L’ignoranza è la barriera peggiore

La disabilità è un labirinto di diritti non garantiti nel quale, chi la vive direttamente, si destreggia ogni giorno. Non sono certo le parole o le reazioni adeguate di chi non è nella stessa condizione, a far trovare la strada per trasformare gli stretti sentieri in larghe strade comode, ma farebbero sentire meno soli coloro che li percorrono: indicherebbero un passaggio, alleggerirebbero le salite.”

debora le parole necessarieMi sforzo sempre di trovare le parole adatte per spiegare ai bambini la disabilità quando incontriamo loro coetanei o adulti che capisco creino in loro interrogativi. Il dubbio è la radice del pensiero, non amo chi liquida le domande, se non per somma stanchezza verso figli pedanti, con un “ tanto non puoi capire, quando sei più grande ti dirò” o peggio con affermazioni sintetiche, onnicomprensive, ricalcate su atavici stereotipi vigliacchi: “è malato, poverino!”

Trovare il modo per affrontare l’argomento disabilità non è facile, ma necessario per evitare l’ignoranza, madre di paure insensate, generatrice di esclusione e razzismo.

Dal racconto di Matilde

debora bambino solo

Giorni fa mi ha colpito proprio un post della mia amica Matilde, donna particolarmente sensibile, madre di un ragazzo che rientra in quella geniale definizione che ha coniato Gianluca Nicoletti, nella quale si è anche incluso, di cervelli ribelli.

debora cervelli ribelli

Per il racconto di una sua esperienza temeva il linciaggio: capita che chi vive direttamente la disabilità, oltre tutte le quotidiane imprese da superare in una società che tende ad escludere, provi anche una sensazione di pudore nella propria condizione, quasi a non voler dar fastidio se si arrabbia perchè discriminato. Descriveva di come si fosse giustamente arrabbiata con il suo figlio maggiore per l’espressione con cui aveva definito un ragazzo del centro estivo “Mamma, mamma! C’è un ritardato al centro estivo!!”.

Si sa che è sempre più difficile affrontare una situazione quando i protagonisti sono le persone a noi più care, significa mettere in discussione anche se stessi. Matilde lo ha fatto per dimostrare a genitori, educatori e insegnanti quanto ci voglia poco per affondare o salvarsi da un futuro non inclusivo. Si è rivolta a chi ha avuto il privilegio di non dover vivere la disabilità, ma ha il dovere di essere consapevole dell’esistenza. Riporto il suo discorso nel quale è stimabile ancora di più l’autocritica finale.

“E come si fa a fare il proprio dovere? Tanto per cominciare, nel 2019 non si può ancora catalogare un bambino con derisione dandogli del ritardato. E’ fin da piccoli che si insegna l’arte della empatia, della compassione, della condivisione con chi è meno fortunato. Sennò mi dispiace ma è inutile e ridicolo mandarli al catechismo e fargli prendere tutti i sacramenti. La messa, mi raccomando, tutte le domeniche. O riempirsi la bocca di parole. O stare attenti ai voti che prendono in pagella. Stiamo attenti piuttosto alle parole che escono dalla bocca dei nostri figli. Perché le parole hanno un peso. Oggi va così, sono molto, molto alterata. Prima di tutti con mio figlio grande al quale ho detto di distinguersi dalla massa, di capire che di certi atteggiamenti ignoranti potrebbe essere vittima anche suo fratello, che per sua fortuna (capito? Fortuna, ho detto fortuna) cognitivamente sta a posto ma che è un fantastico tipo, tra l’altro, bello come il sole ma un tantino eccentrico nei modi.”

Non è stata linciata Matilde, ha ricevuto invece il plauso di molte persone, genitori e insegnanti che hanno apprezzato e condiviso la sua presa di posizione.

Quanto è dura, però per chi vive quotidianamente alla prese con esclusioni e timori per le persone che ama, lasciare una traccia da questa ardua prospettiva! Intorno per alcuni momenti si sentono battere le mani di chi manifesta fugace solidarietà, poi vengono messe in tasca quando ci sarebbe necessità di continuare a stringerle per percorrere la strada insieme e magari sollevarle per fermare quell’onda di ignoranza che nei social e nella realtà continuerà ad investirne il destino. Come è accaduto a Debora.

