantita. 4 plessi, dalla scuola per l’infanzia alle medie: tutte degradate. L’altra montagna era il bullismo, il grave rischio di cadere in devianza: un manipolo di alunni (una ventina circa) che mettevano a ferro e fuoco la scuola media, impedendo ai tanti ragazzi educati che c’erano, il sacrosanto esercizio del diritto allo studio. In mezzo c’erano gli insegnanti avviliti e rassegnati da anni e anni nei quali si era accettato che tutto rimanesse in uno stato di abbandono. Molti erano del posto, legati alle famiglie degli alunni, alcuni venivano dai paesi vicini, chi arrivava da fuori, resisteva giusto il tempo per trovare il modo di scappare.”

La sfida

 

“La scuola era di fatto tenuta sotto scacco da un manipolo di violenti in un contesto di stagnante degrado. Ed io: chi ero? La forestiera? Che cosa potevo fare? Queste le domande contenute nello sguardo di coloro con i quali iniziavo a rapportarmi per chiedere maggiori informazioni e tentare di capire da dove cominciare per svolgere, nella maniera giusta, il mio lavoro. Ho chiesto aiuto al sindaco che mi rispondeva con una serie di vaghe promesse. Sono andata direttamente alla Prefettura di Reggio Calabria, ma anche lì non sono stata presa in considerazione.”mimma e lo sfacelo

“Mi ero messa in testa di salvare i miei alunni e, mentre ero alla ricerca disperata di interventi adeguati, mi sono imbattuta un progetto di cui avevo letto online i contenuti: il Di. Sco. Bull (Dispersione-Scolastica-Bullismo) legato al PON Sicurezza e fra i partners il Censis. Affrontava alcune delle tematiche più sentite nella mia scuola: il bullismo e la prevenzione della devianza. Ho invitato a San Luca due referenti dell’iniziativa che hanno incontrato i docenti e girato con me nelle aule. Le loro conclusioni sono state un’altra spinta verso il basso: “Ci dispiace Preside, qui è impossibile fare il Progetto.” E aggiunsero la giustificazione che fosse rivolto solo alle scuole superiori. “

“Non mi sono arresa. Ho ricominciato a chiamare: telefonavo al Ministero della Pubblica Istruzione, dove ormai mi conoscevano tutte le segretarie a cui raccontavo le situazioni impossibili nelle quali mi imbattevo. “Non pianga, la aiuteremo, non la lasceremo sola” mi confortavano. Passavo le giornate tra le risse che scoppiavano quotidiane nelle aule delle medie, la ricerca di capire i motivi di assenze continue e ingiustificabili e le telefonate disperate a chiunque potesse aiutarmi a ristabilire un ordine e ricostruire. “

Le istituzioni 

“Per fortuna, un giorno, mi ha chiamato la segreteria di Anna Maria Leuzzi, all’epoca Dirigente MIUR dell’Ufficio IV della Direzione Generale per gli Affari Internazionali e responsabile della Programmazione e gestione dei Fondi strutturali europei. Aveva sentito parlare di me e voleva conoscermi. Andai a Roma, e mi propose di portare avanti uno dei PON che era rimasto in sospeso. Raccolsi il suggerimento e provai a metterlo in pratica, anche se, per correttezza, le spiegai che andava anche bene l’organizzazione di laboratori di informatica, teatro, inglese, ma nella mia scuola si ammazzavano di botte, forse bisognava prima risolvere questo problema.”

