Da lunedì tornerò a raccontare le tracce belle di speranza, gioia, e prospettiva che sto raccogliendo, ma oggi non riesco a tacere: ci sono esseri umani che stanno morendo di freddo e altri che non stanno facendo nulla per salvarli. Bisogna utilizzare ogni spazio per ribadire che non è normale accada e che si deve trovare una soluzione immediata. Ognuno, senza distinzione di nessun tipo, ha il diritto al tepore.
Fa freddo, è gennaio, è giusto sia così, per questo motivo abbiamo case dotate di riscaldamento, vestiamo con giacche, sciarpe e cappelli, siamo meno in strada, in determinate ore non usciamo proprio. Preveniamo malanni che comunque arriveranno per cui avremo medicine e coperte a curarci.
Ieri ho passeggiato con i bambini, hanno iniziato a lamentarsi perché la temperatura stava scendendo troppo e non era compensata dal calore prodotto da corse e passi: siamo entrati in un bel bar ci siamo presi la cioccolata, io mi sono persino regalata un giubbotto nuovo che non ne avevo bisogno (vittima del marketing stagionale); tornati a casa abbiamo aumentato i gradi sul termostato e caricato il camino. Di notte Luca ha fatto ancora un po’ i capricci e gli abbiamo messo la coperta di Frozen in più.
Un po’ viziati sì, ma è normale quando fa freddo pensare a scaldare in tutti i modi le persone che ami.
Un pensiero elementare, può apparire stucchevole e romantico, per me naturale.
Non riesce per fortuna a diventare in nessun modo comprensibile, il ragionamento contrario, quello per il quale si lascia che ci siano bambini, donne e uomini costretti a patire le conseguenze del freddo.
E’ fuori dalla mia capacità di intendere l’umanità anche il motivo per cui si pensa ci siano corpi che ne soffrono di più e corpi meno, in base alla provenienza, alla religione, alla sfortuna, al destino. Riconosco le necessità sanitarie di chi è malato, ma che si possa imbastire una contesa dell’inverno tra italiani e stranieri, lo trovo aberrante.
Il calo termico, l’ipotermia, l’assideramento attaccano, democratici, il bambino abbracciato alla sua mamma,nell’estremo tentativo di trasmettere calore,su una nave in mezzo al mare alla ricerca di salvezza, davanti a coste di indifferenza e disumanità; una donna che tenta di riparare gli spifferi di un container senza riscaldamento in una situazione di degrado, abbandonata da anni,a Foggia, città dagli amministratori distratti nel nostro italico paese; un uomo che vuole salvare la sua azienda agricola nelle zone dove la terra trema da due anni e si lascia alla forza del singolo,la volontà di difendere la propria dignità di anni di lavoro e di fatica; donne e uomini che nella capitale d’Italia non trovano riparo nella notte e presto finiranno in un trafiletto della cronaca, letti nella più odiosa consapevolezza che si poteva evitare.
E’ gennaio, fa freddo, non sorprendiamoci, ma agiamo, ognuno per come gli è possibile:io posso solo scrivere e avrei potuto evitare di comprarmi un’ennesima giacca. Non facciamoci ghiacciare il cuore dal principio, dall’egoismo, dalla superficialità.
C’è un ministro che indossa pesanti giubbotti delle forze di polizia,ma non ne incarna lo spirito volto a salvare chi ne ha bisogno:più intento a ribadire una posizione che a confrontarla con la sua presunta umanità. C’è un’amministrazione che non risponde alle richieste pressanti e disperate di 52 famiglie per avere una sistemazione dignitosa. C’è l’improvvisazione a gestire piani di emergenza. C’è il vice sindaco di una grande città come Trieste che si è vantato di aver raccolto e buttato le coperte e i cartoni dei senza tetto, senza avere la vergogna di aggiungere di essersi lavato le mani subito dopo.
Davanti a tanto gelo resistono le persone: chi sta protestando nelle piazze perché si vada contro una legge che è un’imposizione senza giustizia; chi vuole amministrare obbedendo ad una coscienza che si oppone a regole senza morale; chi sta aprendo le proprie case a chi ne ha bisogno; chi continua a denunciare,mostrando non solo solidarietà ma appoggio reale a chi soffre; e c’è Giada, una ragazza che,alla stazione di Trieste,ha lasciato una busta con cibo buono per chi ne avesse bisogno.
Si coprano il volto ipocriti e crudeli, lo scoprirà il calore di chi non si arrende al gelo dell’anima.


Gambe lunghe, capelli biondi platino, minigonne cucite a mano da nonna Mena e quella somiglianza a Mina: nelle foto da ragazza, mamma è obiettivamente una modella di Carnaby Street e, pensarla così che va a fare lezione di italiano nelle periferie della città, la consegna al mito.
Nelle foto di noi bambine, il suo sguardo si fingeva sereno, tradendo a volte l’inquietudine passata, ora che sono madre e urlo ogni mio risentimento, non so come abbia fatto a nascondere. Ha scritto con calligrafia chiara, in agende e quadernini, la sua angoscia e l’ha letta nella letteratura che mi ha insegnato ad amare. Sibilla, Alba, Anais, Colette, i suoi specchi dell’anima, sono diventati anche i miei.
Maniaca della pulizia e dell’ordine, non ha mai voluto che imparassimo a stirare, ma so che quando viene a casa mia, sogna di avere il pulmino della Fulgida a seguito: si limita a piegare qualche panno, se proprio non resiste, riordina i giochi dei bambini ma poi chiosa: “vabbè, tu devi scrivere, e poi non c’è proprio il disastro…” 

Oggi compie 68 anni, ed io vorrei chiudere la mia mano nella sua, dalle unghie sempre perfettamente smaltate, sedermi per pochi minuti a sentirle raccontare, riuscendo a non interromperla e a non fare battute: della dolcissima zia Enza e della sua mitica torta paradiso; delle corse sempre laterali nelle manifestazioni; delle feste negli ambienti chic di papà, dove faceva sfigurare le altre per bellezza e naturale eleganza; e di tutti quei dettagli dalla mia nascita a quella di Luca che io non ricordo, ma lei documenta senza bisogno di foto e di social.
Cosa c’è di più necessario di un abbraccio? Aprirsi per sentirsi accolti. Avvertire la sensazione di calore, di breve appartenenza e di protezione: è una terapia dell’anima. Di questo anno passato, se mi stringo, sento le braccia di tutti coloro che si sono fermati con me in un gesto, reale o virtuale, che ci ha arricchito. Grazie alla forte dolcezza di questi incontri, ho superato paure e incertezze, vivendo momenti di incredibile felicità, trovando il conforto e la speranza per affrontare l’angoscia di un periodo di distanze e diffidenze diffuse. Per il 2019 auguro, a me stessa, a coloro che amo, a tutti, di allargare la propria prospettiva e non temere gli altri, ma andare verso con un sorriso.