Il tenente Arduino Gobbato, detto Dino non scappò

“Ogni 25 aprile mi domando: cosa avrei fatto io? E non mi so rispondere. Lui aveva 32 anni, allora, poteva, nascondersi, scappare, invece si unì ad un gruppo di ufficiali sbandati e diede vita ad uno dei primi episodi di resistenza anti – tedesca, il 1 ottobre 1943, a Roccaspinalveti. Vi fu uno scontro a fuoco violento, furioso, fu ferito gravemente, ma si salvò. Lui era mio padre. E io, ogni anno, sono orgoglioso di lui.”

 

ettore dueEttore Gobbato, giornalista e scrittore ( il suo ultimo emozionante libro è Tana Beles per Radici Future), inizia con queste parole il racconto di uno dei primi episodi della resistenza abruzzese che vide protagonista suo padre, il Tenente Arduino Gobbato, detto Dino. Lo ringrazio per avermi concesso di condividere una traccia che trasmette, attraverso le parole vissute, la forza di una comunità: donne e uomini che combatterono insieme il nemico, senza scendere a patti con esso, uniti fino alla libertà del loro paese. L’Abruzzo è la terra di mio nonno: oggi non è consentito uscire, andare nei luoghi che hanno costruito la nostra storia personale e collettiva, ma possiamo e dobbiamo diffondere il ricordo e tramandare la memoria. Buon 25 aprile a tutti! 

ettore copertina“L’8 settembre 1943, mio padre aveva 32 anni, era in piazza. La casa gialla, dove adesso abita la famiglia Moscufo, era la caserma del nucleo anti-paracadutisti, da lui comandato. La radio gracchiava, comunicando il proclama di Badoglio: l’armistizio con gli Alleati, ma le ultime parole, riferite alle forze armate italiane – “Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza “- non lasciavano dubbi.

La storia è raccontata nel libro “Avventura a Rocca”, lui stesso la scrisse, di suo pugno, nel 1944, nell’immediatezza dei fatti. Mentre molti, interpretando quelle parole, come la fine della guerra, correvano verso casa, come ben raccontato nel film di Luigi Comencini “Tutti a casa”, mio padre decise di unirsi ad un gruppo di ufficiali, a Roccaspinalveti, per combattere il nemico tedesco, l’occupante il territorio italiano. Vi fu uno scontro a fuoco, violento, furioso, fu ferito gravemente, la pallottola gli trapassò un polmone, ma miracolosamente si salvò.

Nel libro, attribuisce questo miracolo a Santa Rita, la santa dell’impossibile, la cui immaginetta stringeva nelle mani, mentre pregava, e attorno fioccavano, lo sfioravano, le pallottole del rastrellamento tedesco, dentro la siepe di ginestre, nella quale si era rifugiato.

Fu uno dei primissimi episodi di resistenza anti tedesca in Abruzzo. La storia continua con l’eroismo di Zia Liberata, la contadina di Roccaspinalveti, con il figlio militare in Russia, lo soccorre, lo accoglie nella sua povera casa. Il rocambolesco trasferimento nella casa dove abito, la convivenza segreta col comando tedesco, che vi aveva requisito alcune stanze. Il silenzio solidale dei furcesi. Sapevano e tacquero, nonostante i premi in danaro a chi denunciava i “banditi”, gli oppositori. Infine il 2 novembre, il bombardamento inglese, manda via i tedeschi e si prende la vita di alcuni nostri compaesani.

Nel 1995 mio padre aveva 85 anni, gli feci una domanda triste e scomoda: “Nel caso, dove vorresti essere seppellito?” Lui era di Volpago del Montello, Treviso, là c’era la cappella di famiglia. Prese una settimana per riflettere, alla fine mi disse: “A Furci, la mia seconda patria.”

ettore papaveri

Da quindici anni riposa lì e io ogni 25 aprile sono orgoglioso di lui, di zia Liberata e dei tanti furcesi che tacquero.

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