“Era comunque un segnale importante di ascolto e di attenzione. La Leuzzi volle presentarmi Filomena Fotia, consigliera dell’allora sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria. Tornai a Roma, portandomi dietro più documentazione possibile, soprattutto fotografica. Come primo esito del nostro incontro, ci fu l’invito a partecipare alla “Nave della Legalità” nel ventennale dalla strage di Capaci. Ogni scuola poteva portare una rappresentanza di 6 studenti. La nostra scuola fu la sola, insieme a quelle degli istituti siciliani, ad entrare nell’aula bunker dell’Ucciardone. Ero riuscita a convincere le famiglie dei ragazzi a farli venire, già mi sembrava un passo significativo, in più, con me, portavo, nel mio telefono, la memoria dello sfacelo trovato. A bordo, grazie alla Fotia, conobbi i sottosegretari al MIUR Marco Rossi Doria ed Elena Ugolini, a cui mostrai tutte le foto. Scioccata per lo stato di degrado in cui versavano gli edifici scolastici, la Ugolini, chiamò subito l’allora prefetto di Reggio Calabria S.E. Piscitelli, per dirgli che doveva assolutamente intervenire e convocarmi al rientro per risolvere quella situazione di degrado.”

“Ho passato 14 ore sveglia con il mare forza 9, ma mi sentivo già sulle nuvole. Speravo.”

La svolta

“Tornata a San Luca, mi chiamò il Prefetto Piscitelli che aveva convocato un tavolo tecnico che condusse in maniera eccezionale, perché uscimmo dalla Prefettura con la disposizione a far partire i lavori di ristrutturazione della scuola. La Provincia di Reggio Calabria contribuì, donando 25 mila euro. Si aprì il cantiere, ma la strada era ancora in salita. Il Comune, all’improvviso e senza fornire alcuna motivazione, interruppe tutto. Il sindaco venne chiamato direttamente dal MIUR per capire.”

“Io intanto mi occupavo anche dell’altra montagna: avevo denunciato 15 famiglie che non mandavano i figli a scuola. L’Ansa battè la notizia e mi cercò Roberto Galullo del Sole24 ore che fu determinato nel trovarmi. Provò a contattarmi a scuola, ma era l’unico giorno di agosto che non ero andata e nessuno della segreteria mi avvisò. Mi raggiunse contattando i Carabinieri. E’ stato il primo di una lunga lista di giornalisti che poi volle raccontare la mia storia. Si aprì il mondo ed io raccontai, anche se, per questa mia loquacità e visibilità mediatica, venni accusata di volermi mettere in mostra, anche di ambire a candidature politiche. La mentalità è quella del “non si fa nulla per niente”, difficile far capire che in quel modo mi stavo complicando la vita e che mi muovevo nell’esclusivo interesse dei miei alunni e della comunità, senza chiedere nulla in cambio.”

mimma bagni chimici

“Intanto tra interventi istituzionali e mie proteste mediatiche, sono intervenuti i Carabinieri e ripartiti i lavori. Avevo vissuto momenti di angoscia, mancavano pochi giorni all’avvio del nuovo anno scolastico e la scuola in quello stato non poteva riaprire, bisognava accelerare i lavori e fra uno scontro e l’altro col Sindaco nel chiedere: “se non riapre al più presto la scuola, gli alunni dove andranno a studiare?” – “Altrove” mi fu risposto!” Lottai senza tregua per scongiurare il pericolo di vedere dislocati gli alunni nelle scuole del litorale e riuscì ad evitare che ciò accadesse.”

La prima vittoria non basta

“Il 26 ottobre del 2012, alla presenza delle massime autorità, fra cui anche il sottosegretario al MIUR Elena Ugolini, inaugurammo la scuola rinnovata. Ciò che sembrava impossibile si era concretizzato: in un anno, con non pochi momenti di disperazione, una forestiera, aveva portato a termine una parte della sua missione. Finalmente c’era una scuola degna di tale nome, rinnovata, messa in decoro e sicurezza, a partire dai bagni finalmente utilizzabili. Prima che partissero i lavori, ne avevo fatti mettere alcuni chimici nel cortile a seguito di relazione di antigienicità dell’ASL, perché gli esistenti erano indecenti. “

“Ora mi rimaneva da scalare l’altra vetta, in cima alla quale c’era l’urgenza di concretizzare la pacificazione dei conflitti continui, scatenati dal gruppo di alunni in grave disagio che, quando veniva a scuola, il giorno dopo essere stati in carcere in visita a parenti o in giro per strada, creava caos e scompiglio fra quelle aule. Prendevano a botte i compagni educati e secondo loro, deboli, e intimidivano persino gli insegnanti.
Il primo anno avevo provato a impostare dei progetti di pedagogia, ma nessuno sembrava funzionare. Il 21 settembre del 2012 venne una troupe del TG1: quasi si scontrarono con un’ambulanza che portava in ospedale una delle nostre insegnanti che aveva sbattuto la testa, spinta a terra nel tentativo di dividere due ragazzi che si stavano picchiando. “E’ un putiferio!” Esclamò il giornalista. Lo tranquillizzai, per modo di dire, rispondendogli che era la quotidianità.”

