Camilla, 18 anni e dodici giorni che cambiano la vita

“ Nel centro di Chios con i miei nuovi amici e nel campo di Vial tra le donne, ho avuto la consapevolezza, per una volta, di aver dato il mio contributo, piccolissimo, ma che rende il mio impegno costante. Ho già in programma di tornare a Natale, non posso più pensare di rimanere qui, indifferente.”

camilla 2Sono nati nel 2000, fa quasi impressione pensarlo. Su di loro si inseguono opinioni, spesso superficiali, volte a definirli protagonisti passivi e indifferenti delle proprie giornate. In una realtà con così poche certezze, sono ragazze e ragazzi che sembra si vogliano difendere, chiusi in una dimensione parallela nella quale è difficile accedere senza conoscerne linguaggi e valori. Sforzandosi di osservarli dall’esterno, si possono distinguere: coloro che dettano le regole; chi ci si adatta con facilità; chi lotta per accettarle e adeguarsi; chi vive nella frustrazione dell’esclusione, ma c’è anche chi prova ad allontanarsi, ad aprire squarci nel mondo vero per cercare un proprio personale percorso. Camilla Forlani pare interpretare in questa maniera i suoi 18 anni di impegno e amore per il prossimo. Lo scorso febbraio nel suo liceo, il classico Terenzio Mamiani di Pesaro, un incontro con Stay Human, la onlus fondata nel 2016 da Musli Alievski (https://traccevolanti.com/2019/02/25/musli-e-i-diritti-umani-senza-confini/), ha fortificato la sua volontà di dare un contributo concreto per il rispetto dei diritti umani, obiettivo del suo lavoro futuro. Si è informata, ha partecipato a dibattiti e corsi, si è preparata ed il 9 agosto è partita per dodici intensi giorni: destinazione il campo profughi di Chios in Grecia. Il suo compito: tenere delle lezioni di inglese per minori e donne. Nelle parole, nel racconto preciso e caldo che ne ha fatto è chiaro come la sua prospettiva sia cambiata, in uno scambio reciproco con le persone che ha incontrato, con cui si è confrontata e ha stretto un rapporto difficile da definire, ma indimenticabile. La sua estate, fuori dai codici della maggior parte dei suoi coetanei, interroga chi è nato molto prima del 2000, portando a rivedere posizioni e certezze, per ascoltare e imparare.

La traccia: l’esperienza nel campo profughi di Chios

camilla diritti umani

“ “ Certo che sei proprio una zecca, c’è tanto bisogno di aiuto qui e sei andata a dare una mano a quelli là.” Me lo ha detto un mio coetaneo. Ero sulla spiaggia e stavo raccontando ad una mia amica l’esperienza, appena vissuta, nel campo profughi di Chios. Purtroppo non mi ha stupito, anche in molti ragazzi è riuscita a far breccia la propaganda dell’estrema destra, per fortuna ce ne sono altri che vanno nella direzione opposta. Con loro riesco a condividere le emozioni, che ancora non so definire facilmente, delle mie dodici intense giornate nella carovana della Onlus Stay Human.”

“Non è stata la prima volta che ho dedicato una parte della mia estate ad iniziative di impegno rivolte agli altri. Due anni fa ho partecipato ad un campo di Libera, in una villa confiscata ad un boss a San Felice a Cancello. A febbraio ho conosciuto i rappresentanti di Stay Human, durante un incontro nella mia scuola: ho scoperto la possibilità di poter aiutare, anche da qui, coloro che vivono nella difficile condizione di rifugiato e richiedente asilo.”

“Grazie alla onlus ho potuto ripercorrere pagine della storia recente che non riusciamo a studiare approfonditamente. Il 2 agosto sono stata a Cracovia e poi a Birkenau per ricordare lo sterminio nazista di migliaia di rom. Sono rientrata per due giorni a casa e poi il 9 agosto sono partita per la mia prima esperienza nel campo di Chios.”

Dal presente al futuro

“Non ho avuto dubbi, né provato paura all’idea di dover affrontare il viaggio da sola. E’ ciò che voglio fare anche in futuro: rivendicare la tutela e il rispetto dei diritti umani. In realtà il mio sogno è andare ad indagare nei luoghi, nei quali si sospetta ciò non avvenga, non limitandomi alla denuncia, ma fare in modo che si attivino i processi per condanne definitive. Mia mamma condivide le mie scelte e mi appoggia: nonostante una normale apprensione, penso sia orgogliosa nel vedermi così determinata.”

