Esmeralda che ha unito due paesi

Mia madre e mio padre mi hanno insegnato, insieme ai miei nonni, che la libertà e la democrazia sono fondamentali. Ci sono state donate da chi ci ha preceduto, non sono beni scontati, da trascurare, ma vanno nutriti sempre con il lavoro e con il pensiero.”

Il razzismo è un male subdolo che attacca lentamente gli organi di una civiltà: comincia dalle parti più deboli, se le più forti non se ne accorgono, o peggio lo alimentano, rischia di contaminare e rendere molto complicata la cura. Chi lo ha provato direttamente sulla propria pelle, ha cercato antidoti nella conoscenza, nel dialogo e nella resistenza. Sono coloro che conoscono la faticosa terapia, necessaria anche per riattivare chi considera scontata la condizione di uguaglianza e democrazia acquisita. La storia, che non è un caso, purtroppo sia sotto attacco, è il serbatoio da cui attingere proprio per evitare che tragedie passate, legate all’ignoranza fucina di intolleranze e violenza, possano riaccadere. Oggi si attaccano i migranti che arrivano da altri continenti, seppur vicini, 30 anni fa il “nemico” era appena oltre il confine, in Europa, spesso parlava correttamente l’italiano e conosceva la nostra cultura. Le immagini delle navi cariche di donne, uomini e bambini che attraccavano nei porti italiani dall’Albania sembrano un vago ricordo come la campagna mediatica di paura e poi di odio che si scatenò contro di loro, in maniera indiscriminata. La memoria è viva nel racconto di Esmeralda Tyli, in Italia dal 1990, arrivata con un regolare visto, una laurea e una conoscenza approfondita della cultura italiana. A lei, che dal 2013 cura la segreteria della Fondazione Nilde Iotti, ho chiesto di raccontarmi una traccia che porta i segni di un grande amore per la storia, la letteratura e i luoghi dell’Italia unito a quella per lo stesso patrimonio culturale e umano dell’Albania. La ringrazio perché con le sue parole regala una testimonianza fondamentale di dubbio, ma anche di speranza per una realtà di integrazione che dovrebbe essere inevitabile nel paese costruito da donne come Nilde Iotti.

La traccia: l’impegno e la passione da Tirana a Roma.

esmeralda bambina

“Dottoressa, ma voi in Albania dove vivevate?” “Sugli alberi, sono scesa, solo quando ho dovuto prendere la nave per venire qui.” I primi anni in Italia mi sono sentita spesso ripetere la domanda, fino a quando non ho trovato il modo di rispondere come era giusto per evidenziare l’ignoranza della richiesta. Sono arrivata da Tirana a Trieste il 19 luglio del 1990: avevo 23 anni e mezzo ed ero laureata in letteratura italiana contemporanea. Sono bilingue dalla nascita: i miei nonni hanno vissuto per anni a Roma, mi parlavano e insegnavano l’italiano, i miei genitori l’albanese.”

“Il mio punto di riferimento per l’italiano erano anche i giornalisti, come Lilli Gruber e Mimosa Martini giovanissime giornaliste a quei tempi che avevano una dizione perfetta. Sono arrivata a Trieste e ho imparato il triestino, scoprendo il potere di integrazione dei dialetti. Integrazione, per me, è interazione, anche se io ero e mi sono sempre sentita di entrambi i paesi.”

“Avvertivo il distacco dai miei genitori, ma non dall’Albania. C’è un momento nella vita di un migrante nel quale la mente e il cuore rimangono nel paese di origine, mentre il corpo è in quello di arrivo, poi c’è la fase naturale della riunione delle parti. Gli albanesi quando tornavano a casa non vedevano l’ora di mangiare i loro cibi tradizionali, poi però erano felici di preparare e far assaggiare la cucina italiana ai loro famigliari, spesso cucinando i piatti delle regioni dove vivevano.

Noi siamo la generazione che ha unito i due paesi.”

esmeralda tirana

“A Tirana c’è la casa paterna, la linfa vitale, ma è in Italia che il ramo continua a crescere: lo stesso legame che può avere un siciliano che vive a Milano con la sua isola. Nessuna sofferenza, ma rapporti che resistono.

Io non ho provato dolore a lasciare il mio paese, certo ho sofferto la lontananza dalla mia famiglia, ma ho patito di più la convivenza con la dittatura. Sono testimone diretta di quello che accadeva in quegli anni in Albania, anche se sono stata poco ascoltata su questi temi. Soffro quando vedo che lo stesso trattamento è riservato a chi arriva ora in Italia e non ha la possibilità di spiegare cosa l’ha costretto a fuggire.

Ricordo che non ci si poteva esprimere, io vivevo chiusa nel mio guscio, con l’Italia che, vista di nascosto, attraverso la tv, mi sembrava una finestra sul mondo. Quella albanese è stata la dittatura più feroce nel dopoguerra in Europa, oltre Stalin: tutto veniva proibito. Si poteva seguire solo quello che voleva lo stato, senza alcuna libertà. Nel 90 c’era un capo del partito e presidente Ramiz Alia che cercava di moderare, ma l’ala conservatrice resisteva e impediva ogni possibile, timido cambiamento.