“Ogni giorno, la sera, trovavo pace nel raccontare quanto avevo affrontato ad un maresciallo dei Carabinieri. Finchè non mandai al giudice Di Bella una relazione dettagliata con tutte le note, le sospensioni, riguardanti alcuni alunni: uno di loro venne inserito nel programma Liberi di Scegliere.
La madre mi si scagliò contro e minacciò. Le fu limitata la potestà e il ragazzo venne inserito in una struttura diurna alternativa alla famiglia.
Tante erano le difficoltà, soprattutto comportamentali, di queste realtà che pure sono riuscite a salvare giovani vite e a garantire loro la scelta di un futuro diverso. Certo non la pensò così la mamma di uno di quegli alunni che mi ha denunciato al Tribunale e ancora ci sto combattendo.”

“La mia salita proseguì e ottenni un finanziamento dal MIUR per un progetto sulla prevenzione del disagio giovanile e la dispersione scolastica. Due psicologhe e due assistenti sociali si impegnarono a far comprendere il valore del lavoro di gruppo e dell’armonia. I risultati si raggiunsero, unendo a questo lavoro specifico, la partecipazione a diverse iniziative, premi, concorsi, viaggi durante i quali i ragazzi si sentirono una squadra e soprattutto iniziarono ad aprirsi ad un mondo diverso.
Tra tanti ricordi angosciosi, quindi ne ho anche di belli, legati a questi momenti di soddisfazione collettiva. Riuscii a lasciare, come mio ultimo dono a quella comunità, il campetto di calcio all’interno del cortile delle medie.

Diedi vita ad una scuola sempre attiva, anche d’estate, quando le aule erano a disposizione per laboratori e conferenze. In qualche modo si provò a far rinascere una parte della comunità attraverso la rinascita della scuola.”

“In questa funzione trascinatrice, nella quale credo tuttora, c’è però anche un limite che mi sento di affermare sia molto calabrese: il senso di straordinarietà.

Per cambiare realmente le cose c’è bisogno che tutti gli attori coinvolti svolgano il proprio compito in maniera ordinaria e continuativa.”

Il ritorno

“Ho deciso di tornare a casa mia perché avevo esaurito tutto quanto potessi fare. Non si poteva continuare a vivere sempre di straordinario, aggettivo che ho visto spesso accanto alla parola “sforzi”. Avevo dato il mio contributo a mettere insieme la rete delle figure che dovevano occuparsi della scuola e della comunità, ma bastava che cambiasse uno degli attori e bisognava ricominciare da capo. Ho lasciato anche perché ero stanca e avvilita e come me anche mia mamma Rosetta. Ogni giorno facevamo insieme 300 chilometri in macchina. Ci siamo date un aiuto comune: io avevo timore di affaticarmi a guidare e lei mi sosteneva nel viaggio e nell’aspettare che terminassi la giornata scolastica, passava il tempo, leggendo un libro o ascoltando le storie degli alunni nell’ingresso della scuola. Per molti di loro è diventata zia Rosetta. Ho dovuto smettere anche per la sua salute, non aveva più l’energia di affrontare questo stress quotidiano.”