“Ha osservato come mi sono preparata: ho seguito quasi tutte le iniziative di Stay Human durante le quali sono stati mostrati video e foto che mi hanno permesso di capire cosa avrei potuto trovare. La voglia di dare il mio contributo è cresciuta, tanto che non vedevo l’ora di arrivare: ho cambiato tre voli, facendo scalo prima a Belgrado e poi ad Atene. Sono arrivata a Chios, la sera, alle dieci.”

“La carovana era composta da diverse persone, impiegate per un mese e mezzo, ognuna con un proprio ruolo. Io dovevo insegnare inglese ai ragazzi del centro rifugiati e alle donne del campo, oltre a occuparmi, come tutti, della distribuzione di generi di conforto, principalmente tende e luci. Volevo cominciare il prima possibile. La sera stessa del mio arrivo, sono andata subito nel centro dove mi hanno accolto come se mi aspettassero, dubito che lo sapessero in realtà: mi hanno preso le valigie e organizzato un’accoglienza famigliare a cui non ero preparata.”

“Il primo giorno di lezione, con un’altra volontaria, americana, abbiamo diviso in gruppi gli studenti. Ci sono diversi livelli di conoscenza della lingua, sarebbe importante che ai più preparati si permettesse di ottenere un certificato. Mi sono dedicata proprio a loro: 4 ragazzi di 16/17 anni con cui ci siamo confrontati su diversi argomenti, concentrandoci soprattutto sul lessico necessario in ambito lavorativo. Essendo praticamente coetanei, non si è potuto creare un rapporto insegnante alunno: era inevitabile che diventassimo amici, soprattutto con uno dei due gemelli siriani che pure parlava un arabo così stretto, da risultare incomprensibile ad ogni interprete.”

Leggerezza e reciprocità

“La stessa alchimia si è verificata con le donne, alle quali andavo ad insegnare la sera nel campo, a Vial, venti minuti a piedi dal centro di Chios. Prima era vicino alla piazza centrale, poi i cittadini, temo anche armati, hanno costretto ad allestire in un altro luogo, dove ora ci sono tremila persone: ne dovrebbe contenere al massimo mille.”

“Qui gli aspetti crudi non mancano, ma ho cercato di non focalizzare su quel filo spinato che circonda tutto intorno. Dovevo portare avanti il mio obiettivo: ogni sera stendevamo dei teloni appena fuori dal campo, le lezioni cominciavano alle sei, ma già dalle cinque e mezzo c’erano diverse ragazze ad aspettarci. Erano le bambine come Tala, di cui abbiamo festeggiato gli 11 anni il 16 agosto e donne di 50 o 60 anni con cui si scherzava. Principalmente si rideva del fatto che né io, ne l’altra ragazza che insegnava insieme a me, fossimo ancora sposate. Ogni giorno era un’ora di leggerezza, però in inglese e ci tenevano che verificassimo il loro livello di apprendimento con dei test.”

“L’atmosfera non è mai stata pesante, a volte affiorava la stanchezza. Dopo le lezioni spesso tornavo al centro ad organizzare serate di karaoke o di lettura. La sera mi occupavo della distribuzione nel campo. Il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Il giorno prima di partire ho cominciato a parlarne con i ragazzi, ho mostrato il biglietto per far capire e hanno cercato di strapparmelo, perchè non volevano me ne andassi. “Mi raccomando fate i bravi!” Il mercoledì della partenza ho fatto lezione, organizzato i volontari per la distribuzione e sono andata via.”

camilla“Mi mancano tantissimo, attraverso l’associazione riesco a sapere che stanno bene e proseguono le lezioni. Si stanno preparando a tornare a scuola come me, anche se io tornerò in classe, diversa. Per quanto si possa essere determinati e preparati, un’esperienza come quella che ho vissuto cambia tutto, è un impatto troppo forte, una potenza di cui mi sono resa conto quando è finita. In dodici giorni la mia prospettiva è cambiata nello scambio reciproco con coloro che ho incontrato. Non mi sono mai sentita nel ruolo di chi va a insegnare e impone la sua lezione, come mi ha rimproverato qualcuno che sicuramente non ha provato le mie sensazioni. Ho avuto la consapevolezza, per una volta, di aver dato il mio contributo, piccolissimo, ma che rende il mio impegno costante. Ho già in programma di tornare a Natale, non posso più pensare di rimanere qui, indifferente.

La traccia volante: Bukra e Baad Bukra. Significano domani e dopo domani. Lo ripeteva il mio amico siriano, che non aveva molta voglia di venire alla lezione di inglese, quando io insistevo perchè lo facesse. Il mercoledì prima di partire gli ho detto, io: No Bukra, no domani. Ho realizzato in quel momento che la mia esperienza era finita, ma da quella parola, simbolo del nostro scambio, ne ho capito anche il senso.

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