Accolta a Trieste, desiderando Roma

Piazza Dell Unita D'Italia in Trieste

“Non ce l’ho fatta più, ho detto “Basta” e cominciato a pensare il modo per arrivare in Italia. Per il mio modo di essere e la mia educazione, non avevo il coraggio di imbarcarmi di nascosto, anche se ho alcune amiche con la mia stessa formazione ed educazione che lo hanno fatto, hanno trovato quel coraggio che io non avevo. Ho preso il visto e sono partita. Avevo dei contatti a Trieste, persone deliziose e sono andata da loro. Ho chiesto subito l’asilo politico che mi è stato riconosciuto dopo 4 mesi. Mi sono messa a disposizione come interprete per l’ufficio immigrazione della Questura di Trieste, per la Commissione di Ginevra e per la Procura di Trieste. Nel frattempo lavoravo come assistente educatrice dalle suore negli orari pomeridiani, mentre durante la mattinata facevo le pulizie in alcune case triestine.”

“Il mio sogno era arrivare a Roma.

I miei nonni avevano studiato e lavorato nella capitale. Mio nonno laureato in giurisprudenza; mia nonna studiava lettere e bel canto, era un soprano. Sono cresciuta, guardando le foto in bianco e nero o con una leggera sfumatura di marrone dei monumenti principali della città. Nella biblioteca della loro casa che occupava un’intera stanza, c’erano diversi libri su Roma, nascosti.  Ne conoscevo la storia antica e anche quella contemporanea che da noi non poteva arrivare: ricordo che ero riuscita a seguire con apprensione le vicissitudini degli anni di piombo, il rapimento di Aldo Moro, quello di Emanuela Orlandi che ancora rimane uno dei misteri italiani. “

“Dopo essere stata battezzata, aver fatto la comunione e la cresima qui in Italia, finalmente è arrivato il momento per andare dieci giorni, in vacanza, proprio a Roma, grazie ai miei padrini. La fidanzata del loro figlio era romana e sono andata a trovarla.

Ho ben presente l’emozione di quella sera. Arrivai con il treno a Termini e mi venne a prendere proprio questa ragazza che era una persona semplice, ma veniva da una famiglia benestante, quindi mi aspettava nella macchina decapottabile del padre.

“Ma una profuga non può girare in una macchina così!” è stato il mio primo pensiero. Poi, quando stavamo attraversando Piazza della Repubblica, le ho chiesto di fermarsi ed ho pianto.  Mi mancava solo il fazzoletto in testa ed ero la protagonista di uno dei film degli anni 60. Per le strade della Roma dei miei sogni con il vento in faccia.

Il giorno dopo mi disse che doveva andare all’Università quindi di farmi una passeggiata che ci saremmo riviste davanti alla Coin di Piazza San Giovanni. Abituata a Tirana che era piccola quando sono partita, poi si è ampliata, mi sentivo di stare nella periferia della città e temevo di perdermi. Ho capito negli anni che mi trovavo già nel centro di Roma: quei luoghi che poi sono diventata casa, dai quali poi non riuscivo a separarmi, se non per poche ore e con il magone.”

“Era destino. Dopo la breve vacanza sono tornata a Trieste, ma è passato pochissimo tempo ed ho trovato il modo per trasferirmi in maniera stabile a Roma con uno dei tanti lavori che in 21 anni ho fatto. Cameriera, colf, baby sitter, badante ho anche lavorato nell’agricoltura.”

L’impegno diretto contro il razzismo  

“Ho trovato persone perbene che mi hanno trattato alla pari, ma anche chi mi ha considerato solo un mezzo. Non sono mancati coloro che mi hanno fatto sentire un ospite nel paese, nonostante stessi crescendo i propri figli o assistendo i propri genitori. Con i miei ho sempre trovato il modo di comunicare, di rassicurarli soprattutto sul fatto che stessi bene.

esmeralda copertina 2

In realtà, con il tempo ho iniziato a maturare una stanchezza psicologica. Nel 2010, dopo 20 anni che vivevo in Italia, non sopportavo di sentire che venivamo considerati il male del paese: gli albanesi come persone “addette alla criminalità”. E’ una delle tante definizioni dispregiative che ho trovato nei giornali e che mi ha spinto a scrivere un post duro nel mio profilo di Facebook. Iniziava con una affermazione netta “adesso dico basta.”

“Sono cresciuta con un nonno, intellettuale come pochi, antifascista e gramsciano, sento come miei i valori della sinistra, anche se me ne rendo conto che appartenere a questa parte politica non vuol dire avere automaticamente l’antidoto al razzismo. Ho deciso però di far seguire l’impegno alle parole, e cominciato a frequentare, come semplice militante, il Forum migrazione che era attivo  all’interno del Partito democratico da qualche anno. Ero a Torino in quel periodo e conobbi Ilda Curti, assessore all’integrazione e Marco Paciotti, il Coordinatore nazionale del Forum Immigrazione PD, che in seguito diventò il mio amico fraterno, insieme alla sua compagna Flavia (attivista anche lei) e le figlie, il mio punto fermo.