mimma scritta alvaro“Il mio cuore è rimasto lì: continuo ad avere notizie per lettera, mail, telefonate di gran parte dei miei alunni. Alla fine anche i genitori, volevano che rimanessi. Ho fatto capire pure a molti di loro il ruolo centrale della scuola nel processo di cambiamento. Allo stesso tempo ho dimostrato come non si possa considerarla un’astronave anzi ho spronato ad impegnarsi per inserirla in un sistema aperto che accoglie. Ho inventato il concetto di PICS, prodotto interno culturale socializzante. E’ la somma di diversi elementi: la palestra, il teatro, il cinema, i luoghi di aggregazione, la biblioteca che li mancavano e se ne sentiva il bisogno. Un’alternativa alla scuola che non sia la strada e che permette, principalmente ai ragazzi, ma non solo, di proseguire un percorso di confronto, approfondimento, condivisione. Provai a presentare un progetto in tal senso per trasformare una scuola elementare non utilizzata in un centro multiculturale.
Fu triste sentirmi chiedere dalla commissaria prefettizia subentrata all’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose, “Perché tiene tanto a realizzare il Progetto? Forse vuole dirigere lei il Centro?”
Non aveva compreso i perché del mio interessamento, io che non avevo interessi o doppi fini personali, ma un’unica idea, di garantire ai miei alunni un posto dove socializzare dopo scuola. Non altro.”

mimma e il papa
“Se fossi rimasta avrei dovuto continuare a combattere e ad un certo punto ho capito che non poteva essere solo la mia battaglia. Certo mi sono innamorata del mio Istituto quasi una sindrome di Stendhal. Il 9 febbraio del 2014, l’anno prima di andare via, io e 12 alunni siamo stati ricevuti in udienza privata da Papa Francesco.
Ho avuto ed ho ancora il timore che tutto quello che ho costruito possa finire, anche se alcuni docenti e ragazzi mi raccontano che per fortuna molte idee stanno proseguendo. Li ho lasciati per tornare nella mia città, ma questo non vuol dire che questa esperienza non sia dentro di me. Se chiudo gli occhi mi vedo sempre in quei corridoi: a gridare per chiedere il rispetto dei diritti dei miei alunni; a discutere con insegnanti e genitori; a dimostrare in iniziative e laboratori il valore della bellezza della conoscenza, il concetto di onore che non conosce orrore.”

“Sono lì, anche mentre proseguo il mio lavoro qui a Vibo Valentia, la mia città, nella scuola in cui sono arrivata 4 anni fa preceduta da una fama che preludeva anche qui al cambiamento. Il senso di pigrizia e assopimento è abbastanza diffuso, sapere che arriva chi applica, all’opposto, la logica del dinamismo, può preoccupare.
Anche qui ho trovato edifici malmessi che necessitavano di interventi urgenti di messa in decoro perché per me l’apprendimento passa necessariamente anche attraverso luoghi adeguati, gioiosi, laboratori e aule funzionali. Ho attuato un crowdfunding per raccogliere una somma necessaria a sistemare alcuni spazi comuni. Ho trovato dei bravi insegnanti che mi hanno seguito in questa operazione e soprattutto un contesto diverso. Vibo ha sicuramente bisogno di maggiore cura, ma qui c’è il PICS: teatro, cinema, associazionismo, piscine, scuole di danza. Posso contare su un tessuto con cui la scuola può entrare in contatto. A San Luca tutto questo mancava. La politica invece di promettere, dovrebbe capire questo passaggio e adoperarsi per costruire realmente una comunità nella quale i ragazzi abbiano diverse strade da scegliere per diventare grandi.”

mimma copertina“Sono stata e continuo ad essere una “rompi cuori”, nel senso che cerco di entrare in quello delle persone con cui ho collaborato e con cui lavoro. Lo so che per molti uso un eufemismo perché, per il mio continuo impegno, sono stata considerata una rompiscatole. Non rimpiango nulla: rifarei tutto quanto ho fatto per arrivare a disseminare speranze. La mia è stata una RibellAzione non una semplice Ribellione e l’ho fatto solo per i miei alunni e per il rispetto del mio ruolo. Io ho semplicemente concretizzato ciò in cui credevo. Non mi fermo, continuo e spero di raccogliere storie di miei alunni che da San Luca hanno trovato e troveranno la loro strada e realizzazione nel mondo.”

La traccia volante: R – esistere per Ri – nascere.

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