Il virus della condivisione

Ho cercato di pensare, superando la tentazione di aderire a giudizi e ipocondrie. Mi sono messa nei panni di coloro ai quali l’influenza non cambierà la precarietà quotidiana. Da qui il possibile paradosso: se ci si contagiasse a pensare in maniera collettiva, fuori da egoismi e oltre l’indifferenza?

C’è chi tutti i giorni condivide l’esistenza con il rischio di non avere il cibo da mangiare e le medicine per i propri figli. Non credo potrà pensare all’acquisto di mascherine o gel disinfettanti. C’è chi davanti ai supermercati, presi d’assalto per l’ansia di non avere la senape nel momento del bisogno, ci vive, senza frigorifero, magari in auto. Chissà se avrà l’ironia di interpretare l’ordinanza di non uscire dalla casa che non ha! Ci sono coloro che osservano norme di igiene e prevenzione da quando si sono ammalati, non certo per un raffreddore, e cercano da tempo, spesso inascoltati, di spiegare agli altri che fare altrettanto potrebbe costituire, non solo un semplice gesto di autotutela, ma anche di altruismo. Non credo che ora sorridano nel vedere tutti attenti e bardati, magari ripetere loro di lavarsi le mani.

condivisione infermieriQuotidianamente, infermieri, medici, ricercatori svolgono il loro lavoro, a volte senza contratti e assicurazioni, con turni massacranti, a contatto con ogni tipo di contagio, stando attenti a preservare la propria salute e quella dei propri pazienti. Rischia di passare anche ora, sotto silenzio, il loro contributo fondamentale o peggio essere coinvolto in inutili contese.

E poi ci sono coloro che si vedono rifiutare l’ingresso in città, porti e frontiere da molti mesi: non portano malattie, almeno che non si considerino tali le condizioni di impossibilità oggettiva a rimanere nei luoghi dai quali provengono. L’apprensione diffusa è un loro stato permanente.

condivisione frontiere

Quante sono le persone con disabilità, chiuse in casa, perché non possono affrontare ascensori rotte o barriere architettoniche!

Per un giorno o per una settimana, potremmo essere tutti nelle stesse condizioni di precarietà: non c’è certo da rallegrarsene, ma forse si potrebbe sfruttare in positivo questa situazione. Se per una volta si pensasse in maniera collettiva, fuori da egoismi e oltre l’indifferenza? Si capisse che rispettare regole comuni di buon senso è un atto costituzionale per un popolo civile. Pensare che chi sta bene dovrebbe occuparsi, almeno con il pensiero di chi sta male, quindi prevenire per non causare danni molto più gravi a chi è già debole, invece di ipotizzare la creazione di bunker nei quali rinchiudersi, oppure agire di impulso come coloro che hanno derogato ai divieti di lasciare i posti da cui è possibile esportare il contagio. Fermarsi potrebbe non costituire solo un inevitabile danno per le attività economiche coinvolte, per i genitori che dovranno rimanere a casa con i figli, per gli organizzatori che dopo mesi di preparazione si vedono annullare eventi e manifestazioni, ma rigirarsi in un’occasione per capire quanto la fretta copra le incertezze che sono comuni. Forse si potrebbe approfittare per andare oltre i titoli, non solo quelli orribili e strillati di alcuni giornali, delle nostre vite e riscoprire il senso, a molti costantemente negato, di un libero respiro al sole.

condivisione alba

“Per sfuggire alla dittatura dell’epoca e ai suoi mali bisogna essere attenti, rapidi e leggeri, esatti e plurali.” Lo ha scritto Franco Arminio con la profondità del poeta che riesce ad astrarsi senza distrarsi.

Non stringeremo le mani per un po’, ma stringiamoci nei pensieri.

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