Esmeralda-Marco“Mi appassionai perché si lavorava in tutti i territori, con vari soggetti, per la formazione di una classe dirigente interculturale, necessaria ad un partito progressista nella realtà che si stava configurando nel paese. Chi ha studiato, lavora e vive in un territorio ha diritto di provare ad esserne anche rappresentante. Io stessa dopo 20 anni non ero più la ragazza arrivata con la borsa di plastica gialla con due libri e pochi indumenti dentro.”

“Qui c’era e c’è la mia casa, anche se ancora adesso quando faccio un trasloco mi chiedono stupiti come mai ho tanta roba da trasportare. A chi mi fa questa domanda, rispondo “ma tu quanta ne hai?”. Pronta arriva la replica: “ma io qui ci vivo!”. “E perché io no, questa è la mia casa!”. Spiazzo l’interlocutore di turno, non preparato a sentire che dopo 30 anni a Roma, la considero la mia città dove oltre a lavorare, avere amici, uscire ho anche i miei libri, i miei mobili, la mia lavatrice, la mia tv, insomma la mia normale quotidianità”

La telefonata che cambia la vita

“Purtroppo ho vissuto anche i problemi dell’Italia, rimanendo spesso senza lavoro. C’è stato un periodo di disoccupazione più lungo nel quale ne stavo veramente soffrendo le conseguenze. Ero stanca, giravo tutto il giorno a portare il curriculum e a rispondere ad annunci. Una sera andavo per la prima volta come pubblico ad un talk show televisivo, stavo tornando in autobus, sul 70, quando mi è squillato il telefono.

“Sono Livia Turco!”. Istintivamente mi sono alzata in piedi. La conoscevo, ma non avevo mai parlato a lungo con lei, la stimavo come ex ministro e dirigente politico. Il rispetto che mi era stato inculcato sin da bambina nei confronti di chi ha competenze e professionalità, mi ha fatto ritrovare timida e sull’attenti nell’autobus.

Mi spiegò che voleva propormi un’attività da fare: dopo due giorni ci incontrammo nella stanza della Fondazione Nilde Iotti.”

“Ti andrebbe di occuparti della segreteria?” – mi disse. Io sono quasi svenuta. Abituata a fare e a sentirmi proporre lavori di cura e assistenza, mi si chiedeva di seguire la segreteria della Fondazione dedicata a Nilde Iotti! Io la vedevo da bambina in televisione e mi hanno raccontato che obbligavo tutti a stare in silenzio quando trasmettevano le sequenze che la ritraevano. Ero innamorata di Nilde come di tutte quelle donne che hanno combattuto per la parità e i diritti. Coloro che hanno insegnato anche a noi di altri paesi a rivendicarli nei nostri.”

“Le donne di quel periodo storico sono un patrimonio. Dall’ottobre del 2013 do il mio piccolo contributo per difenderne la memoria e tramandarla oggi e nel futuro. Lavorare in Fondazione è stato ed è come frequentare per la seconda volta l’Università. Ha allargato ancora di più il mio sguardo e la mia conoscenza dell’Italia, attraverso l’approfondimento di una delle figure più importanti che ha contribuito alla nascita e alla costruzione della democrazia.”

“Collaboriamo molto con le scuole e sono fiera di contribuire a far conoscere a ragazzi e ragazze le 21 Madri della nostra Costituzione come Nilde Iotti, Teresa Noce, Maria De Unterrichter Jervolino, Adele Be, Teresa Mattei  e le altre. E’ importante conoscere e far conoscere le battaglie delle donne per le parità, le leggi  che hanno cambiato l’Italia. Bisogna tramandare la memoria delle figure femminili che hanno tracciato e guidato i cambiamenti più significativi del nostro Paese. Le 21 Madri Costituenti e poi Tina Anselmi, Giglia Tedesco, Adriana Seroni, tutta quella generazione di donne giovanissime, all’epoca che hanno continuato senza sosta quelle battaglie che hanno portato a leggi in avanguardia. Livia Turco è una di loro.”

“Seguire la catena generazionale delle donne d’Italia è un’emozione che si rinnova, come quella che provano i miei genitori quando parlo loro del mio lavoro. Sanno che significato ha per me e lo capiscono ogni volta che riescono a venirmi a trovare. Per me è una gioia condividere con loro il racconto di quanto faccio in Fondazione e le passeggiate per Roma.”

“Mia madre e mio padre mi hanno insegnato, insieme ai miei nonni, che la libertà e la democrazia sono fondamentali. Ci sono state donate da chi ci ha preceduto, non sono beni scontati, da trascurare, ma vanno nutriti sempre con il lavoro e con il pensiero.”

esmeralda nilde e enrico

La traccia volante: “La storia insegna ma non ha scolari”. Lo ha detto Gramsci che conosceva bene il suo paese e ha lasciato un’eredità importante come quella di Nilde Iotti, di Enrico Berlinguer che deve essere sempre ricordata e studiata.

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