Dall’esperienza di Debora e Luigi

debora luigi e lorenzo 2

Ero ancora scossa dal racconto di Matilde, quando ieri mi ha scritto un’altra amica, donna incredibile a cui ho voluto dedicare una traccia (https://traccevolanti.com/2018/11/30/debora-luigi-e-lorenzo-viaggiano-insieme/). Anche lei si chiede se sia opportuno denunciare l’ennesimo episodio di razzismo ai danni della sua famiglia, ma, nel dubbio, preferisce non tacere. Con suo marito Luigi e suo figlio Lorenzo sono soliti fare vacanze in camper, un po’ perchè al bambino rilassa questo tipo di vacanza, priva delle regole ferree di un albergo e in continuo movimento, un po’ per evitare di dover sempre spiegare alcuni comportamenti di Lorenzo in pubblico e dover preoccuparsi di prevenirli o frenarli istantaneamente. Il solito odioso pregiudizio che può colpire quando meno si aspetta, nei luoghi che sembrano più sicuri.

Due settimane fa in una doccia di un campeggio Lorenzo ha avuto una crisi, non semplici capricci, ma urla e movimenti che richiedono un intervento deciso di chi sa come affrontarla. Il papà è riuscito a contenerlo. Purtroppo però è scattata la paura collettiva, mascherata da ansia per il bambino. Un addetto alla vigilanza si è presentato nel loro camper, non per sincerarsi che loro stessero bene, ma per presentare la formale denuncia di testimoni oculari circa il maltrattamento di un adulto verso il minore nelle docce: un padre che calmava un figlio in evidente crisi. La conclusione del vigilantes dopo le rassicurazioni di Debora e Luigi è stata sì una stilla di acqua gelida e poi bollente: “quello che è successo non è un bello spettacolo per gli altri ospiti del campeggio”.

Una frase ripetuta in mezzo al campeggio tra quelli che Debora definisce, perchè conosce bene “sguardi curiosi, commiserevoli e carichi di disprezzo di chi, non comprendendo ci ha scambiato per dei pazzi violenti.”

La chiosa di Debora riporta alle parole di Matilde:

“In un mondo che si dice sempre più aperto all’accoglienza e all’inclusività non basta installare due rampe per definirsi “struttura accessibile”. La prima “barriera architettonica” da abbattere, ed anche le più complicata da superare rimane l’ignoranza, nel senso di mancanza di informazione e formazione. Un personale adeguatamente formato sarebbe potuto intervenire a nostro supporto, anche morale, e allo stesso tempo avrebbe potuto rassicurare i premurosi genitori che hanno lanciato l’allarme.”

debora centro estivoL’ignoranza non è solo una barriera cognitiva, ma anche oggettiva che oltre ad abbattere la dignità di chi ne è vittima, impedisce di poter svolgere minime attività per stare tra gli altri. Riprendendo il contesto da cui è partita la denuncia Matilde, basta consultare il profilo “Al centro estivo ci vado anch’io”, creato da Paola Banovaz, altra madre che non vuole tacere, per constatare quanto sia realmente difficile per una famiglia con un ragazzo disabile far capire la necessità e trovare un posto dove possa trascorrere ore serene d’estate al proprio figlio. Per non parlare del rischio che poi finisca in un angolo ad essere additato come “il ritardato”, nel silenzio generale di educatori, operatori e altri genitori nella migliore delle ipotesi impreparati, nella peggiore complici o indifferenti.

La disabilità è un labirinto di diritti non garantiti nel quale, chi la vive direttamente, si destreggia ogni giorno. Non sono certo le parole o le reazioni adeguate di chi non è nella stessa condizione, a far trovare la strada per trasformare gli stretti sentieri in larghe strade comode, ma farebbero sentire meno soli coloro che li percorrono, indicherebbero un passaggio, alleggerirebbero le salite.

debora copertina

Da madre che tenta di insegnare ai propri figli come vivere in una società civile, ringrazio Matilde, Debora, Paola e le tante madri, i padri, fratelli, sorelle che non accettano, si ribellano e lasciano una traccia dell’amore per i loro cari che passa necessariamente dalla richiesta di rispetto della dignità di ognuno.

E’ una battaglia condivisa in cui nessuno deve sentirsi escluso.

 

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